Fausta Genziana Le Piane: Napoli, città senz’anima, luogo di delitti

Napoli, città senz’anima, luogo di delitti

Napoli: e subito viene in mente la città di “Napoli Milionaria”, di “Operazione San Gennaro” oppure quella di Domenico Rea, Raffaele La Capria e Anna Manna: “Dalla finestra aperta arrivava il vociare del mercato. Napoli immobile da secoli nelle sue follie ci salutava coi profumi appannati che un tempo m’avevano reso piacevole la vita. Il pesce aveva invaso ogni angolo della mia casa, la puzza raggiungeva le stanze, ristagnava nel corridoio, e mille erbette che mia madre usava per cucinarlo non bastavano più a lavarne la puzza. Ma insieme s’impastavano odori di frutta candita” (Anna Manna, Una città, un racconto, Nemapress Edizioni, 2012, p. 9).

Una città forse talvolta un po’ folkloristica, ma sempre fantasiosa e viva.

Invece, nel libro di Maurizio de Giovanni, napoletano DOC, la città partenopea non solo è lo sfondo di delitti efferati, ma è un agglomerato estraniante. Non si parla mai delle sue bellezze e delle sue giovinezze, ormai lontane nel tempo: “Napoli, commissariato San Gaetano, nel ventre molle di una città in perenne decomposizione” (Maurizio de Giovanni, Il metodo del coccodrillo, Arnoldo Mondadori, 2012, p. 20); Napoli, “città diffidente, umida e oscura, sempre più celata e meno decifrabile di come sembrava. Ognuno attento a non essere coinvolto in qualche casino, preso dai propri affari e pronto a defilarsi velocemente. Una città che ti scappava tra le dita, facendosi liquida o evaporando all’improvviso” (op. cit. p. 29); Napoli,  “città come un muro: La diffidenza, l’indifferenza, il rumore costante che copre le parole e che rende impossibili i sussurri. Il traffico, la folla silenziosa, gli sguardi di odio. Un muro.” (op. cit. p. 236)

E’ questa indifferenza che permette all’assassino di nascondersi, al killer freddo e metodico di agire indisturbato, di passare inosservato. Come il coccodrillo, è una perfetta macchina di morte: si apposta, osserva, aspetta. E quando la preda è a tiro, colpisce. Tre giovani, di età,  provenienza sociale diverse, vengono trovati morti in tre differenti quartieri, freddati dal colpo di un’unica pistola. L’ispettore Lojacono, il protagonista, aiutato dal sostituto procuratore incaricato delle indagini, la bella Laura Piras, troverà il collegamento tra i delitti. In effetti, di decomposizione si parla, di sfaldamenti dei rapporti umani, di odi repressi. La città non lega con i suoi abitanti che la sfiorano senza viverla: “In questa città è così: molti guardano dall’ombra, e nessuno li vede” (op. cit. p. 168).

Il commissario Giuseppe Lojacono  ci richiama alla memoria l’indimenticabile commissario della Squadra Mobile di Polizia Francesco – “Don Ciccio” – Ingravallo, arguto, orgoglioso molisano,  de “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana “, film, tratto dal libro di Carlo Emilio Gadda,  splendidamente interpretato da Pietro Germi: entrambi hanno origini meridionali, sono introversi, ed hanno una vita privata problematica.

Il lettore rimane dunque con l’amaro in bocca? Niente affatto perché Napoli è anche la città che ci regala il dolce del caffè che in qualche modo la riscatta: “Niente da dire: anche nei locali più infimi, il caffè in questa città è buono. Questo si deve ammettere” (op. cit. p. 90).

Ricordate cosa fa dire il grande Edoardo De Filippo al protagonista della commedia intitolata  “Questi fantasmi” nella celebre scena del balcone? Il protagonista, seduto al balcone, è intento a spiegare in maniera appassionata come si prepara un buon caffè al suo dirimpettaio, il professor Santanna, spiegandogli come basti poco per essere felici, così come lo è lui quando può bersi un caffè preparato con cura da lui stesso. De Filippo si chiede: “Chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura? Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente”.

Già…come potrebbe essere altrimenti? –

Fausta Genziana Le Piane

“Sul becco (della caffettiera napoletana) io ci metto questo “coppitello” (cappuccio) di carta in modo che il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico non si disperda. Come pure prima di versare l’acqua, che bisogna far bollire per tre quattro minuti, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, …in modo che, nel momento della colata, l’acqua in pieno calore già si aromatizza per conto suo”, e allora il caffè viene più profumato!” –  “Questi fantasmi”
Maurizio de Giovanni, Il metodo del coccodrillo, Arnoldo Mondadori, 2012

LE DATE DI UNA VITA

Maurizio de Giovanni, nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora, è autore della fortunata serie di romanzi con protagonista il commissario Ricciardi: Il senso del dolore (2007), La condanna del sangue (2008),  Il posto di ognuno (2009), Il giorno dei morti (2010) e Per mano mia (2011). E’ anche autore di Storie azzurre (2010), una raccolta di quattro racconti lunghi dedicati al Napoli, la sua squadra del cuore.

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