Paolo Vincenti: Satura 14

SATURA 14
Attenti ai mercati! Mato matto Mattarella!! Da gabbiano a falco nel tempo di un giro di consultazioni.  Il più freddo e distaccato interprete del rigore quirinalizio, imbalsamato nel protocollo, ingessato in un ruolo notarile che poco o niente concede a soprassalti emotivi, di colpo trasforma il suo settennato in uno dei più politici che ci siano stati. Colui che fino ad ora mi sembrava il nipote di Mr Spock, il vulcaniano della serie fantascientifica “Star Trek”, data la sua imperturbabilità, ecco che l’altra sera spiazza tutti, mandando a carte 48 il Governo Di Maio-Salvini. Con il suo passo felpato, la sua facies sempre uguale, che non tradisce nessuna emozione, manda all’aria mesi di false trattative, falsi veti incrociati, falsissimo febbrile impegno dei due leaders dioscuri. Confesso di aver accolto con un sospiro di sollievo l’intemerata mattarelliana, poiché del tutto sgradita mi era l’ipotesi di una accozzaglia giallo verde, anzi russa, come l’insalatona che, se ci si abbuffa, procura una colossale indigestione.  Poi, però, ragionando su quanto accaduto con la dovuta lucidità, mi sono reso conto che Mattarella l’aveva fattta grossa, precipitando il Paese nel baratro di una campagna elettorale infinita. A dire il vero, il Mato matto Mattarella le ha sbagliate proprio tutte, ha gestito malissimo questa grave crisi istituzionale, definita crisi di sistema. Ha interpretato in maniera estensiva l’art. 92 della Costituzione, attribuendosi una discrezionalità esagerata. E lo ha fatto in nome della difesa dei risparmiatori e della coesione europea, ufficializzando in questo modo quanto già risaputo, ossia che l’Italia è ostaggio dei poteri forti, della mostruosa concentrazione finanziaria intellettuale burocratica che governa l’Europa. La stabilità dei mercati è solo il paravento per nascondere il diktat della Ue, è la Troika la vera artefice dell’affondamento del governo Cinque Esse-Lega. Ora Mattarella affida l’incarico a Carlo Cottarelli, proprio per tranquillizzare la Ue. Ma non poteva passare la palla al governo tecnico per poi sciogliere le Camere molto prima?  Era evidente dal 4 marzo che non ci sarebbe stata nessuna possibilità di governo, che le forze politiche risultate maggioritarie avrebbero fatto melina, tutti sapevamo che quello che si stava tenendo era solo un patetico teatrino cui erano costretti ciascuno a vario titolo dal proprio ruolo. Ogni attore di questa tragifarsa stava recitando, come i litiganti televisivi al tribunale di Forum. Ora il popolo italiano è veramente stufo e i Cinque Stelle hanno buon gioco a gridare al Colpo di Stato. E non solo i Cinque Stelle, ma anche Fratelli d’Italia e alcuni senatori del Gruppo Misto vogliono l’impeachment. I mercati sono precipitati e la conseguenza di questa impasse è la volata dello spread, schizzato subito ben oltre i 200 punti, quella che viene definita la soglia critica di attenzione, per arrivare addirittura sopra i 300. Un finimondo! Ora come saranno tutelati i risparmiatori italiani? E che succederà se, a causa dell’aumento dello spread, saliranno tutti gli interessi, come già sta accadendo? Chi pagherà i mutui, le polizze,  su chi peseranno tutti i rincari che dobbiamo aspettarc, se non sulle nostre spalle somaresche? Con chi ce la prenderemo se le agenzie internazionali taglieranno il rating e saremo declassati al livello della Grecia? Bel risultato, il pateracchio mattarelliano. Ohi!!

