Paolo Vincenti: Satura 12

banksy

SATURA 12

“Uomo / non so / se io somiglio a te  / non lo so
sento che però non vorrei  / segnare i giorni miei coi tuoi
no no”
( “Metamorfosi” – Banco del Mutuo Soccorso)

“La metamorfosi è reale, una sequenza di suoni che stai ascoltando. Indossane il volto. La metamorfosi sei tu”
( “ Metamorfosi” – Mataleon )

 
Liberate Capalbio! “Oddio, gli immigrati a Capalbio! Questi indesiderabili puzzolenti negroni vengono ad inquinare l’aria di una delle più esclusive località turistiche d’Italia?  Via, pezzenti, tornatevene da dove siete venuti! Qui non vi vogliamo!” Ha fatto discutere l’estate scorsa la sortita del Sindaco di Capalbio, Luigi Bellumori, che si rifiutava di dare accoglienza a 50 immigrati destinati proprio al comune toscano. In barba a tutta la trita e ritrita retorica sull’accoglienza, ammannita per cinque anni dal governo Pd. Capalbio, in provincia di Grosseto, nella splendida Maremma, è da lungo tempo località privilegiata di vacanza per vip e intellettuali di sinistra, i cosiddetti “radical chic”. Spesso è stata oggetto di ironia e dileggio, perché i cervelloni che sceglievano come buen ritiro la marina maremmana sostenevano di isolarsi dal mondo, durante il loro soggiorno di relax, e di non leggere i giornali né di possedere il televisore. Questo loro atteggiamento snobistico ha creato l’espressione “intellettuali di Capalbio”, per indicare una categoria di persone che vive lontano dalle noie e dagli affanni della contemporaneità. A Capalbio, non si sapeva dove alloggiare gli ospiti indesiderati. Oltre al Sindaco, tanti operatori commerciali, ristoratori e albergatori, si lamentavano della situazione venutasi a creare perché essa avrebbe potuto scoraggiare il turismo e determinare un calo delle prenotazioni. Effettivamente, quello era già un segno che il vento stesse cambiando pure a Capalbio. I giornali e le forze politiche di centro-destra si sono scatenati nel tacciare di ipocrisia la sinistra che a parole è favorevole all’accoglienza e all’integrazione, ma poi nei fatti si rivela intollerante proprio come un qualsiasi leghista.  Cioè, sostenevano Lega e Fratelli d’Italia, quando si tratta di accogliere gli extra comunitari nelle zone degradate delle città, va tutto bene, ma quando invece il fenomeno interessa i luoghi di ristoro o di residenza della “sinistra al caviale”, allora sorgono problemi di ordine pubblico e spuntano tanti distinguo. E sì che il vento stava cambiando, e se ne è avuta conferma alle recenti elezioni politiche del 4 marzo, quando, nella storica roccaforte della sinistra, ha trionfato la Lega Nord. Tornando agli intellettuali di Capalbio, qualche anno fa, quand’ero più giovane, credevo che questi scrittori, giornalisti, docenti, si rinchiudessero nella loro turris eburnea, sdegnosi del mondo e delle sue trame, a filosofeggiare e snobbare. Essi cioè aspirassero a costituire una sorta di “Platonopoli”, come quella vagheggiata da Plotino, ossia una città ideale, non già governata da filosofi, come nella Repubblica di Platone, ma composta di soli filosofi, i quali colà si segregassero isolandosi dal quotidiano. Oggi, l’arrivo dei “mau mau” africani e la stizzita reazione dei capalbiesi hanno fatto crollare miseramente il Pensatoio, per dirla con Aristofane, o Neffalococcugia.

Così le cose cambiano. È sempre un piacere perverso vedere ex forcaioli passare dall’altra parte della barricata e scendere a patti col sistema, ex giustizialisti diventare garantisti, attraverso mutazione genetica post riflusso. Così l’ex arrabbiato Beppe Grillo, maitre à penser del “vaffanculo” e dell’ “arrestiamoli tutti”, profeta della web revolution, diventa democristiano fuori tempo massimo e predica mediazione, adattabilità, ci manca poco che parli di “convergenze parallele” e “politica dei due forni”. E i grillini, che all’inizio della loro avventura politica, si facevano chiamare “cittadini”, ora apprezzano di essere chiamati “onorevoli”, e mentre prima avevano il divieto assoluto di parlare ai giornalisti, ormai sono i più assidui ospiti dei talk show televisivi. Hanno cambiato il loro codice etico per parare il culo prima alla Sindaca di Roma Raggi, raggiunta dai guai giudiziari, e poi a quella di Torino Appendino. Eh sì, è sempre curioso assistere a certe impennate dell’incoerenza, seguire le inversioni a u dei protagonisti della scena pubblica italiana; arreca quasi una gioia commossa sentire un manettaro difendere il principio della presunzione di innocenza costituzionalmente sancito, un po’ come sentire Tony Iommi,  il chitarrista dei Black Sabbath, suonare musica sacra.

