Intervista Senza Domande a Doris Emilia Bragagnini (di Flavio Almerighi)

OLTREVERSO (il latte sulla porta) di Doris Emilia Bragagnini – ed. ZONA contemporanea 2012

Ho gradito moltissimo la lettura di questa fatica di Doris Emilia Bragagnini, e poco importa se il libro è uscito cinque anni fa, buon segno, significa che la poesia non è invecchiata.

Il libro è composto da una nutrita raccolta di brani ed è formato in cinque sezioni. Tutto sommato ogni sezione agglutina una serie di possibili “definizioni” di poesia, o una sua caratteristica. Dall’assonanza della prima sezione, passando per il mentre (lo spazio/tempo è fondamentale), proseguendo per “tenera e molesta” (molestia e tenerezza sono elementi fondamentali in poesia e non se ne può fare a meno), arrivando dunque a parlare “di frazioni” per chiudere “al click”: si perché la poesia è perenne movimento ed è capace di costruire autonomamente i propri fermi immagine, sempre che sia buona poesia. Qui ce n’è.

“il latte sulla porta”, uso la parte più confidenziale del titolo, si fa apprezzare per quell’ordito tra “detto” e “non detto” che è parte di tutti i brani che compongono la raccolta di “un’autrice del Nord Est, che vive a due passi da sé”. Capace di profondità di pensiero, di introspezione e di un senso di vertigine nell’andare “oltreverso” e magari coniare qualche altro bel neologismo come “fulgimediale: è dato di fatto che la lingua debba adattarsi al pensiero e non viceversa. Quindi poesia atta a ricordare, a essere e a tirare oltre, ben sapendo che il mondo non è tutto quanto visto e vissuto. Andare oltre quindi non come trasgressione, ma come senso voluto per sé.

Ho scelto un brano della raccolta, il primo, perché è una vera e propria dichiarazione di intenti, cui tutta la raccolta è coerente. Quindi brava Doris, ti attendiamo a una nuova fatica letteraria!

Flavio Almerighi

 

*

 

 

 

Verso Oltreverso (la premessa)

Nel nido più alto
lo squarcio nel cielo
induce al raggiro
che io torni e traduca
il verso oltreverso

Ed appare e ferisce
ma ti salva il lambire
dell’onda bugiarda
di velieri agitati

che torna e ti prende
mi trattiene e mi squassa
il mio cuore è una pista
in un mare di ghiaccio
dove in pattini d’oro
tu mi solchi e io vivo

 

*

 

 

 

Caro Flavio, ringraziandoti dell’invito proverò a rispondere alla tua – intervista senza domande -. Un’opportunità che mi consente di riprendere il filo di questo libro uscito cinque anni fa, con una consapevolezza forse maggiore che tiene in equilibrio la bilancia tra la parte di me che l’ha scritto e la parte che ora lo legge. Sono convinta che i testi non vadano spiegati, che dopo la primaria separazione tra l’autore e la parola (non più eterea ma incisa nero su bianco), nulla debba frapporsi tra i versi e ogni nuovo prossimo sguardo, nuova lettura. Un debito da pagare con gratitudine al piccolo miracolo della realizzata creatività in sé, che in questo modo lascia altrettanta libertà al successivo testimone di moltiplicare in nuovi personali giochi di luce le originali sfaccettature della composizione. Risponderò nel limite del possibile, tenendo fede a questo principio ma senza insincere ritrosie, piuttosto cercando di oltrepassare la barriera del “personale” per arrivare alla più attendibile, probabile genesi iniziale, comunque.

 

1) parole da incartare e tendere (pag. 24)
Le parole da incartare e tendere sono le parole più attese, quelle che arrivano improvvise solo quando vogliono, qualsiasi cosa tu faccia per invitarle. Sono quelle che si fanno riconoscere e ti chiamano forte ma anche quelle che a volte ti abbandonano, ti lasciano orfana per molto o ti prendono e lasciano in sospeso come un’amante occasionale. Incartarle significa sceglierle, già sapendo che non saranno per sempre, che mai saranno le stesse pur rimanendo uguali, impalpabili evocatrici d’immagini mutevoli, tese verso un continuo fluire. Oltre l’identificazione poeta/poesia.

 

2) Lo slacciare dei non voglio (pag. 26)
Un gioco serio, la rimozione una ad una di stratificazione epocali, sulle tracce di un’intuizione, un percorso a ritroso verso la parte più veritiera e graffiante di un sé perduto e sommerso che dalla cecità comincia a ricordare chi fosse, a percorrere il filo che lo riporta verso il suo centro: l’espressività. Senza mistificazioni. L’interlocutore in questo caso (e testo) diviene mezzo, personificazione di un obiettivo ideale.

 

3) scioglieranno i miei capelli scaltri (pag. 35)
Qui sorrido, la metafora è azzardata ma fortemente voluta. Con un ironico colpo di coda (di cavallo?) il verso finale tenta la riscossa contro ogni dettame, si contrappone con un’impennata liberandosi, anche dal resto del testo.

