Tomas Tranströmer – Carillon (Franco Intini)

Carillon

Madame disprezza i suoi ospiti che vogliono
abitare nel suo albergo malandato.
Io ho la camera d’angolo al secondo piano: un letto
Marcio, una lampadina al soffitto.
E, cosa strana, pesanti tendaggi dove
Quasi mezzo milione di acari è in marcia.
 
Sotto, passa una strada pedonale
Con turisti lenti, scolari veloci, uomini in tuta da lavoro
Che portano biciclette rumorose.
Chi crede di far girare la terra e chi crede
di girare nella inesorabile stretta della terra.
Una strada che tutti percorriamo, dove sbocca?
 
L’unica finestra della camera dà su qualcos’altro:
la Piazza Selvaggia,
un terreno che lievita, una grande superficie tremante,
talvolta piena di gente, talvolta deserta.
 
là ciò che ho dentro si materializza
tutto il terrore
tutte le speranze.
Tutto l’impensabile che tuttavia accadrà.
 
Io ho sponde basse
se la morte sale di due centimetri vengo sommerso. 
 
Sono Massimiliano. E’ l’anno 1488. Mi tengono
prigioniero qui a Bruges.
Perché i miei nemici sono incerti
Sono malvagi idealisti e ciò che hanno fatto
Nel cortile degli orrori non posso descriverlo,
non posso trasformare il sangue in inchiostro.
 
Sono anche l’uomo in tuta che tira giù in strada
la sua rumorosa bicicletta.
 
Sono anche quello che si vede, il turista
che cammina e si ferma, cammina e si ferma,
e lascia lo sguardo vagare sui volti pallidi
abbronzati dalla luna delle antiche pitture e
sui tessuti ondeggianti.
 
Nessuno decide dove andrò, tantomeno io stesso,
eppure ogni passo è dove deve essere.
Ah vagare per le guerre fossili dove tutti sono
Invulnerabili perché sono tutti morti!
 
Le polverose masse di foglie, i muri con le loro
Fessure, i sentieri dei giardini dove lacrime pietrificate
Scricchiolano sotto i tacchi…
 
Inaspettatamente come inciampando in un filo teso,
parte il suono del carillon nell’anonima torre.
Carillon! Il sacco si spacca alle cuciture
E le note si riversano sulle Fiandre.
Carillon! Il bronzo delle campane tabante, salmo
E canzone in voga, tutto in uno, e tremante scritto nell’aria.
 
il dottore dalla mano tremante scrisse una ricetta che nessuno
sa decifrare ma la calligrafia si riconosce…
 
Sopra il soffitto e sulla piazza, sull’erba e sulle messi
Suonano le campane per i vivi e per i morti.
Difficile distinguere tra Cristo e Anticristo!
Alla fine le campane ci fanno volare a casa.
 
È calato il silenzio.
 
Sono di nuovo nella camera d’albergo: il letto, la lampada,
le tende. Qui si sentono strani suoni, la cantina
si trascina per le scale-
 sono sdraiato sul letto, le braccia spalancate.
Sono un’ancora che si è sepolta a dovere e mantiene
Là sopra l’enorme ombra galleggiante,
il grande sconosciuto di cui sono una parte e che è
certo più importante di me.
 
Fuori passa la strada pedonale, la strada dove i miei passi muoiono
 e così lo scritto, la mia prefazione al silenzio,
il mio salmo alla rovescia
 
(da Poesie del silenzio,2011 a cura di M. C. Lombardi, Crocetti editore,)

Siamo in una camera d’albergo a Bruges nelle Fiandre, dove il poeta alloggia e sta ri\pensando alla padrona di casa, al suo malcelato disprezzo nei confronti degli ospiti. Passa dunque a dare le coordinate geografiche e gli effetti di quella avversione sulla  trascuratezza dell’appartamento.

