Il mondo come un clamoroso errore di Paolo Polvani, Pietre Vive

 

Possedere un nome colorato come una camicia/ con vocali che custodiscono savane e sillabe/ di fruscii animali non basta per essere felici. Conoscevo già la poesia di Paolo Polvani, eppure la lettura della sua ultima raccolta per le Edizioni Pietre Vive è stata davvero una nuova rivelazione. E chiarisco subito che a muovermi, più che il senso critico della lettura, è l’accordo complessivo che istantaneamente mi ha fatto vibrare, riconoscendolo proprio. Pur da opposte rive, essendo la mia poesia formalmente diversa dalla sua. Lingue diverse, stessa voce, potrei dire. La medesima emozione l’ho provata leggendo Raymond Carver. Anche in questo caso, la poesia è diversa. Ciò nonostante essa parla e la tua anima si mette subito in ascolto e comprende.

Il mondo come un clamoroso errore risponde precisamente a questa domanda. “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?” Queste poesie di Polvani non sono scritte alla Carver. Hanno respirato, però, la stessa aria, pur così distanti, hanno attinto allo stesso soffio universale. Guarda: perde una ciabatta mentre scala/ una sedia: non è impresa da poco scavalcare/ una ringhiera, ci sono i fili della biancheria/ c’è lo sguardo dei gatti e le foto/ allineate come un cinema muto. Siamo oltre il minimalismo. Anzi, non c’è genere o categoria capace di fissare questa poetica pianezza. Se fosse utile un gancio di sintesi, chiederei aiuto ad un espressione di Henry Michaux e così al suo “quotidiano meravigliato”.

Sono sicuro che anche Paolo Polvani scriva poesie per “farsi voler bene”. Non è sentimentalismo, attenzione. Si tratta bensì di umana tenerezza. Il protagonista del film Le vite degli altri è una spia della dittatura; eppure sarà proprio lui a salvare lo scrittore dissidente che, per ricambiare, gli dedicherà la sua opera, a lui e a “tutte le persone buone”. Qui, invece, è il poeta che osserva e “registra” la vita degli altri, migranti, puttane, file di uomini, nomadi, operaie, monaci e vecchi. L’umanità è la stessa, sempre uguale. Raccontata come solo la poesia può fare, per intuizione e adesione. Senza sociologismi. Per tenerezza. Il succo estremo della nostra esistenza quando non ci saremo più, con le parole di Pasolini.

No, non ci salveremo, eppure non ci facevano difetto i santi,/ e gli angeli bevevano con noi, seduti al nostro tavolo, e danzavano,/ bastava soltanto fargli un cenno, e anche il cielo era lì, tutti i giorni. Per contrasto, Polvani ci suggerisce proprio la strada opposta. Che l’unico modo per salvarsi è ubriacarsi con gli angeli, cercare una tollerabile santità. Questa è la poesia. Disegnare una cattedrale pur essendo ciechi.

Una nota particolare merita l’ottima fattura del libricino, per qualità di realizzazione e per la grafica – con un disegno di Raffaele Fiorella in copertina. L’editore Antonio Lillo è egli stesso un poeta. Si coglie pertanto l’anima di un progetto solido dietro la collana. Niente appare casuale.

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