“PATER” di Giacomo Mario Ricchitelli

 

Un romanzo controcorrente, dove senza giudizio, l’autore tenta di dare un volto alle motivazioni e soprattutto alle non motivazioni di quella furia sotterranea che quotidianamente costringe la cronaca ad occuparsi di violenza domestica.  In esame il soggetto maschile, il suo probabile mondo interiore, la maschera indossata per calarsi nel ruolo sociale. In un progressivo disfacimento identitario, il protagonista, di capitolo in capitolo, sembra sfaldarsi in piccole porzioni di sé sempre più estranee, quasi meccanicistiche, a disertare il ritratto che tuttavia, proprio nella sua inafferrabilità saprà imporsi nell’immaginario del lettore.

Pater. Franco vive un costante conflitto tra essere e apparire: sposato, padre di due figli, visto dall’esterno è perfettamente calato nel ruolo che la società si aspetta da un ultra quarantenne, ma nel privato è inadeguato al ruolo di marito e genitore, è persino violento. Il giorno in cui la moglie abbandona il tetto coniugale, portando con sé i figli, il conflitto interiore di Franco esplode fragoroso. All’irritazione segue il senso di liberazione. Privo di sensi di colpa, preoccupato soltanto di quel che la gente potrebbe dire di lui, comincia una nuova vita, la vita che aveva sempre desiderato. Tenta di conservare un rapporto di facciata almeno con i figli, ma con il passare del tempo si allontana anche da loro; erige una barriera sempre più imponente tra sé e il resto dell’umanità, scalfita da incontri occasionali che lo costringono al confronto interiore.

*

Capitolo 1

Il giorno in cui la tua vita cambia per sempre arriva senza preavviso. E se non sei stato sufficientemente attento da intuire qualcosa, allora sei fregato. O forse no. Passeggiare per la città invece di andare a lavorare è qualcosa che mi è sempre piaciuto fare: non sono un grande lavoratore e ne ho coscienza. Andare a zonzo in una tiepida mattina di maggio è il massimo: giacca appoggiata sulla spalla, sigaretta in bocca, camicia sbottonata e borsello a tracolla. Alla faccia di tutti quei falliti che rimangono in fabbrica a sudare per pochi spiccioli, mi godo la mia libertà di uomo, finché stasera alle diciotto tornerò a casa da mia moglie e i miei piccoli figli che mi credono a lavorare. Una limitazione della libertà, anche se avere una donna in casa ha i suoi vantaggi: ottimi pasti in tavola, lenzuola pulite e camicie stirate. Vantaggi nell’avere dei figli invece non ne vedo, ma forse un giorno, quando ne avrò veramente bisogno, saprò apprezzare anche la loro presenza; per il momento se ne occupa mia moglie.

Al bar dove sono solito fare colazione quando salto il lavoro, le facce sono sempre le stesse: un paio di giovani idealisti e disoccupati, che parlano di sport e politica, la proprietaria sempre gentile con tutti ma brutta come poche donne al mondo, ed un manipolo di anziani che giocano a carte. Conosco tutti, ma loro non conoscono me: credono sia un autista del bus. Penso sia per via del borsello, fatto sta che dalla prima volta che ho messo piede in questo bar per loro sono stato un autista. Ho lasciato che ci credessero, non mi importa che sappiano cosa faccio. Inoltre mi diverto a dar loro informazioni e consigli sui mezzi da prendere, e questo so farlo piuttosto bene visto che, non avendo la patente, sono costretto a girare la città in lungo e in largo con autobus e tram.

