Paolo Vincenti: Le ricordanze

Vincenzo Ciardo

LE RICORDANZE

“Un anno è andato via della mia vita, già vedo danzar l’ altro che passerà.
Cantare il tempo andato sarà il mio tema perchè negli anni uguale sempre è il problema:
e dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi,
cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi,
canterò soltanto il tempo…”

( “Il tema” – Francesco Guccini)

Era inverno, in quel tempo gli inverni ancora cadevano qui a Sud, il freddo penetrava le finestre e sembrava già notte alle cinque di pomeriggio. Le ombre vaghe si allungavano nel semibuio del salone. Le case d’inverno avevano un che di autentico, originale, non saprei come definirlo in altri termini, ma anche spettrale, con quei lumicini a rischiarare tremuli un buio altrimenti compatto, lucido, stirato, un vero buio insomma, come arrivato dall’ante quem, quasi sputato  dai primordi del tempo. Oh sì, abbuiava presto d’inverno e l’oscurità conferiva alle persone, nei contorni indefiniti, sfumati, dei volti splenetici, che a me richiamavano quell’atmosfera precisa e inconfondibile aspersa fra le pagine della mia antologia di italiano, “Comunicare con…”, aduggiata fra le sue parole, nel bianco e nero delle sue righe.  In quei tre puntini di sospensione del titolo era l’estrinsecarsi della libertà, della più sfrenata fantasia, l’apoteosi delle possibilità. La libertà, cioè, di comunicare con chiunque, con tutto il mondo, a mio assoluto piacimento, secondando ogni più strampalato capriccio. Questo libro scolastico mi parlava di cose meravigliose e impalpabili come per esempio  “La storia dei ricci” di Gramsci, oppure “ Un leone di duecentocinquanta chili” di Folco Quilici, o ancora gli avvistamenti degli Ufo, e via leggendo. C’era una luce gialla nelle case d’inverno, che rendeva le persone cinerognole e a guardare quel fioco brillio da fuori si potevano cogliere, quasi che l’aria stessa li generasse,  fili di sogni,  arabeschi di figure riverberanti nel calore di quella luce. Al contrario, se dai vetri essudanti per il tepore delle stufe a gas, si guardava fuori, il teatro che si offriva alla vista era un buio sipario trapuntato da pagliuzze d’oro, un nero fondale solcato da luminescenze come le stelle dorate sulla carta cielo del presepe; e se si prestava orecchio allo scalpiccio dei passanti, quando non coperto dal rimbombo delle macchine,  questo sembrava, nel silenzio della sera, il passo lieve di fantasmi, il germinale schiocco della vita nell’impatto con la terra e con la storia. Un buio così disposto, soprattutto quando il gelo accartocciava le foglie, nel tempo di tramontana secca e dritta, un buio così deciso, abalienato, io non l’ho più visto. Del pari, un silenzio così desolato, aurorale, in certi momenti dell’infanzia, mai più ho potuto sentirlo.  In casa dei nonni, sorta di wunderkammer d’altri tempi, stipati agli angoli, ammassati nelle credenze o nei ripostigli, carabattole dimenticate, cianfrusaglie di ogni risma, oggetti inutili e romantici che oggi farebbero la gioia di un rigattiere ma che allora erano considerati, da mia madre, soltanto paccottiglia, ferri vecchi, inutile ciarpame nonnesco. Oh, l’odore della calce che cuoceva lenta nella calcara, come titillava le mie narici e la mia fantasia! Restavo intere ore, in barba ai compiti e ai richiami della nonna, davanti a quella broda fumante e ribollente che borbogliava strane formule alchemiche alle mie orecchie di iniziato, massime segrete, arcani a nessun altri intellegibili.  