Così le cose cambiano per la Lega Nord, che attraverso mutazione genetica è diventata semplicemente Lega. Se agli inizi un arrabbiatissimo Bossi invocava la secessione e si scagliava contro Roma ladrona, oggi i leghisti fanno pendant con la tappezzeria dei salotti buoni romani. E se lo stesso Salvini (“Il trasformista” in salsa padana) un tempo si scagliava contro i puzzoni meridionali – curioso il video in cui il leader leghista canta una oscena canzone contro i napoletani colerosi -, oggi invece predica unità nazionale e addirittura si candida in Calabria.

Piero Sansonetti (ovvero “qualcuno era comunista”) che detiene il non invidiabile record di aver fatto fallire tutti i giornali che ha diretto, da “Liberazione” a “Il garantista”, dalle pagine della sua nuova creatura, “Il dubbio”, si batte per la scarcerazione di Marcello Dell’Utri.  “Che fantastica storia è la vita” canta Antonello Venditti (“qualcuno era comunista” 2): quando pensi di averle viste tutte, ti devi ricredere. Non c’ è mai fine al peggio (“qualcuno era comunista” 3).

 
Ferrara, l’uomo dai mille volti. Giuliano Ferrara è ormai convintamente renziano. Dalle “Metamorfosi” di Ovidio alle “Metamorfosi” di kafka, applicate alla politica. Giuliano Ferrara è uno che è passato dalle lotte comuniste di gioventù al berlusconismo più duro e puro (quello dei cosiddetti falchi), dalla militanza nel Psi di Bettino Craxi a quella in Forza Italia, divenendo addirittura Ministro per i Rapporti col Parlamento nel primo Governo Berlusconi (1994). Più volte parlamentare, è uno dei più noti giornalisti italiani. È stato un formidabile anchor man televisivo, ha inventato, con la trasmissione “Il testimone”, il genere dell’infoteinment, alcune sue trasmissioni (come “Radio Londra”, “L’istruttoria”, “Otto e mezzo”) fanno parte della storia della televisione italiana. È passato dalla battaglia per la grazia ad Adriano Sofri, leader di Lotta Continua, alla battaglia sulla difesa della vita contro l’aborto. Da comunista figlio di comunisti, a difensore della Chiesa cattolica, contro l’estremismo islamico, contro i matrimoni gay e a difesa delle radici cristiane dell’Europa. Dunque, dalle posizioni di totale laicismo degli inizi, alla posizione del più smaccato conservatorismo di oggi. Questo, per dire che certo Ferrara non ha fatto della coerenza il proprio vessillo. Ma tant’è. È tipico delle grandi personalità (in questo molto novecentesco) contraddirsi, cambiare idea, spesso anche con incredibili piroette, cioè nella maniera più plateale e marchiana. Il massimo è che Ferrara continua a professarsi ateo (un “ateo devoto” lo ha definito Eugenio Scalfari), dunque vicino alle posizioni della chiesa per motivazioni di carattere ideologico e filosofico, niente affatto spirituali. E le contraddizioni continuano. Attraverso “Il Foglio”, giornale da lui fondato, ha portato avanti molte battaglie che hanno incontrato l’ostilità dei suoi colleghi-avversari politici e l’indifferenza degli elettori-lettori. Scrive Antonello Piroso, su “La Verità” del 2 marzo 2018, “Prima comunista, poi craxiano. Papista ratzingeriano ma non credente, bushiano ma non trumpiano. Renziano entusiasta ma, da antiabortista, al Senato voterà la Bonino. Protagonista di liti epiche, ammise un passato da informatore della Cia.” Infatti Ferrara ha fatto l’ennesima piroetta. Era ritornato vicino a Forza Italia. Dalle pagine di “Panorama”(22 giugno 2016),  faceva una disamina della situazione attuale del centro-destra in Italia e affermava che occorresse ripartire proprio dal Cavaliere Berlusconi. Ricreare le condizioni che vi furono nel 1994, cioè di quella grande rivoluzione liberale che, se non è più ripetibile tel quel, nella forma, nei modi di allora, deve essere però almeno fonte di ispirazione per i partiti moderati di centro-destra e che riconosca in Berlusconi il suo padre nobile. Toh, nel giro di pochi mesi, è passato al Pd, professandosi convinto renziano, proprio nell’ora del suo tramonto. E alle recenti politiche ha votato per il Pd e per Più Europa.  “La nemesi è completa”, scrive ancora Piroso, “La preferenza alla radicale pro aborto a 10 anni di distanza dalle elezioni del 2008 cui Ferrara partecipò con la sua lista prolife contro l’aborto e rimediò uno 0,4%. Più che una sconfitta, una catastrofe”. Ora Giuliano, che nel frattempo ha lasciato la direzione del Foglio al giovane Claudio Cerasa, continua a fare il maitre a penser della sconfitta.  Infatti sappiamo che fine ha fatto il Pd renziano a queste elezioni. Ma Ferrara è uomo di grandi slanci, furiose invettive, per lui il giornalismo è e deve essere fazioso, pervicacemente di parte. Gli va dato atto di avere quello che si dice il coraggio delle idee. Ma le sue folgorazioni sulla via di Damasco sono pari alle sue scazzate e le sue trasformazioni alle sue cantonate.
PAOLO VINCENTI