Ordino il mio solito cappuccino con il cacao, mentre c’è già qualcuno che comincia con la birra: come facciano a bere fin dalle nove del mattino è una domanda cui non riesco a trovare risposta. Tiro fuori il giornale dal borsello, lo appoggio sul bancone e comincio a dare una rapida occhiata alla prima pagina. Mentre leggo ascolto distrattamente i discorsi degli avventori: c’è qualcuno che parla ancora della esaltante vittoria di nostri atleti in una importante manifestazione, a quasi un anno dalla sua conclusione, altri parlano della situazione politica, dispensando insulti a quasi tutti i mestieranti di una attività ormai in caduta libera. Per quanto mi riguarda, la famosa finale non l’ho neanche vista e di politica non amo parlare: ho le mie idee e non le condivido con nessuno. Inoltre sono idee flessibili, non per via di una particolare apertura mentale, ma perché posso sempre appoggiare un ipotetico uomo politico in grado di procurarmi dei favori, a prescindere dalla collocazione ideologica. Purtroppo finora non ho ancora trovato nessuno che mi prometta qualcosa in cambio di un voto e quindi faccio di testa mia. In fondo non posso lamentarmi, ho un lavoro retribuito decentemente che svolgo molto meno di quanto dovrei, senza che nessuno mi dica nulla. Sorseggio lentamente il mio cappuccino, mentre la signora Carmela passa un panno bagnato sul bancone, più una mossa di facciata che una volontà di pulizia vera e propria. Alzo leggermente il giornale per evitare che si bagni e aspetto la solita domanda della barista, che arriva puntuale: «Allora signor Franco, oggi è di turno nel pomeriggio?»

«Sì, fino alle ventidue sul tre. Avanti e indietro sullo stesso tragitto per otto ore, non il massimo della vita».

Faccio un sorriso forzato e torno al mio cappuccino prima che si freddi del tutto. Lo finisco con un sorso più lungo del solito e mi lecco i baffi per assaporare la schiuma.

«Buonissimo, come al solito!».

«Grazie, è sempre così gentile lei.»

Ancora un sorrisino, poi accendo una sigaretta e la signora Carmela mi porge prontamente un posacenere. A volte ho l’impressione che mi corteggi. Mi accarezzo la barba lentamente, come se fossi particolarmente assorto nella lettura del giornale, mentre in realtà non sto leggendo niente. Cerco di darmi un tono, come si dice. È vero che questa donna è brutta, ma sentirsi addosso gli occhi indagatori di una donna fa sempre molto piacere ad un uomo. A me in particolare: sono di quelli che andrebbe con qualunque donna mostrasse un minimo di interesse nei miei confronti. Finita la sigaretta ripongo il giornale nel borsello e vado al bagno. Appena alzato dallo sgabello sento rumori sospetti provenire dall’intestino e faccio appena in tempo a chiudermi la porta del bagno alle spalle prima di sganciare un paio di scoregge niente male. Di sicuro sono di quelle che sporcano le mutande. Ho spesso le mutande sporche di merda. Faccio tutto quello che devo fare e lascio il bar, è una giornata troppo bella per tergiversare in un luogo chiuso. Per strada incrocio i primi turisti, soprattutto stranieri, che girano già in pantaloncini e canotta. La loro presenza rende la mia giornata ancor più leggera, la connota di un clima festivo che cancella anche quel misero senso di colpa che, a volte, mi prende quando mento spudoratamente per non andare al lavoro.

