Vittorio Bittarello: L’onda del vuoto (Neobar eBooks)

vittorio bittarello

In piedi
Senza peso
Davanti al colore cilestrino
Dello specchio
Con un viso falbo
Nella penombra
Mi gratto il culo e rifletto

“Credo che questa sia la prima volta che ha sentito la necessità di scrivere un monologo teatrale, e penso proprio che per lui sia un momento liberatorio, come riaffiorare da un mondo subacqueo e riprendere a respirare.”
Giancarlo Locarno

Vittorio Bittarello_L’onda del vuoto

4 Comments on "Vittorio Bittarello: L’onda del vuoto (Neobar eBooks)"

  1. Versi schegge, tenuti insieme come in uno storyboard, in un crescendo alla vista di una Spagna andalusa imponente di cenere – eppure essenziali fino all’osso, a disossare un fracasso esistenziale che si apre alla vita con tutto il peso inevitabile che ne consegue – l’adagio indugio su di un “primo giorno di scuola” e nuovamente ricatapultati dentro, in una chiusa che mozza il fiato rimasto. Grazie a Vittorio Bittarello e a Giancarlo per avercelo proposto.

  2. vittorio bittarello | aprile 19, 2018 at 22:11 | Rispondi

    Ringrazio Giancarlo Locarno e Abele Longo per l’opportunità di avermi dato nel diffondere questo mio scritto per il teatro, magari in futuro riuscirò a realizzarlo in scena accostando anche la musica come completamento al testo recitato, per intanto spero che queste brevi cartoline appese regalino agli occhi di chi legge colori e immagini anche solo per brevi istanti. Buona lettura e ancora grazie..

  3. malos mannaja | maggio 1, 2018 at 20:37 | Rispondi

    una scrittura ricca, un moto di barcone/baraccone alla deriva, un “Waiting for Godot” che incarna perfettamente l’onda del vuoto e delle parole che cercano ossessivamente di riempire (il vuoto stesso), ma precipitano a capo. eh, in effetti, nel vuoto non si affoga, ma si può cadere (“Non abbiate paura/Voi/Non affogate/Siete troppo occupati/A riempire/Gli occhi e le orecchie/Di gustose cazzate”), si può cadere, dicevo, in una sorta di alienazione indiana – di sonno ipnotico? – dove “Capovolto al mondo/Indietreggio/Fino al letto/Sicuro rifugio” e “Per sentire me stesso/Annuso”. l’immagine è potente, primordiale, una ricerca di sé che punta anche (soprattutto) sull’olfatto, il senso che più di tutti può far senso (loffa, sudori, cattivi odori…) e che proprio per questo pare essere il più indicato per evocare “l’animale di vivere” ed esorcizzare la non-vita, il *mi manco* tipico di una quotidianità stravolta dalla malattia e dal decadimento del corpo. certo, non è facile fiutare la strada di casa seguendo le tracce lasciate tra le pagine dal percorso ondivago del pensiero (mi sono sempre chiesto dove i nostri neuroni “Umettano i ricordi” più penosi quando vogliono dimenticarli). anche perché in “agguato” c’è l’altro te stesso pronto a puntarti “ciotolame” alla “gola” per derubarti dei pochi brandelli di vita rimasti impigliati tra le dita e gettare il sogno in pasto a “vermi” che “rutteranno” mentre lo assaggiano. ohi, una vera e propria guerra intestina (“Torbida cacca”, eh), del tutto priva di fronzoli retorici e di effetti speciali nonché dall’esito incerto (il loop creato dal tubare trisillabo ossessivo della tortora in incipit e in chiusa non lascia ben sperare). non resta cha aggrapparsi al poco che ci resta (Tengo solo una risata/Per la mattina/Ed un sogno per la sera) e mettersi in viaggio. complimenti anche per il coraggio.
    (occhio, refusi: “Non ce né”; “Fu un’agguato”)

  4. vittorio bittarello | maggio 5, 2018 at 15:48 | Rispondi

    Ringrazio sentitamente Malos Mannaya per l’attenta, precisa, lucida, ironica analisi del testo.

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