A dirla tutta, Di Maio e Salvini hanno tirato troppo la corda. Ad un certo punto, hanno dimenticato che stavano recitando, secondo me, si sono calati troppo nella parte. E l’irritualità di questa fase deve aver irritato non poco Mattarella, uomo della prima Repubblica, così come certe modalità troppo beceromoderne quali le gazebarie della Lega e il referendum on line dei Cinque Esse sul contratto di Governo. E lui, l’altra sera,  ha deciso di buttar via aplomb, imparzialità, buone maniere, grigio rigore, e il governo dei populisti che già gli stava sulle balle. C’è chi giura di aver sentito nelle stanze del Quirinale il fantasma di Cossiga esultare e chi riferisce che lo stesso Napolitano dall’ospedale in cui è ricoverato abbia chiamato il collega per complimentarsi e per passargli lo scettro che si è guadagnato sul campo. Da re Giorgio e re Sergio.  Mattarella si è assunto una responsabilità troppo grande, rendendo evidente la sudditanza dell’Italia a Francoforte.  Ora, scrive certa stampa, la democrazia sembra davvero un bluff, l’Italia un paese a sovranità limitata. L’è tutto da rifare.

Smartphone delle mie brame, chi è il più social del reame? La dipendenza dai social media ormai è diventata un cancro dell’odierna società, la forma di dipendenza più forte oggi al mondo, e non può fare eccezione il nostro Paese. Si vive attaccati a Fb e  Istagram, si passano le giornate perennemente connessi, e gli addicted, come vengono definiti i tossicodipendenti da social, ritengono ormai vero soltanto ciò che è sul mezzo, trascurando la vita reale. È la vetrinizzazione della vita, come la definiscono i sociologi, che porta, ormai non solo i nativi digitali, ma anche i più anziani, a tener da conto i like, più delle soddisfazioni reali, delle gratificazioni concrete, lavorative, sentimentali, personali, che in effetti non avranno mai.  Il loro rifugio in quell’intramondo che è il social network è una fuga dalla odiata, banale, conforme quotidianità. Il social la colora, rende la grigia realtà più presentabile, smart, cool, più degna di essere narrata. E così anche la morte entra nel social e si fa spettacolo, materia per diretta, gancio per ottenere più consensi ed aumentare i followers. E la morte non suscita pietà, non chiama soccorsi, pronto intervento, ma like, condivisioni, empatia con l’operatore che la filma. Ha dato molto da pensare qualche mese fa il caso della morte da incidente stradale di Simone Ugolini a Riccione, mentre un idiota con lo smartphone lo riprendeva, senza badare a chiamare i soccorsi. L’imbecille pensava ai like che avrebbe ottenuto. E 11 mila addicted come lui si sono connessi, condividendo quel fatale momento: solo alcuni, pochi, insultandolo per il suo immobilismo, altri, la maggior parte, apprezzando e lodando la sua tempra e il suo sangue freddo nel riprendere senza cedere all’emozione. Desta orrore ma nemmeno grande sorpresa, comunque. Quante volte capita che in macchina assistiamo ad un incidente e vediamo gli automobilisti che si fermano davanti al luogo dell’accaduto curiosi di vedere il sangue, il cadavere fumante, o magari gli alterchi o le risse insorti fra i protagonisti dell’incidente?  E la dipendenza da social è tale che contagia anche i malviventi, grandi e piccoli. Chi commette un crimine quasi sempre lo riprende col suo telefonino. La dipendenza è talmente stringente che passa sopra addirittura alla comprensibile speranza che ogni delinquente ha di farla franca. Tanto vero che moltissimi delitti vengono scoperti e i responsabili stanati grazie al social o alle telecamere di cui le nostre città sono invase. Un sicario, oppure un corruttore, uno scippatore, uno spacciatore di droga, un bullo, ecc., nonostante sappia che filmare l’impresa lo farà a strettissimo giro cadere nelle maglie della giustizia, non riesce a frenare l’impulso e filma mentre truffa, ruba, ammazza o raggira. Il social è la nuova agorà, la piazza virtuale dove gli internauti si scambiano pareri, emozioni, auguri, condoglianze, commenti vari, spesso parlandosi addosso, svariate ore al giorno, senza mettere il naso fuori dalla porta o dal finestrino dell’auto. I più giovani ormai comunicano solo attraverso messanger o whatsapp, anche se sono a pochi metri di distanza nella stessa scuola, aula, festa, o nello stesso ufficio, tanto che il social diventa “asocial”, come lo ha definito il periodico “Belpaese” (ottobre 2017) . E di fronte ad un qualsiasi avvenimento, politico, mondano, televisivo, sportivo, ecco tutti scatenarsi con il loro punto di vista, sparando cazzate immonde, sovente sfogando la loro bile repressa sui personaggi famosi. I cosiddetti “leoni da testiera”, quei pavidi che riversano merda sui loro simili  fino quando sono protetti dallo schermo, poi se la fanno sotto se  incontrano di persona qualcuna delle loro vittime virtuali, come dimostrano i simpatici servizi de “Le Iene” su Italia 1.  Sono gli haters, odiatori seriali, compulsivi che dicono male di tutto e di tutti solo per sfogare il loro narcisismo o per anestetizzare la loro frustrazione, alienazione. Molti querelano (la diffamazione a mezzo Internet è punita ai sensi dell’art.595 del codice penale), tanti altri lasciano perdere scoraggiati dai tempi lunghi della giustizia italiana. E gli odiatori continuano a bersagliare le loro vittime, twittando allegramente. Quando accadono fatti come quello di Riccione poi la gente si indigna, o fa finta di indignarsi, e dopo qualche giorno dimentica tutto. Non c’è orrore che tenga alla febbre compulsiva da social, soprattutto non ci sono antigeni contro le insidie della sottocultura promossa dalla virtualità, anticorpi abbastanza potenti da neutralizzare il virus dell’imbecillità. E i webeti (neologismo coniato dal direttore del Tg di La 7 Enrico Mentana) continuano a proliferare.