Passeggio fino a piazza Duomo, cerco il gradino di fronte alla chiesa più esposto al sole e vado a sedermi. Volgo lo sguardo al sole, mi inarco all’indietro e, poggiato sui gomiti, mi rilasso del tutto. Con gli occhi socchiusi cerco di scrutare qualche bella tedesca: pensare che a quest’ora dovrei avere come unico panorama un macchinario sporco e quel grassone del capo reparto. Uno spettacolo indegno della grandezza umana. Non vengano a dirmi che il lavoro nobilita l’uomo: lo mobilita, lo debilita e lo ingabbia. Non vedo alcuna nobiltà in tutto ciò, ma in realtà è la connotazione positiva del termine nobiltà a sfuggirmi: non sono sempre stati prevaricatori ed assassini, i tanto decantati nobili? Quindi che il lavoro nobiliti vuol dire che rende assassini o vittime? In entrambi i casi colgo un aspetto reale, il decadimento della nostra umanità. Ce n’è di gente che lavora tanto, trascura la famiglia, si stressa fino a diventare intrattabile, irascibile e pericolosa, fino a compiere gesti inconsulti. Al contrario molti diventano schiavi del lavoro, pronti a dire sempre sì senza alzare mai la testa, devitalizzati fino in fondo conducono un’esistenza squallida al servizio dei padroni. Io mi colloco a metà: lavoro poco e trascuro la famiglia, una ricetta perfetta per non subire lo stress e sentirsi in pieno controllo della vita. Ho tutto ciò di cui ho bisogno per vivere e sono capace di crearmi il tempo libero necessario per godermi ogni singolo giorno. Si avvicina l’ora di pranzo mentre sonnecchio sui gradini scaldati da un sole piuttosto prepotente; di solito evito di mangiare quando sono in giro, anzi per la precisione perdo l’appetito. Allora inganno il tempo guardando le vetrine dei negozi di abbigliamento, alla ricerca di qualcosa che mi piaccia: sono convinto che un uomo debba essere sempre ben vestito e il mio stipendio, che spendo solo per me, è sufficiente a comprare nuovi indumenti ogni mese. Al cibo e al mantenimento dei figli ci pensa mia moglie: lei li ha voluti e lei deve curarli. Io praticamente non ho spese, escluse le sigarette e il barbiere. Sono riuscito a crearmi un’esistenza perfetta, con un piano tanto semplice quanto geniale: un anno, il primo, impeccabile da un punto di vista lavorativo e un paio di anni, forse meno, di comportamento da gentiluomo di altri tempi con quella che è poi diventata mia moglie. Qualche piccolo sacrificio in cambio di una vita tranquilla.