Madame disprezza i suoi ospiti che vogliono\ abitare nel suo albergo malandato

Unica nota contrastante i drappi pesanti forse per il passaggio di un milione di acari. Ma non sono gli unici ad essere in marcia. La strada che scorre di sotto è un fiume di persone e ruoli che vanno e vengono in ogni direzione e per mille motivi, tutti accomunati dall’incognita di non sapere dove finisca il fiume umano. Fa pensare inevitabilmente al film di Bergman “Il silenzio”, in cui due sorelle sono costrette ad alloggiare in una città sconosciuta, dove parlano una lingua ignota etc. l’ immagine della Piazza Selvaggia su cui affaccia l’unica finestra rinforza quest’idea di un mondo circostante in lievitazione, che sembra stia partorendo qualcosa dall’esito imprevedibile e minaccioso che incute terrore. La vista porta alla mente qualcosa che riflette l’interiorità del poeta:

là tutto ciò che ho dentro si materializza\tutto il terrore\tutte le speranze.\ Tutto l’impensabile che tuttavia accadrà.

È dunque una figura che si sta specchiando nel grande fiume, popolato dalla minaccia, dal mistero incontrollabile dotato però di una sua legge che spinge inesorabilmente verso una foce che nessuno sa. E in effetti la canoa che l’attraversa è  sempre alla portata della morte che costituisce il nucleo fondamentale, la forza trainante di ogni evento.

Io ho sponde basse\se la morte sale di due centimetri vengo sommerso. 

Non solo la morte è capace di abolire quando vuole le distanze tra l’individuo e sé stessa, ma anche di cambiare l’io in ciò che non è. L’io che può diventare nulla è però ogni cosa. Massimiliano rappresenta la perdita dell’io e ricollocazione in un tempo ed in una circostanza che sembra ricalcare l’attuale di angoscia e pericolo, ma non lo è. Ciò che ne risulta invece è una magnifica metafora della spersonalizzazione ad opera della negatività che scorre e regna nel mondo. l’io che si soffermava a considerare la Madame dell’ albergo, adesso non è relegato in un mondo storicamente determinato, che positivamente procede con le sue lancette d’orologio nel verso prestabilito, ma è soggetto alla negatività che spinge l’orologio indietro, in tempi che appartengono all’intoccabile, irreversibile, immutabile e viola il principio personale moltiplicandolo ad arbitrio:

Sono Massimiliano. E’ l’anno 1488, mi tengono prigioniero qui a Bruges(…).\\Sono anche l’uomo in tuta che tira giù in strada\la sua rumorosa bicicletta.\\ Sono anche quello che si vede, il turista\che cammina e si ferma, cammina e si ferma,\(…)

Una volta che la negatività ha preso piede, perde di significato ogni decisione. Non c’è più il dubbio cartesiano a rimettere l’uomo al volante della sua esistenza, ma un non senso che riflette quello della razionalità senza esserlo.

Le due superfici dello specchio in fondo rivelano di essere soggetti alla stessa necessità. Non si sfugge all’unità degli opposti, da una parte il tempo con le sue madame, la stanza d’albergo e gli acari, dall’altra il non tempo che lo riflette abolendolo e permettendo l’esperienza contraria di passeggiare tra guerre fossili e dove nulla cambia irreversibilmente, come per l’insetto in una goccia di ambra che sembra possa ritornare in vita non appena gli siano tolte di dosso le lacrime pietrificate.

Ma ecco all’improvviso il suono del Carillon sulla torre a ridare coerenza agli eventi. Il senso del tutto che scorre è un mistero, ma non si può negare che qualcosa ed il suo contrario operino al suo interno poichè:

il dottore dalla mano tremante scrisse una ricetta che nessuno\sa decifrare ma la calligrafia si riconosce…

come il dottore dalla mano tremante e dalla calligrafia riconoscibile così il carillon opera in un regno in cui è facile riconoscere la regolarità del suono ma dove, dominando l’aleatorietà e l’imprecisione, gli eventi risultano privi di significato e dunque indecifrabili, senza contorni, fusi e confusi l’uno nell’altro, dove a esemplificare tutto, risulta:

Difficile distinguere tra Cristo e Anticristo!

Il ritorno nelle coordinate spazio temporali, è opera di qualcosa di imprevisto come l’esplosione di note, una melodia proveniente dalle visceri della storia  che inondando le Fiandre adesso agisce come un deus ex machina- lo stesso a cui ci ha abituato Bergman di Fanny e Alexander-abitante di una terra di nessuno ma nello stesso tempo in grado di rimettere le cose a posto e risolverle proprio quando la negatività stava giocando le sue carte di fascinazione e appagamento:

Ah, vagare per le guerre fossili dove tutti sono\invulnerabili perché sono tutti morti!

