Il Tony Scott di Franco Maresco – Intervista a Giuseppe Bisso

Tony Scott

Franco Maresco

“Ci sarebbe da ridere se non fossimo già impegnati a piangere”
Franco Maresco

Considero Daniele Ciprì e Franco Maresco i continuatori del nostro cinema più visionario, quello per intenderci di Fellini, Pasolini e Carmelo Bene. La loro separazione faccio fatica a metabolizzarla e mi auguro che, anche se non piu insieme, ritroveranno i “demoni” di un tempo. Ciprì nel frattempo ha lavorato come direttore della fotografia degli ultimi film di Marco Bellocchio, mentre Maresco ha portato a termine un documentario sul clarinettista Tony Scott, presentato fuori concorso al festival di Locarno di quest’anno e dal titolo “Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz.” Ho chiesto a Giuseppe “Pippo” Bisso, produttore di molti dei lavori di Ciprì e Maresco di parlarci del documentario di Maresco, da lui prodotto per Cinico Cinema insieme a Rai Cinema e alla Film Commission Sicilia.

-Chi era Tony Scott?
– E’ il nome d’arte di Antonio Giuseppe Sciacca, nato a Morristown nel New Jersey nel 1921, da una famiglia originaria di Salemi, e considerato alla fine degli anni quaranta il più grande clarinettista jazz. Il film ne ripercorre la vicenda musicale e umana guardando allo stesso tempo alla storia americana dell’immediato dopoguerra e a quella più recente del nostro Paese; a partire dalla fine degli anni sessanta, infatti, Tony Scott decise di venire a vivere in Italia.
-Un grande errore, come si evince dallo stesso titolo.
-Di errori ne ha commessi diversi. Il più grave, secondo Maresco, è stato quello di stabilirsi in Italia, che si rivelerà il Paese incivile e imbarbarito che conosciamo. Il nostro Paese lo ho sostanzialmente emarginato, non ha saputo comprenderne il valore.
-Interessante come vengono presentati i diversi periodi di Tony Scott in Italia, a partire dagli anni di piombo, l’ascesa al potere di Berlusconi…
-Sì, fino ad arrivare agli anni più recenti, sempre più desolanti, di tv spazzatura. Sconcertante ad esempio il modo con cui Bonolis in un programma del 2005 tratta Tony Scott, lo chiama Babbo Natale per via della sua barba lunga e canuta e lo presenta come una sorta di incantatore di serpenti, con tutti i fin troppo facili doppi sensi…
– Per citare di nuovo Maresco: «Ci sarebbe da ridere se non fossimo già impegnati a piangere»…
-Finì per condurre una vita molto povera, da barbone quasi. E anche da morto le cose non andarono certo meglio. Da morto, così come era successo spesso da vivo, si trova ad essere “ospite” di qualcuno, visto che il comune di Salemi, le autorità in genere, non si sono interessate di assicurargli un posto al cimitero.
– Molto articolata la sua vicenda musicale, a partire dall’incontro con Charlie Parker, all’esperienza in Giappone in cui seppe mediare la sua musica con la meditazione zen, fino alle sue performances con i nostri migliori jazzisti…
– Aveva studiato musica in scuole prestigiose ma imparò soprattutto sul campo. Fondamentale l’incontro con Parker che gli permise di suonare con lui. Il lungo sodalizio con Billie Holiday, di cui era stato arrangiatore e compositore oltre che amico fraterno. L’esperienza non certo esaltante nell’orchestra di Duke Ellington, dove fu vittima di razzismo alla rovescia, i musicisti lo osteggiavano a tal punto che non gli dicevano il brano che stavano per suonare. Fu tra gli scopritori di Bill Evans. E poi l’amicizia con Buddy De Franco, anche lui clarinettista di origine italiana, con cui si trovò per anni a contendersi il ruolo di migliore clarinettista nelle riviste specializzate.
– Significativo l’episodio dell’incontro con De Franco per un programma della televisione americana, quando tutti e due ormai vecchi si trovano a stare nello stesso albergo e Scott osserva come De Franco continui ad esercitarsi regolarmente, mentre lui invece più che studiare preferiva “suonare.”
– Senz’altro due modi diversi di intendere l’arte e la vita. De Franco inorridisce al suono che produce Tony Scott da vecchio, per molti invece rappresenta quanto di più alto raggiunto dal clarinetto nella storia della musica. Il suo è un jazz capace di andare oltre i generi, si nutre di tante influenze ma conserva un suo stile unico, inconfondibile.
-Come è nata l’idea del documentario?
-Il documentario era inizialmente parte di un progetto sui jazzisti siculo-americani a cui avevano lavorato insieme Ciprì e Maresco, ci sono infatti nel film delle riprese fatte da Ciprì. Vista poi l’importanza della figura di Tony Scott, Maresco ha preferito dedicargli tutto un film, che ci ha tenuto impegnati per tre anni con riprese negli Stati Uniti e tanto materiale raccolto anche in Italia.
-Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
-Tanto, tantissimo, nonostante le difficoltà. Ho avuto modo di conoscere quelle persone che sia negli Stati Uniti che in Italia sono state vicine a Tony Scott. Di alcune meglio non parlarne… Tra le tante comunque voglio ricordare la figlia Monica, che nei titoli di testa ascoltiamo mentre canta, in una registrazione di quando aveva dodici anni, Lush Life, la canzone preferita da Tony Scott (obbligava le figlie a cantarla spesso, a volte minacciandole di non portarle fuori).
-Un lavoro secondo me importante non solo per gli amanti del jazz, mi piace infatti oltre allo spaccato storico e sociale che viene presentato, il modo in cui emerge la figura umana di Tony Scott.
-In questo senso Maresco è stato molto obiettivo, ha cercato di guardare a diversi aspetti, anche a quelli meno noti o edificanti, di Tony Scott. Il film può essere visto come una parabola sull’esistenza, sull’imprevedibilità della vita.
-Riprendendo il titolo, potremmo dire che a un certo punto Tony Scott avesse deciso di morire e non poteva scegliere meglio di un Paese come il nostro?
-Sicuramente qualcosa lo cambiò profondamente a un certo momento della sua vita, forse la consapevolezza che finiva un’era, che il jazz della 52esima strada non c’era più. Era comunque un uomo e un artista alla continua ricerca di se stesso, capace di scelte coraggiose come andare a vivere in Giappone. L’Italia l’ha sempre avuta nel cuore, era un po’ cercare le sue radici… Nel suo jazz, fin degli inizi, si sente infatti una matrice mediterranea. Del resto il legame musicale con la nostra tradizione era molto forte nella sua famiglia; il nonno, direttore della banda di Salemi, prese a mandargli le sue composizioni non appena seppe che stava imparando a suonare il clarinetto.
-Che tipo di distribuzione avrà il film?
-Una distribuzione internazionale, vista l’entità del progetto. Sarà anche trasmesso dalla Rai che ha coprodotto il film.
A.L.