Alle tredici la temperatura comincia ad essere troppo elevata per starsene sdraiati al sole, così decido di darmi allo shopping; è una soddisfazione enorme vedere che, tranne i negozianti e qualche turista straniero, sono l’unico uomo a vagare tra le vetrine, in compagnia di donne che si godono la vita alle spalle dei loro sciocchi mariti. Noto con dispiacere che la qualità media dei capi di abbigliamento si abbassa ogni giorno di più, ma alla fine il mio occhio esperto scova un abito molto elegante. Costa la metà del mio stipendio, ma la qualità si paga, così lo provo, mi prendono le misure per bene e tra un paio di giorni passerò a ritirarlo. Tanto non avrei comunque potuto portarlo a casa oggi, a meno di non rientrare un’ora più tardi del solito, in modo da poter dire a mia moglie di essere andato a comprarlo all’uscita dalla fabbrica. Terminati gli acquisti torno in piazza Duomo, che comincia a riempirsi di giovani che, invece di studiare, preferiscono godersi la magnifica giornata. Come dargli torto? L’ambiente si è fatto troppo caotico, così decido di allontanarmi e di andare a rilassarmi in un parco che, tra l’altro, è lungo il tragitto del tram che mi riporta a casa. Cerco una panchina all’ombra, impresa ardua poiché se le sono accaparrate tutte gli anziani del quartiere, così non mi resta che sedere ai piedi di un albero, dopo aver disposto il giornale in modo da non sporcarmi. Appoggio la testa al tronco e mi addormento. Un sonno leggero si intende, di quelli che ti permettono comunque di percepire ciò che accade intorno: il cinguettio degli uccelli, le grida divertite dei bambini che giocano e l’abbaiare dei cani che usufruiscono dell’ora d’aria. Per me, che non sopporto le urla dei miei figli, dover ascoltare senza colpo ferire quelle di bambini sconosciuti è una tortura. Apro un occhio e cerco quello che strilla di più, un grassone che corre intorno al mio albero con la grazia di un ippopotamo; la tentazione di sgambettarlo è forte, ma non voglio certo finire nei guai. Di certo una volta a casa, al primo urlo partiranno scariche di ceffoni. E se mia moglie dovesse avere qualcosa da ridire ci sarà da divertirsi, con lei posso picchiare ancora più forte. La cosa di lei che più mi manda in bestia è che, quando vede che perdo la pazienza, manda i ragazzi a giocare dai signori del piano terra, per evitare che faccia loro del male. Devo anche dire che ha il buon senso di non rivelare a nessuno la mia indole aggressiva, così tutti mi reputano una persona perbene, gentile e disponibile. Tra l’altro questo è anche il mio vero modo di essere, è la mia famiglia a mandarmi in bestia: le continue richieste dei bambini, gli obblighi coniugali, in sintesi la condivisione della mia esistenza mi disgusta, sono nato per vivere da solo. Se non fosse per questa maledetta società che ci vuole tutti sposati ad una certa età, pena essere guardati con occhio critico, oggi sarei uno scapolo d’oro, ambito dalle donne ma irraggiungibile, se non per la durata di una notte. Per me poi, che vengo dal Sud, l’obbligo di farsi una famiglia è sempre stato piuttosto forte. Però mio padre, da persona intelligente, aveva tentato di mettere in guardia la mia futura moglie, le aveva fatto capire che non ero un tipo da sposare, ma lei era troppo innamorata per poter anche soltanto prendere in considerazione le sue parole. Mia madre invece, da buona madre del Sud, mi ha sempre esaltato, nonostante fossi sempre stato un perfetto nullafacente e mi fossi sempre rifiutato di lavorare quattordici ore al giorno nei campi come faceva mio padre. Per la verità non ci passavo nemmeno vicino a quei cazzo di campi, odiavo la terra appiccicata addosso, quel senso di sporcizia che non si toglie nemmeno dopo una doccia lunga e bollente. Non che quando ero ragazzo fosse possibile farsi delle docce del genere. La cosa che più non sopportavo era la sporcizia insinuata sotto le unghie, quello strato nero di lordume che i contadini si portano dietro per tutta la vita. Questo mio rifiuto netto del lavoro mandava in bestia mio padre, che aveva sofferto le pene dell’inferno per sopravvivere durante la seconda guerra mondiale e fare in modo che io, bambino, potessi diventare uomo e costruirmi una vita migliore. Invece, appena diventato arruolabile per il lavoro nei campi, o qualsiasi altro tipo di lavoro, avevo deciso di andarmene in giro, sempre ben vestito e pronto a spendere i miei soldi da un paio di puttane niente male che esercitavano nella mia zona. Questo dai sedici ai diciotto anni, poi quando la pressione di mio padre cominciava a diventare insostenibile l’esercito ha richiesto i miei servigi; dal giorno della mia partenza non sono più tornato a casa, tranne per visite lampo e per presentare la mia futura moglie ai genitori. Se lo meritavano: mi avevano mandato un mucchio di soldi per comprarle l’anello di fidanzamento ed io avevo speso tutto in vestiti, sigarette ed una puttana. Cosa sarà mai l’anello, un simbolo di possesso che ammonisce gli altri uomini di stare lontano dalla proprietà di un altro? Non sono tanto maschilista. Mio padre è morto poco dopo il matrimonio, stroncato da un infarto mentre lavorava la sua amata terra: polvere alla polvere. In questo caso il significato è letterale. Dire che abbia sofferto per la morte dell’uomo che tanto aveva fatto per me sarebbe una bugia, ed io odio mentire. Certo era stato strano vedere la persona più energica che avessi conosciuto giacere inerme per sempre, con una espressione tranquilla che non gli si confaceva per niente. Uno vive una vita intera in un modo e poi l’eternità gli stampa un’espressione che non gli appartiene per niente. Bell’affare. La cosa peggiore del funerale di mio padre è stata la sofferenza di mamma, che mi ha toccato davvero nel profondo: ero tanto sconvolto che la sera ho lasciato mia moglie a consolarla e, con la scusa di voler fare una passeggiata per commemorare papà, sono andato a sfogare la tensione con una nuova puttana del paese, la figlia di quella da cui andavo da giovane, solo molto più bella e meno capace.

