Roberta De Luca: Sciascia e Dolci / 1

Renato Guttuso - Contadini al lavoro (1950)

Sciascia e Dolci / 1

Il complicato rapporto tra Leonardo Sciascia e Danilo Dolci è stato affrontato in un saggio di Alessandro La Monica, pubblicato da Olschki (Firenze) in Todomodo VI, 2016, pp. 169-182, sezione Studi e Ricerche, dal titolo Gandhi in Sicilia, ovvero il dialogo incerto fra Sciascia e Dolci alla luce delle carte d’archivio. In questa sede vorrei ricostruire in ordine cronologico, con il saggio alla mano, le tappe finora conosciute del difficile confronto tra i due intellettuali, fatto di critiche, certamente, ma forse anche di fraintendimenti. La linea temporale sulla quale collochiamo gli episodi, infatti, ci permette di stabilire il prima e il dopo delle affermazioni, che, viceversa, avulse da questo ordine, assumerebbero un significato diverso. Lo scopo dunque è quello di restituire oggettività ai fatti, senza esprimere giudizi.

Il primo documento in questione è una lettera di Sciascia a Valerio Volpini del 9 dicembre 1955, nella quale l’atteggiamento critico di Sciascia nei confronti di Dolci convive con l’ammirazione: da una parte si sente irritato da personaggi come Dolci e La Pira, cui attribuisce una natura e formazione mistica, al contrario della sua libertina, dall’altra riconosce il loro coraggio, superiore al suo, e si sente dalla stessa parte della barricata.

Nel marzo del 1956, durante il processo intentato contro Danilo Dolci per lo “sciopero alla rovescia”, Vittorini, sentito come testimone, afferma che i digiuni e le altre forme di protesta passiva cui Dolci ricorre sarebbero ridicoli nell’Italia settentrionale, ma in Sicilia, che è molto simile all’India, soprattutto per la segregazione classista, queste modalità potrebbero avvicinare le masse allo Stato. Sciascia si pone contro queste posizioni, nella recensione al volume Inchiesta in Sicilia su “L’Ora” del 22 febbraio 1957. Si dice dispiaciuto di non poter condividere il pensiero del siciliano Vittorini, perché la Sicilia, a suo avviso, non è l’India, e le azioni di Dolci sembrano appartenere più alla storia delle eresie cattoliche che a quella effettuale dell’emancipazione umana; in più le iniziative improntate alla non-violenza non potevano avere presa su un popolo che arrivava a lavare le offese con il sangue; in definitiva, il carattere teorico dell’azione di Dolci non gli appare nel suo risvolto pratico di attuazione di masse umane nella storia. Tuttavia in quella circostanza, ribadisce la simpatia, l’ammirazione, addirittura l’affetto profondo per il sociologo e, in chiave psicanalitica, individua una propria personale incapacità ad essere come lui e forse a cercare giustificazioni a questa incapacità.

Danilo Dolci, e siamo all’inizio del 1960, durante una conferenza a Lugano, replica duramente alle parole del cardinale Ernesto Ruffini, il quale, recatosi in Spagna nel 1959, aveva rilasciato un’intervista a “La Stampa”, in cui elogiava il governo franchista. Sciascia non reagisce pubblicamente, ma scrive una lettera a Adriano Soldini, scrittore e insegnante svizzero e poi direttore della Biblioteca di Lugano, perché fosse lui a diffondere la notizia, “nella libera e laica Svizzera”. Contro le parole del cardinale si schierano perentoriamente altre figure autorevoli come Enrico Mattei e don Lorenzo Milani.

Il 22 marzo 1964, domenica delle Palme, in una lettera pastorale intitolata Il vero volto della Sicilia, il cardinale Ruffini individua nella mafia, deplorevole sistema, ne Il Gattopardo, romanzo infarcito di motivi deprimenti, e in Danilo Dolci, che si arricchisce denunciando l’abbandono del popolo da parte di chiesa e stato, ed esercita uno pseudo-apostolato che non si traduce in alcuna opera sociale di rilievo, i veri mali della Sicilia. Solo sette anni dopo l’intervista a “La Stampa” il cardinale smentirà le sue affermazioni filofranchiste.

In una lettera del 6 ottobre 1965 a Tommaso Riccardo Castiglione, docente dell’Università di Ginevra, Sciascia si dice d’accordo con il giornalista de “L’Espresso”, Nello Ajello, che si era occupato delle accuse di contiguità ad ambienti mafiosi, rivolte da Dolci al politico democristiano Bernardo Mattarella. Anche lui rileva infatti una certa fragilità nell’impianto accusatorio di Dolci, che non poggia su prove inequivocabili. In quella circostanza, suggerisce alla commissione antimafia un metodo d’indagine, già proposto ne Il giorno della civetta, che dovrà riguardare i beni acquisiti da politici e funzionari siciliani, più che la rete di legami familiari o d’amicizia tra politici e personaggi ambigui, che potrebbe non portare a nulla, anche perché è parte integrante della storia della Sicilia.

E veniamo alla famosa e discussa intervista del 14 maggio 1966. Rilasciata al quotidiano svizzero “Cooperazione”, in essa, oltre a ribadire i concetti già espressi nella recensione a Inchiesta in Sicilia, precedentemente esposti, Sciascia riprende la celebre triade del cardinale Ruffini (mafia, Il Gattopardo e Danilo Dolci), ma in senso antifrastico, attraverso un capovolgimento ironico, tipico degli scritti sciasciani, che ne rovescia il significato. E quando Danilo Dolci lamenta il tono aspro dell’intervista, lo scrittore risponde con una missiva del giugno 1966, ritrovata di recente da La Monica nell’Howard Gotlieb Archival Research Center dell’Università di Boston, in cui, pur nel dissenso più volte espresso e confermato, manifesta stima e solidarietà al Dolci sotto processo per non-violenza.