Sant’isidoro di Siviglia, protettore di Internet! E che cacchio di mondo è questo degli addicted? Fino a quando essi vivranno senza rendersi conto che la loro presenza sul pianeta è come quella di un’ameba, un numero per i sondaggi, solo un algoritmo, un dettaglio, un particolare trascurabile? Quando si renderanno conto che la loro vita può avere autonomia e dignità fuori da una definizione?

PAOLO VINCENTI

IL GUAZZABUGLIO
Che pagliacciata. Alla fine il governo pateracchio si è fatto. “Gigino Gigetto stanno sul tetto, vola Gigino, vola Gigetto, torna Gigino, torna Gigetto!” E Gigino e Gigetto, ovvero il Cretinetti di Pomigliano, “Giggino” Di Maio, e il Bauscia Matteo Salvini, hanno deciso di giocare l’ultima carta, quella della disperazione, e dopo tre mesi di estenuanti trattative, tipo “oggi le comiche”, hanno deciso che basta giocare, si sono divertiti a sufficienza, ed ora è tempo di governare. Quindi, scesi dal tetto di Palazzo Chigi, dove Gigetto Matteo ama scaricare la tensione col parkour, mentre Gigino “Giggino” lo riprende col telefonino, i due bimbiminkia  hanno trovato il filo di una impossibile matassa. Togli Savona metti Savona, prendi Cottarelli togli Cottarelli, sposta Conte riprendi Conte, togli Mattarella rimetti Mattarella. Ma sono proprio Italieni!  E se la squadra di governo non va bene ai boiardi europei, ecco il niet mattarelliano. E la Meloni e Fratelli d’Italia? Prima entra nel governo, poi no, ma vota la fiducia, anzi non vota nemmeno la fiducia, astensione, anzi opposizione! Ma siccome la sindrome da accerchiamento contagia tutti, ecco che lo stesso Mattarella si rimangia il suo no, alla Troika europea fa sapere “non possumus, non debemus, non volumus”, come disse il Papa Pio VII a Napoleone che voleva prendersi lo Stato Pontificio, e dà il via libera al governo papocchio che poche ore prima aveva bocciato. Viene riesumato il Signor Nessuno Conte, dalle stelle alle stalle e ritorno, il tempo di uscire dalla naftalina ed eccolo pronto a varare il nuovo inciucio grillin leghista.  Di Maio ha capito che questa sarebbe stata l’ultima occasione per lui, così ha messo nell’angolo Salvini, il quale, da celodurista che era, si è fatto infinocchiare dal giovane ex disoccupato pentastellato e, non potendo più tirarsi indietro, non trovando vie di fuga, yahoo answer non gli rispondeva, ha dovuto mandar giù la melassa, anzi la macedonia avariata del guazzabuglio. Trending topic: #andiamoagovernare!  SPQR: “siamo proprio quasi rovinati”: così negli ultimi giorni parafrasano sarcasticamente il noto motto latino, alcuni romani; io toglierei il quasi, siamo rovinati, anzi siamo nella merda!