3 Comments on "Paolo Vincenti: Satura 12"

  1. malos mannaja | aprile 1, 2018 at 19:23 | Rispondi

    Capalbio è un film già visto e come tale non particolarmente appassionante.
    mi soffermo invece volentieri sulla seconda sezione “le cose cambiano” dove punti a mettere il dito nella piaga (eh, l’eterno ritorno della citazione gattopardiana di Tomasi di Lampedusa) ma forse non centri del tutto il bersaglio. peraltro, la “par condicio” che applichi con innegabile correttezza formale alla ricerca di una imparzialità un po’ cerchiobottista (eh, eh) finisce per suggerire parallelismi fuori luogo tra M5S, Lega e un ex-comunista. ad esempio, il problema del M5S non sono certo i grillini (ovvero la base) che pur nella loro schietta ingenuità restano “apprezzabili”. per contro, la base della Lega, nonostante si sia notevolmente ampliata, ha uno zoccolo duro “nordista” e “bossiano” che fatica a comprendere anche solo il concetto di stato “italiano”. passando ai vertici il discorso è diametralmente opposto. da un lato Casaleggio and friends fanno addirittura paura per ciò che si riesce ad intuire dietro l’opaco paravento Rousseau. dall’altro lato Salvini, politico di spessore ben diverso da come vorrebbe farlo apparire il video canterino, mi ha piacevolmente sorpreso per come è riuscito a disinnescare Bossi (che fino all’ultimo ha cercato di affossarlo), a tirare per il bavero la base convincendola a guardare “oltre” il Po e la Padania, a riportare sul palcoscenico della politica italiana i problemi dell’economia (Borghi è persona onesta e brillante), nonché a dare spazio a un economista di sinistra (dunque, ovviamente, ostracizzato dal PD) come Bagnai che ha le competenze e il carattere per opporsi all’attacco finale del sistema di potere ordoliberista finanziario europeo. è poco? è tanto? è molto ma molto di più di quanto mi sarei mai aspettato dalla Lega. su Sansonetti stendiamo un velo pietoso va…
    circa Ferrara, a mio modo di vedere è sempre stato fedele a se stesso: nessuna contraddizione. dall’inizio alla fine della sua esistenza politica e televisiva ha recitato in modo ineccepibile il ruolo del “fazioso pervicacemente di parte”. onore dunque alla coerenza.

  2. paolo vincenti | aprile 3, 2018 at 13:39 | Rispondi

    Forse la mia imparzialità in questo pezzo può sembrare cerchiobottista ma sinceramente sono cose che scrivo da sempre, e che qui ho riunito insieme solo perché il tema del pezzo me lo imponeva dal momento che si occupa di trasformismi e trasformisti. dunque nessun parallelismo fra i personaggi che ho citato, solo un “bestiario” di metamorfosi

  3. paolo vincenti | aprile 3, 2018 at 20:04 | Rispondi

    Onore al merito di Bagnai e della sua battaglia contro il fiscal compact (per altro economista raffinatissimo che riesce a scrivere sul Fatto Quotidiano e sul Giornale). Concordo con te sulle differenze fra M5s e Lega. Bisogna essere costruttivi, propositivi. Vanno bene l’onestà personale, il taglio degli stipendi, il rifiuto del finanziamento pubblico dei partiti, ma poi come si risolvono i problemi delle aziende e delle famiglie oberate da una draculesca imposizione fiscale e da un deficit di welfare spaventoso? I Cinque Stelle non avrebbero mai voluto prendere il potere, perché, andando al Governo, perderebbero le loro rendite di posizione, rivelerebbero le stesse lacune di chi ha governato fino ad ora. Beppe Grillo sputa veleno sul sistema, però rischia di assomigliare a Momo, quella divinità minore greca che, incapace di fare altro, criticava tutto e tutti. Con la mormorazione non si risolvono i problemi.C’era un mio parente, quand’ero piccolo, molto temuto perché contestava chiunque; si metteva in piazza e sputava veleno sulla gente anche senza esserne sollecitato e lo faceva in maniera quasi violenta, certo aggressiva, tanto che a lui, come a Grillo, si poteva ben adattare il finto epitaffio sull’Aretino, poeta tosco: “di tutti disse mail fuorché di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco.” Ora, anche la Lega è stata fino ad ora un partito di opposizione e contestazione, però è più propositiva. Si possono non condividere certe loro proposte, addirittura aborrirle, ma non li si può accusare di rilassatezza. il problema si porrebbe nel caso che i due movimenti andassero a governare insieme. Il populismo infatti è il minimo comun denominatore di queste due forze politiche. Ma al governo, secondo me, c’è spazio solo per una, due sarebbero troppe.

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