Mia madre è ancora viva, di tanto in tanto viene a farci visita, e comincio a non sopportare il suo odore di muffa. Però ancora oggi mi passa un bel po’ di soldi ed in cambio vuole solo godersi i nipoti: per quanto mi riguarda può anche tenerli. Sono riuscito a perdere il contatto con la realtà, il bambino obeso non mi reca più alcun fastidio e il mio riposino fila via liscio che è un piacere. Quando comincerò a sentire freddo sarà ora di andare. L’idea non mi piace per niente, ma in ogni caso dopo una bella cena calda ed abbondante nulla mi impedirà di uscire di nuovo. Il sole comincia a tramontare, disegnando un quadro che mi piacerebbe poter riprodurre, ma purtroppo non sono capace di disegnare né di dipingere. Sono due delle tante cose che non sono in grado di fare; c’è solo una cura per la mediocrità: prenderne atto e godersela tutta. Non inseguo il successo nella società e il non saper far nulla di particolare, oltre al non essermi impegnato mai per capire quali fossero le mie capacità, mi rende un uomo libero. Quelli che hanno la passione per una qualunque cosa finiscono per diventarne schiavi, vivono la vita in funzione della loro missione, senza rendersi conto di rinunciare alla loro libertà. Cristo, che ha vissuto secondo la missione che si era imposto, è finito in croce e loro fanno la stessa fine. La vita va goduta, le passioni possono essere al massimo giornaliere: solo così siamo in grado di dominarle e godercele davvero. Comincio a sentire freddo, è ora di alzarsi e recarsi alla fermata del tram.

Come al solito questa è l’ora di punta, ma per fortuna il viaggio non dura più di una ventina di minuti, durante la metà dei quali mi toccherà sgomitare e annusare la puzza di sudore di qualcuno. Una cosa disgustosa. Avessi almeno avuto la voglia di prendere la patente, non mi troverei in questa situazione. Pazienza, questa è una delle controindicazioni dell’essere spiriti liberi. Oggi va meglio del solito, devo aver preso una di quelle corse fortunate che si incastrano tra due super affollate. Riesco addirittura a sedermi, ma la pacchia dura poco: alla prima fermata sale una persona anziana, cui cedo il posto con larghi sorrisi e mille salamelecchi, anche se in cuor mio la maledico.

«Grazie signore, sapesse quante sono poche le persone che cedono il posto oggigiorno. Davvero molto gentile! ».

Cerco di fare il mio miglior sorriso prima di farmi bello con la solita frase di circostanza: «non si preoccupi signora, è il minimo che posso fare. Anche io non capisco come possa certa gente restare seduta e far finta di niente di fronte a chi ha bisogno di viaggiare tranquillo e sicuro. Forse pensano che, solo perché avete vissuto i momenti terribili della guerra, potete starvene in piedi e combattere contro gli scossoni del tram. »

Ho un’espressione talmente ebete da farmi ribrezzo da solo, ma in pubblico non riesco a controllare la mia gentilezza. È più forte di me, devo essere sempre il più disponibile con chi non conosco. Certo ho un carattere ben strano.

