Paolo Vincenti: Tu chiamale, se vuoi, connessioni sentimentali

TU CHIAMALE, SE VUOI, CONNESSIONI SENTIMENTALI

“Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il vangelo secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia. O cazzo.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista…                                                
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio…”

(“Qualcuno era comunista”  – Giorgio Gaber)

L’elettorato in fuga dalla sinistra ha scelto in massima parte il Movimento Cinque Stelle. Ciò perché gli elettori orfani di rappresentanza hanno riconosciuto nel partito grillino quel baluardo contro le ingiustizie sociali che un tempo, a costituire, erano il Pds-Ds-Pd e Rifondazione Comunista-Sel, cioè il centro-sinistra e la sinistra. Oggi che il Pd è divenuto sostanzialmente il partito dell’establishment, delle grandi concentrazioni di potere, e Rifondazione prima e poi Si, Sel, Sinistra Arcobaleno, e via dicendo, si sono disgregate, ecco che l’M5s è divenuto il grande collettore delle istanze inespresse e deluse di questa vasta parte dell’elettorato italiano. Anche l’esperimento Liberi e Uguali, ossia il tentativo di costruire un’offerta di sinistra, più a sinistra del Pd, è fallito. Il partito di Grasso infatti si è rivelato velleitario, un coacervo di personalità diverse e con sensibilità differenti ma accomunate solo dall’antirenzismo. A differenza dell’antiberlusconismo però, che è riuscito a coagulare le forze di opposizione al centro-destra e al Cavalier B. per almeno un ventennio, il sentimento di rivalsa nei confronti di Matteo Renzi, di odio e invidia personali nei confronti del Segretario del Pd, è durato solo l’espace d’un matin, il tempo di una legislatura, finendo con il travolgere sia l’ ispiratore del fenomeno, il leader rottamatore, che i suoi miserabili nemici, in una finale ecatombe politica. E così a sinistra si è creato un vuoto, un’assenza di rappresentanza che a partire dalle elezioni del 4 marzo è stata colmata dall’M5s.  Le cause della disfatta sono state a lungo analizzate dai commentatori politici. Il Pd ha perso negli anni il contatto con la realtà, le connessioni sentimentali con quella base sociale che costituiva il suo bacino elettorale, vale a dire la piccola e media impresa, la classe operaia, i poveri, i disagiati. È invece divenuto il partito dei poteri forti, della grande industria e della finanza, degli intellettuali opinion leaders, i cosiddetti  “radical chic”, delle categorie privilegiate, delle banche e soprattutto delle lobbies, ossia i gruppi di potere che ne hanno fortemente influenzato le scelte governative. Renzi, amico di Marchionne e di Cordero di Montezemolo, apprezzato dalla Confindustria, odiato dai sindacati Cgil Cisl e Uil, ha puntato tutto sul culto della personalità, osannato dalla lunga corte degli yesman, e ha prestato attenzione agli applausi di Cernobbio piuttosto che ai fischi degli operai della Fiat di Termini Imerese o del Sulcis e dell’Alcoa sarde. Le masse popolari dunque, i ceti agricoli, bassamente scolarizzati, i moderni sanculotti, presenti specie al Sud, si sono sentiti traditi, hanno visto nel Pd una trasformazione che lo ha portato a diventare casta, e così si sono rivolti all’anticasta. Il Partito Democratico non ha saputo intercettare questo vasto malcontento, elaborare una proposta di governo che venisse incontro alle reali esigenze del Paese, ma si è perduto nelle inutili riforme di facciata, quelle dei diritti civili, che se possono interessare gli intellettuali e le micro categorie beneficiate, tuttavia non vengono apprezzate dalle fasce popolari. I cittadini chiedono risposte su problemi molto più concreti come la sicurezza, l’immigrazione incontrollata, la mancanza di lavoro. A questo bisogno di protezione delle masse il Pd non ha saputo fornire adeguata considerazione, sdilinquendosi in battaglie di principio, in un cavilloso riformismo, peggio, in alleanze ibride per assicurarsi la continuità, in pateracchi per potere contare, in retoriche e fumose  formule politiche a giustificazione della propria vocazione elitaria,  in un europeismo spesso indigesto, in un modernismo esasperato e incomprensibile ai più, e insomma in rivendicazioni che non scaldano il cuore della gente. Le iniziative messe in campo sono state quasi tutte fallimentari, dal Job Act che ha contribuito solo ad una maggiore precarizzazione del mercato del lavoro, alla Buona Scuola che ha creato torme di insegnanti incazzati contro il governo. Iniziative come quella degli 80 euro sono apparse operazioni propagandistiche, così come la finta spallata data con la riforma del credito cooperativo alle banche che invece sono state la vera spina dorsale del passato governo. Anche nell’ambito dell’agricoltura il Ministro Martina, ora segretario reggente del partito, si è rivelato del tutto inconcludente, basti pensare alla piaga della xylella che ha colpito gli ulivi salentini per cui Martina non ha mosso un dito. E così pure nelle politiche sull’immigrazione: la sensazione della gente è stata quella di una vera e propria invasione che ha avuto la conseguenza di un innalzamento della percezione di insicurezza. Più il Pd si dimostrava vicino alla Ue, partecipe del processo di globalizzazione in corso, più il popolo ha preso ad odiare l’Europa, i potentati economici,  più si dimostrava quasi evangelicamente aperto all’accoglienza e più la gente ha iniziato ad odiare gli immigrati, più esso ha operato a favore dei diritti Lgbt, più la gente è diventata omofobica, intollerante, più il Pd ha inseguito la Spagna e le altre più progressiste democrazie europee sul cammino dei diritti civili, e più il popolo si è arroccato nel nazionalismo, nel sovranismo, più è diventato complesso ed elevato il dibattito culturale sui mezzi di comunicazione, più la gente ha cercato chiarezza, semplicità di contenuti, punti fermi, più il Pd ha puntato sulla presunta superiorità della propria nobile e secolare tradizione, più la gente si è sentita vicina ai tamarri e agli incolti, più l’intellighenzia piddina si è estrinsecata in contorte formule sociologiche e filosofiche per dare base ai valori fondazionali del pensiero unico, più il popolo ha tributato consenso ai politici che esprimevano una visione diversa rispetto a quella mainstream ammannita dagli organi di potere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
PAOLO VINCENTI

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