Il suo miracolo consiste nel riportare tutto a un silenzio immenso che maschera la morte, pari in profondità all’estremo scampanio che l’ha preceduto,  ma anche quello in cui la persona rinasce ritrovando vigore e centralità nel ricondurre i diversi personaggi in cui s’era disperso e cancellato.

Alla fine le campane ci fanno volare a casa

Ma è una vista dal basso verso l’alto adesso come di un’ancora che guarda la sua nave, enorme e sconosciuta che galleggia sull’acqua.

Senza quell’ancora la nave andrebbe alla deriva e con essa il mondo dalle molteplici sfumature e finalità popolato da una molteplicità di individui di cui aveva detto, qualche riga più sopra:

Chi crede di far girare la terra e chi crede\ di girare nella inesorabile stretta della terra

Ciò che il poeta invita a cogliere a questo riguardo è il fatto che tra molteplice e individuo c’è sì un rapporto di necessità ma l’uno è importante, l’altro no. La nave ed il tutto sono essenziali, l’ancora, il soggetto è solo una parte sostituibile. In rapporto alla completezza del tutto la verità di ciò che chiamiamo persona è allora la sua funzione, nient’altro.

la metafora dunque ci dice che non è un ritorno alla propria identità che ci aspetta tornando in noi, ma un destino di reificazione persino nella nostra casa, dove è massimo il valore del sé.

Fuori passa la strada pedonale, la strada dove i miei passi muoiono\ e così lo scritto, la mia prefazione al silenzio,\

il mio salmo alla rovescia

Nella stanza rimane l’ancora ed il logos del poeta che in confronto all’immensa potenza del Carillon, capace di inondare ogni cosa e ogni tempo, rappresenta soltanto una voce infinitesima destinata a ritornare indietro come un’eco ed a fare da prefazione al suo silenzio altrettanto infinitesimo nei confronti di quello cosmico causato dalla cessazione del Carillon.

Franco Intini

2 Comments on "Tomas Tranströmer – Carillon (Franco Intini)"

  1. Bellissima poesia di Tranströmer, di cui Franco Intini ci aiuta a cogliere tutta la potenza immaginifica. Non a caso Franco fa dei richiami al cinema di Bergman.
    Le immagini infatti (interni/esterni, movimenti, dettagli/campi lungi) creano una visione complessiva di luoghi/momenti lontani e presenti in cui il poeta diventa il centro indifeso e le campane ne dirigono il flusso incessante. Grazie.

  2. Giancarlo locarno | luglio 28, 2018 at 22:23 | Rispondi

    Ho letto “Poesia del silenzio” di Transtormer quando gli è stato assegnato il premio Nobel nel 2011, curioso di un poeta che non avevo mai nemmeno sentito nominare, e l’ho trovato molto interessante.
    In questa poesia il poeta , che si presenta per me un po’ come il Gerontion di Eliot , interagisce con il mistero del mondo così come lo percepisce , fossile, spersonalizzato e imperscrutabile, e forse sono i vecchi che vedono vecchio il mondo, lo vedono invecchiare come la loro casa . Bella l’osservazione di Franco Intini che il carillon sembra avvertire che c’è una melodia senza tempo che regge il mondo, c’è una ricetta, ma è illeggibile, perché il mondo parla ma non se ne conosce la lingua, rimane dunque il mistero ma con un’altra consapevolezza, che consente di mantenere un minimo di io individuale e interrogante. Questo disincanto di fronte al mondo mi fa pensare anche a Holan.

    Di questo volume mi è rimasta impressa la poesia:

    Dal marzo 79

    Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua
    Sono andato sull’ isola coperta di neve
    Non ha parole il deserto
    Le pagine bianche dilagano ovunque!
    Scopro orme di capriolo sulla neve
    Lingua senza parole.

    Queste parole senza lingua e questa lingua senza parole nel deserto del mondo non smettono mai di interrogare.

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