Mio nonno muratore infatti produceva in casa la calce per i suoi lavori. Era inverno dunque, e il buio del salone era rischiarato solo dalla luce azzurrina del tv color Philips, che disegnava strane figure nella stanza. Guardavo un telefilm di fantascienza, “Zeffiro e Acciaio”. Di là, nella stanza della cucina, il camino crepitava e sentivo la nonna armeggiare davanti ai fornelli, intenta a preparare la cena. La stufa a gas mi trasmetteva un caldino appena sufficiente a sbrinarmi le narici smoccolanti e sgelarmi i piedi diventati  ghiaccioli. Con il  fumo che sbuffavo dalla bocca, mi divertivo a tracciare aeree volute prima che cristallizzasse a causa del gran freddo. Zeffiro e Acciaio erano viaggiatori del tempo e mi inquietavano quegli ambienti che essi frequentavano, così asfittici, scarni, disadorni, sporchi, fantasmatici. Mi raggomitolavo nel divano e mi facevo sempre più piccolo man mano che la tensione cresceva e la trama diventava più intricata. Come intricata era pure la trama del divano, in tessuto rosso Bologna, con i bottoni nella spalliera che la rendevano simile ad un gruviera. La tensione del telefilm diventava più serrata fino alla rivelazione, al disvelamento finale del mistero. Quel momento mi faceva sobbalzare, trasalire, e strozzavo in gola un urlo di terrore. Poi, riacquistavo la calma e continuavo a guardare la tv. E ancora rincantucciato nell’angolo destro del sofà, mi trovava la nonna quando accendeva la luce del salone. Anche un altro telefilm fantasy mi produceva lo stesso nero terrore: “Doctor Who”; e così pure un cartone animato: “Bem”.  Memorabili pomeriggi, trascorsi nella casa dei nonni, quando il vapore lento del ferro da stiro saturava l’aria mentre io sonnecchiavo nel silenzio assorto davanti al camino dove i carboni ardenti mi ipnotizzavano con il loro frullio lento e regolare ed il brillio fioco intermittente. In quell’ozio sonnolente, saggiavo una pace inesplorata, una sorta di beatitudine che deve assomigliare alle estasi dei santi, alle trance dei medium, senza però alcuna capacità divinatoria. Ché anzi, tutta l’infanzia è proprio un crogiolarsi nella beata inconsapevolezza, nell’incoscienza del futuro.  A volte, quando la nonna era assente, fuori per qualche commissione, ed io ero solo in casa, ad un certo punto, se la sua assenza perdurava, mi prendeva una sgradevole sensazione: quella di non essere solo. Non una sensazione vaga, indistinta, tipica dei bambini più facilmente impressionabili, ma proprio la percezione netta, tangibile, di essere osservato da qualcuno, che qualcun altro fosse con me, ospite indesiderato e vagante. Mi figuravo la presenza di questo spirito indiscreto che mi spiasse magari da sotto il letto o da dietro la grande cassapanca o da un angolo dell’armadio e tenevo fermo lo sguardo, piantato sul quaderno o sul libro su cui stavo studiando, per paura di incontrare i suoi occhi cattivi. Mi mettevo a ripetere ad alta voce la lezione di storia, oppure a parlare con me stesso per scacciare quel fantasma dalla mia testa. Mi ponevo delle domande, mi davo le risposte, spostavo a bella posta un oggetto o una sedia facendo più rumore possibile perché l’anima purgante, il poltergeist, il casper fastidioso, capisse di dovermi lasciare in pace. E guardavo la porta, con occhi offuscati dal pianto, nella speranza che si aprisse, che vedessi la nonna ritornare per sentirla scacciare con la sua voce quelle paranoie di bimbo, come sciocchezzuole, fanfaluche. Spesso parlavo con me stesso, anche quand’ero in giardino, nelle pause dei pomeriggi di studio, o la mattina nel bagno mentre mi preparavo per andare a scuola, oppure quando a piedi percorrevo lunghi tragitti. Non avevo molti amici allora, anzi non ne avevo nessuno, alcuna ragazza cui fare il filo. Mi contentavo di poco. Il pensiero della morte veniva spesso a visitarmi e alla lunga era diventato ossessivo. Madido di sudore, mi svegliavo nelle notti e accendevo le luci. Avevo paura di sperdermi.  Avevo paura di perdere le persone care. Apparentemente estroverso, vivace, gioviale, ero in realtà piuttosto malinconico. Si sa, la vita è una rappresentazione comica e tragica e sempre i due momenti si bilanciano.  Me ne stavo a volte, triste, con i gomiti sul tavolo. Ma quando i nonni mi lasciavano entrare nel pollaio per raccogliere l’uovo di tortora, così caldo, bianco, levigato, oblungo, oppure in primavera ritrovavo in giardino la vecchia tartaruga, appena uscita dal letargo, in quei momenti ero felice.

PAOLO VINCENTI

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