Faccio un ultimo sorriso alla signora e mi allontano di qualche passo, per evitare che la vecchia attacchi bottone, costringendomi ad abusare dell’immagine di gentiluomo d’altri tempi. Arrivo alla mia fermata senza altri imprevisti, scendo e comincio a frugarmi in tasca alla ricerca delle chiavi, senza successo. Devono essere nel borsello, ma non ho nessuna voglia di aprirlo: suonerò il campanello, cosa ce l’ho a fare una moglie se non mi apre la porta? Suono tre volte senza ottenere risposta; forse la signora è andata a fare la spesa, oppure è a casa di qualche collega. In ogni caso al suo rientro dovrà fare i conti con me: esigo che sia già a casa quando torno, sa bene come la penso. Abitare al quarto piano di una palazzina senza ascensore non è il massimo, specie quando i pacchetti di sigarette e la sedentarietà hanno cancellato ogni barlume di fiato dai polmoni; mio figlio vola su queste scale. Ansimo e sbuffo come la più scalcinata delle locomotive a vapore mentre, con mano tremante, cerco di infilare la chiave nella toppa. È tutto in ordine nella piccola cucina, appoggio il borsello sul tavolo e vado in camera, dove regna uno strano disordine: cassetti aperti, da cui mancano i vestiti di moglie e figli, abiti abbandonati sul letto che non è stato rifatto. Mi guardo intorno mentre la rabbia comincia a pervadermi del tutto; stringo i pugni e giro per casa in preda alla follia, mentre tutto si tinge di nero. Nella testa sento rumori di stampo fumettistico: “grrr!” “roarrrrrrr” e cose del genere mi trapanano il cervello. Un ronzio mi trafigge il cranio da un orecchio all’altro, un moto oscillante che non concede tregua. Poi un attimo di calma, la testa libera per qualche secondo, finché le orecchie si otturano come capita in montagna, mi manca il respiro e divento rosso in viso. Le mani iniziano a tremare e gli occhi si iniettano di sangue, sento di essere vicino a perdere del tutto il controllo del corpo quando, proprio mentre sto per esplodere, squilla il telefono: «Franco, noi non torniamo più.»

Non faccio in tempo a dire nulla che la stronza ha già messo giù. Se ne è andata, è fuggita. Cazzo se la pagherà, la troverò e le farò scontare tutto. Mi siedo ed accendo una sigaretta, devo ritrovare la calma. Impiego il tempo di qualche boccata per ricordare la discussione che abbiamo avuto in mattinata, troppo simile a mille altre perché gli dessi un peso particolare: lei mi aveva detto che avrebbe fatto tardi, per via di alcuni impegni di lavoro, ma io le avevo intimato di tornare presto. Poi avevo aggiunto: «se quando torno non sei a casa, appena rientri ti faccio una bella festa. A te e ai bambini.» E lei: «Guarda che poi i miei fratelli la fanno a te, la festa…».

«Ma devono arrivare da molto lontano i tuoi fratelli, e allora la festa sarà finita!». E invece no, cazzo, sono arrivati e li hanno portati via. Deve essere andata così, lei deve essere tornata a casa, l’unico posto dove sa di essere al sicuro. Non sarebbe mai andata a casa di qualche sua amica qui vicino, sapeva che l’avrei ripresa subito e l’avrebbe pagata cara. Maledetta puttana, abbandonare suo marito così, sfasciare la famiglia. A questo non sarei arrivato mai neanche io.

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Giacomo Mario Ricchitelli :

Se i miei conti sono esatti, e lo sono se la genetica conta qualcosa, sono giunto ai due terzi della mia esistenza.

Spesi come?, mi chiese un medico durante una visita. Ho fatto molte cose inutili, alcune utili, un paio eccellenti, anche se tecnicamente il mio ruolo è stato marginale.

Ho scoperto che un libro per bambini intitolato “Magari domani“, è un plagio della mia esistenza, ma eviterò di fare causa alla casa editrice e di dirlo ai miei figli, per evitare pericolosi tentativi di emulazione.

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Il suo blog GMR … dove leggere alcuni estratti dal libro e i diari della moglie e dei figli di Franco, il protagonista. Nel libro sono spesso nominati, ma non hanno praticamente voce. La trovano lì.

1 Comment on "“PATER” di Giacomo Mario Ricchitelli"

  1. Grazie, Doris, per questa proposta. Il libro di Giacomo Mario Ricchitelli ha tuute le premesse per essere un libro utile, su di un tema che viene affrontato spesso superficialmente, senza la profondita’ che merita.

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