Pasquale Vitagliano: Le “Lettere a Cioran” di Nicola Vacca

Lettere a Cioran, Nicola Vacca, Galaad Edizioni, 2017

Il dialogo permanente di Nicola Vacca con Emil Cioran rimanda direttamente ai dialoghi serali con gli antichi che Niccolò Machiavelli aveva preso l’abitudine di simulare nell’ozio solitario imposto dall’esilio in Sant’Andrea. Dalla lettura attiva di queste pagine il pensatore fiorentino trasse lo spunto per elaborare la sua teoria del Principe, quale leva umana e storicamente determinata per la modernizzazione dell’Italia e, in fondo, dell’intero consorzio umano.

Anche Nicola Vacca vive un suo virtuale esilio, così come molti si sentono – o dovrebbero sentirsi – in esilio in un angolo di civiltà occidentale e in un momento storico in cui l’umanità – non solo una determinata nazione – oscilla tra navi senza nocchiero e bordelli. Ed Emil Cioran, scorticatore impietoso e sincero di ogni nostro alibi o menzogna razionale è un “antico” a cui rifarsi; da evocare come un fantasma macabro eppure benigno, per sapere, per domandare se noi siamo ancora vivi.

Queste lettere a Cioran (Galaad Edizioni) di Nicola Vacca sono quanto di più inattuale possa essere dato alle stampe in questo scorcio iniziale di secolo ed allo stesso tempo quanto di più struggente. Inattuale è questo persistente dialogo intellettuale con un autore di pensiero, per giunta, scomodo, antipatico, per qualcuno rivoltante. Struggente perché questa corrispondenza permanente non può che essere alimentata da pulsanti arterie amorose. Questa struggente inattualità esprime il sentimento che anima lo stesso Cioran, il cafard, “lo stato in cui si esprime nel quotidiano la discordanza tra il mondo e se stessi: il disagio di una disparità senza scampo”. E questa discordanza deriva, appunto, dal fatto che noi non stiamo (più) nel tempo ma siamo caduti nel tempo (e dal tempo).

Il pensiero e la scrittura di Cioran ci aiutano ad “uccidere” ogni moderno Principe. A rompere il simulacro di terracotta che la storia ci ha proposto, per scoprirne l’assenza di anima. Per scoprire che la Storia, con le sue utopie, può essere una “stregoneria”. Ecco che il Principe, quale principio vitale e creativo di sopravvivenza, è un vampiro; è ciascuno di noi quando al mattino si guarda allo specchio. Questa è la nostra scoperta di “uomini che non temono la paura”.

Cioran è il doppio di Nicola Vacca. E’ il suo compagno immaginario. Azzardo a dire che è la sua ombra. Nel senso comune l’ombra rappresenta il lato oscuro (“perturbante” lo chiamerebbe Freud), negativo e distruttivo. Da un’altra visuale, essa è il punto di riferimento dei nostri passi, la meridiana fisica e creativa della nostra esistenza. Cosa saremmo noi senza la nostra ombra? Cosa sarebbe Vacca senza Cioran? Saremmo ciechi, oppure narcotizzati, viandanti senza rotta.

Ecco che comprendiamo, al termine di questa corrispondenza, che gli “squartamenti” di Cioran non anelano al Nulla. Che il nichilismo non è la sua casa. Che dalle sue pagine si trae l’energia per “vivere contro l’evidenza”, perché vivere è un’esperienza sorprendente, “soprattutto quando si vedono le cose come sono, che questa vita totalmente disprezzata, diciamo a livello storico, appare straordinaria sul piano pratico”.

2 Comments on "Pasquale Vitagliano: Le “Lettere a Cioran” di Nicola Vacca"

  1. Giancarlo Locarno | marzo 17, 2018 at 22:34 | Rispondi

    Mi sembra particolarmente interessante l’accostamento del “Principe” di Machiavelli, e quindi di un ragionamento sulla “politica” , al pensiero di Cioran, così posto tra l’orrore della vita e per contro una grande voglia di viverla. Colloquiare con Cioran anche sul moderno principe, Gramsci l’ha fatto direttamente col Machiavelli con le sue “Note”, mi incuriosisce perché significa affrontare il problema dell’impegno, andare al di là del proprio io, interrogando un autore che mi appare così “individuale”. Peccato non sia stata riportata qualche riga di una di quelle lettere.

  2. malos mannaja | marzo 25, 2018 at 15:37 | Rispondi

    “E questa discordanza deriva, appunto, dal fatto che noi non stiamo (più) nel tempo ma siamo caduti nel tempo (e dal tempo).”
    dire ficcante è dire poco. aggiungo solo che, in questo scorcio iniziale di secolo, sarà anche inattuale il “dialogo intellettuale”, ma “il disagio di una disparità senza scampo” è realtà davvero attualissima…

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