Nel 1977, a distanza di anni, Dolci replicherà a Sciascia in Conversazione con Danilo Dolci di Giacinto Spagnoletti, con un discorso il cui contenuto è sintetizzato nella poesia che segue:

Scriveva con amaro pessimismo
ma elegante, forbito,
sui giornali di destra e di sinistra:
pensavo gli piaceva fustigare
con la penna la storia, e moralista
cipiglio
(se udivo che in alcune conferenze
sentenziava avventato
su settori e problemi mai studiati
da lui, pensavo
impropriamente mi si riferiva).

Poiché stigmatizzava sulla stampa
il non prender partito,
sono andato a trovarlo nella sua
città, per domandargli notizie
su un mafioso locale divenuto
politico potente:
e pure se involpito nella storia
della sua terra,
pure se aveva pubblicato lustri
romanzi sulla mafia –
un fatto, un solo dato, un accennare
non gli è sortito dalla bocca triste.

E questo
per riuscire simpatico ai ragazzi
si lascia onduleggiare sulle spalle
radi i capelli,
offre sigarette;
chi vuole, può venire all’assemblea
a decidere per tutti
ma chi si annoia, può restare comodo:
liberale talmente
da lasciare i mafiosi tra i docenti,
è il tecnico piú fine
per educare i figli di papà.

Gli penzola dal collo un diplomatico
capolavoro:
tanto fantasiosamente sgargiante
da essere accettato dai figli
ma abbastanza cravatta
da essere riconosciuta dai padri.

Quest’altro
non pensando, non sa guardare avanti
con gli altri del suo gruppo:
si sente tirato da chi avanza
come il cane legato sotto il carro
quando s’impunta –
ma inesorabile
lo strascina il collare sulla strada.

[Poema umano, 1974, pp. 174-5.]

4 Comments on "Roberta De Luca: Sciascia e Dolci / 1"

  1. Grazie a Roberta per questo prezioso contributo. Un chiarimento necessario per capire meglio i punti di vista dei due più grandi intellettuali, dei primi decenni del dopoguerra, ad aver preso posizione nella lotta contro la mafia. Aggiungo che, nel libro di Spagnoletti, Dolci spende delle belle parole per Sciascia (di fronte a uno Spagnoletti che aveva appena letto l’intervista di Sciascia per “Cooperazione” e si dice “sconcertato”), concludendo che non voleva passare per “uno che faceva la guerra a Sciascia” e che ammirava alcuni dei suoi libri, come, ad esempio, “Le Parrocchie di Regalpetra”. Certo, al di là delle belle parole, la poesia di Dolci non lascia dubbi sul suo giudizio su Sciascia, mentre l’intervista di Sciascia per “Cooperazione” sembra voler seminarne non pochi su Dolci. Per un “sofista” come Sciascia, doveva sembrare “ingenuo” il pensiero di Dolci, non dimentichiamo come sempre più pessimista è diventata la visione di Sciascia della Sicilia. D’altro canto, per uno come Dolci, che la realtà che raccontava la conosceva per averla vissuta dal di dentro, fin troppo “distaccato” doveva apparire uno come Sciascia, che “un fatto, un solo dato, un accennare/ non gli [era] sortito dalla bocca triste.”

  2. Roberta De Luca | dicembre 28, 2017 at 18:55 | Rispondi

    Grazie a te anche per la postilla che evidenzia ancora una volta la differenza insanabile tra i due intellettuali. Un abbraccio

  3. mi sono fatto l’idea che magari c’è qualcosa che non sappiamo dietro questa “inconciliabilità” più apparente/formale che sostanziale tra Dolci e Sciascia. intendo, erano entrambi così intelligenti e così contigui geograficamente che è davvero incredibile che non si siano mai incontrati (e chiariti) di persona.
    comunque, se tale incontro davvero non è mai avvenuto, conoscendo l’umanità di Dolci e il caratterino di Sciascia, non è difficile immaginare chi dei due si sia messo di traverso: Sciascia era un competitivo e non mi stupirebbe che abbia provato un qualche senso di rivalità nei confronti di Dolci, invidiandone la non comune determinazione e propositività finendo per somatizzare, come accennato da Roberta, la “propria personale incapacità di essere come lui”.
    a ben vedere, comunque, tornando all’inizio del commento, l’inconciliabilità tra la fede non-violenta di un Dolci “religioso” e la lotta violenta di uno Sciascia “comunista” è solo apparente/ formale per due semplici motivi. in primo luogo perché, in modo diverso e coerente con il proprio carattere e le proprie idee, entrambi combattono le violenze sociali, economiche e culturali subite delle popolazioni in un territorio dove l’assenza dello stato lascia campo libero alla mafia. in secondo luogo perché anche se Sciascia invoca in “astratto” l’idea che “similia similibus curantur”, ovvero che sia necessario l’uso della forza per combattere la violenza della mafia e del potere, all’atto pratico non mi pare che abbia mai imbracciato armi o capeggiato rivoluzioni. anzi, tra i due il pericoloso rivoluzionario finisce per essere proprio Danilo Dolci che il 22 giugno del 1967 viene condannato a 2 anni di prigione mentre non ho memoria che Sciascia abbia mai avuto problemi con la legge per condotte “violente”.
    : )
    buone feste e grazie a Roberta e ad Abele per gli interessanti spunti di riflessione.

  4. Roberta De Luca | dicembre 29, 2017 at 11:07 | Rispondi

    Grazie Malos, anche a te. E ti ringrazio per i tuoi ulteriori e puntuali approfondimenti

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