Giuseppe Bisso

There’s a lot of demons down inside me that I gotta take them up sometimes, pat them on the head and sometimes kick them in the ass.
You gotta keep your spirit behind your physical, because if your mind says ‘Let’s get out there and DO IT!’ and your body says ‘Oh, man I’m tired’, you don’t move.
It’s not easy to be an human being and on top of that an artist – well, that may be a little harder and a little easier. Anybody’s gotta work in that office every day, good God! Give me jazz starvation instead of having to do that, same subways and traffic.I’ve seen people doing the morning rush hour…but I’ve been coming from Minton’s Playhouse jam session at 8:a.m., man, I’m free.
(Tony Scott)

Tratto da http://www.tonyscott.it

7 Comments on "Il Tony Scott di Franco Maresco – Intervista a Giuseppe Bisso"

  1. di tony scott ricordo un CD molto raffinato di cui ora mi sfugge il titolo e che ritengo una chicca per pochi intenditori: dove acquisto CD, credo l’unica copia venduta!

  2. Non poteva sfuggirti, roberto 🙂

  3. ti sono grata di avermelo fatto conoscere.

  4. ciao Cristina!

  5. Bellissime suggestioni in “Zen Meditation”! Non conoscevo Tony Scott; vedrò il film. Italia…bah.

    Grazie Abele,

    Rosaria

  6. giancarlo locarno | settembre 14, 2010 at 09:18 | Rispondi

    Di Ciprì e maresco guardavo sempre Cinico TV (ricordo che invece i miei genitori non riuscivano proprio a sopportarlo).
    bella l’osservazione che i due registi sono i continuatori di un filone che fa capo a Pasolini o Fellini, o Bene, aggiungo un’osservazione sulla differenza, mi sembra che Fellini e Pasolini in particolare cercano un’umanità primitiva, che viene prima della civiltà. Invece i due registi sembrano descrivere un’umanità sopravvissuta alla civiltà, mi viene il paragone con Dopo bomba di Bonvi.
    Tony Scott non lo conoscevo, il brano meditazione zen lo sento come piccoli scrosci di note che successivamente cadono nel vuoto.
    Attendo con ansia e fiducioso di vedere il film sulla rai.

    giancarlo

  7. Grazie Rosaria e Giancarlo!
    D’accordo, Giancarlo, su quanto dici sul dopo bomba ( la fine della luce come la chiamano i due, e il nostro fingere di vedere…), del resto per Pasolini la morte aveva ancora una sua sacralita’, “dà senso alla vita”, diceva. Il pianto delle prefiche-uomo in C e M e’ invece volutamente meccanico, anche la musica di Bach (la Passione di San Matteo) per accompagnare i poveracci diventa la parodia di Accattone.
    abele

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