4 Comments on "Paolo Vincenti: Satura 14"

  1. paolo vincenti | giugno 29, 2018 at 11:42 | Rispondi

    grazie abele!

  2. A te, Paolo!

  3. Giancarlo Locarno | giugno 30, 2018 at 20:34 | Rispondi

    Il vaso di pandora si è aperto e i venti d’aria fritta si scatenano.
    E siamo nella merda perché c’è qualcosa che manca, e di cui quindi non si può nemmeno parlare, e quello che manca è un partito di sinistra, che me coincide con un partito che ha al centro il problema del lavoro e della tutela della gente che vive del proprio lavoro.
    Dico subito che il partito dello pseudo centro sinistra nel campo del lavoro ha regalato tutto a confindustria e tolto molto alla gente che lavora, prospettando il precariato come la soluzione strutturale (parliamo ad esempio dei licenziamenti del job act, quelli per motivi economici, 4 persone a casa senza bisogno di ulteriori spiegazioni, la mia ex azienda questa settimana l’ha utilizzato), e spero che quel partito si sciolga. Sarebbe necessaria anzi indispensabile una riaggregazione che abbia come tema centrale il lavoro.
    Come cambia, o come deve cambiare il lavoro nel prossimo futuro? Il lavoro serve ancora? L’avrà un futuro?
    Ho una mia idea personale, penso che le imprese non siano più il cuore dell’economia, questo motore oggi nei paesi avanzati, è stato sostituito dai consumi delle famiglie. Le imprese non hanno più nemmeno la funzione sociale di produrre posti di lavoro, vogliono solo guadagnare facendo ritornare la società all’ottocento, pretendendo lavoro sottopagato come norma. I soldi dati alle aziende per me sono buttati, gli aiuti devono essere dirottati alle famiglie, i cui consumi in seconda battuta faranno vivere le aziende. E non il viceversa come si usa comunemente considerare.
    Pe quanto riguarda l’Europa, la ruspa della troika sembra più grande di quella di Salvini.

  4. paolo vincenti | luglio 3, 2018 at 18:55 | Rispondi

    Sono d’accordo su tutto, Giancarlo, tranne che sulle imprese: io credo fermamente che esse siano ancora il motore dell’economia del nostro Paese. è un motore che gira a vuoto, ma certo a causa di governi che non hanno fatto altro per le aziende che misure propagandistiche (che hanno potuto abbindolare solo chi è estraneo al mondo della libera impresa), in realtà strangolandole con una imposizione draculesc e con una burocrazia esasperata. sia detto per inciso, io parlo del mondo della piccola e media impresa ( al quale sono orgoglioso di modestamente appartenere), non certo della grande industria e delle multinazionali, per le quali è tutta un’altra storia

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