 

4) di ciò che è stato chiedere (pg.40)
Un testo malinconico e vinto, contemplativo, fin troppo chiaro nell’esposizione. Ricordo d’essere stata indecisa sulla sua sorte, pensandolo probabilmente più adatto a rimanere tra i vari fogli volanti senza data che viaggiano nei miei quaderni e cartellette, invece che pubblicato. Rispondendo alla non domanda, interrogandomi ora specificamente su cosa sia quel – chiedere -, quale valore assoluto attribuire a questa parola, quale il senso oltre un prima, oltre un dopo, la risposta sincera è: i sogni inespressi. Inviati all’universo.

 

5) sguardi aspri persi dentro (pag. 49)
La capacità di sguardo, quello che ci scalfisce, quello che interrompendo ogni torpore quotidiano riesca a provocare una risposta bruciante. Ecco penso che via via, nell’incosciente dimenticanza di ognuna di queste ferite, incisioni, nulla vada mai perduto; che i segni tornino prima o poi a galla sotto forma di gesto, come frutti di un albero innestato, traducibili in possibilità qualsiasi, come un bacio, una poesia.

 

6) difficile trovarmi a righe aperte (pag. 69)
Detta così la domanda senza risposte contiene un paradosso preliminare. Come si fa a non trovare qualcosa che sia in una sezione aperta e per di più costeggiata da una forma convenzionale di riferimento come la riga? In realtà presuppone la refrattarietà alle convenzioni, nella generale aderenza a una propria misura d’essere, senza nascondimenti.

 

7) e affaccio parole che vorrei ben presenti (pag. 71)
Il tentativo della consapevolezza, la determinazione nella rincorsa di attimi eterni, vissuti o pensati.

 

8) col compasso della sorte (pag. 73)
Dedicato ad Aldo Scardella vittima di un errore giudiziario.
Questo testo raffigura il suo suicidio in carcere. Non ne avevo mai parlato ma non ha senso in questo caso, proteggere l’intenzionalità originaria delle immagini. Quanto meglio l’importante è non perdere l’occasione di fornire uno spunto di riflessione su un tema sociale tra i più delicati e impellenti. Il compasso della sorte è la variabile che ha decretato la sua tragica fine da innocente.

 

9) acquattata sopra il frutto che non ama la ragione (pag. 75)
Esistenzialista. Posta sull’ultimo simbolico vessillo di resistenza dove, in ipotesi, rimane vitale sempre una possibilità di slancio.

 

10) a nulla vale il latte sulla porta (pag. 82)
Un’immagine che mi è particolarmente cara. Abbiamo mai trovato la risposta al chiederci quanto nella nostra vita sia frutto del caso o se le scelte contino davvero? L’ambivalenza di quel latte posto sull’uscio, che non indica direzione, semplicemente invita verso un dove, è la possibilità senza nome.

 

11) vorrei zittirlo, il non detto (pag. 84)
Si tratti del proprio vissuto, di un’identificazione, di empatia o del precipitare all’interno di un’opera d’arte, una sinfonia, una passione, c’è sempre un attimo in cui prima d’essere travolti si tenta di resistere, mettersi in salvo dalle sensazioni turbinose e indicibili, capaci di trascinarci via nella corrente.

 

12) Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io (pag. 90)
Rimanere tenacemente aggrappati a qualcosa cui non si può rinunciare, gelare gli attimi per conservarli in un isolamento cui attingere oltre ogni prosecuzione. Rinunciare a un mutamento di sé fatto di continua perdita vitale.

 

13) si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli (pag. 94)
L’ultimo testo del libro e non a caso. Una presa di posizione. Tolta la sicura, la canna non rivolta verso me stessa, lo sguardo abbassato ma per prendere meglio la mira: una denuncia. Un distinguo prima della prossima azione, in nome di tutte le donne o (almeno) quelle che mi abitano.

 

*

 

Doris Emilia Bragagnini: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare con suoi testi in varie antologie (tra cui  Il Giardino dei Poeti  ed. Historica  e Fragmenta premio Ulteriora Mirari ed. Smasher), in blog e siti letterari come  Neobar (cui collabora come redattrice), Filosofi Per Caso, Torno Giovedì, Le Vie Poetiche, Linea Carsica, Il Giardino Dei Poeti (vi ha collaborato), Carte Sensibili, Words Social Forum, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Poetarum Silva. Ha partecipato ai poemetti collettivi “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” e “Un sandalo per Rut” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Menzione speciale per il testo  claustrofonia sezione “Una poesia inedita” premio Lorenzo Montano 2013 e per il testo “di fuga Soluta” nel 2016. Premiata con segnalazione la silloge inedita “Claustrofonia” al Premio Lorenzo Montano 2017.

Il primo libro edito: OLTREVERSO il latte sulla porta, ed. Zona 2012

Ne hanno scritto: Augusto Benemeglio, Cristina Bove, Enzo Campi, Gianluca Conte, Giorgio Contis, Anna Maria Curci, Fernando Della Posta, Narda Fattori, Abele Longo, Mezzanotte, Elina Miticocchio, Sebastiano Patanè Ferro, Plinio Perilli. Presente in alcuni periodici on line e cartacei tra cui Carte nel Vento a cura di Ranieri Teti, Espresso Sud a cura di Augusto Benemeglio.

8 Comments on "Intervista Senza Domande a Doris Emilia Bragagnini (di Flavio Almerighi)"

  1. della poesia “Verso Oltreverso” mi ha colpito l’andamento pronominale. intendo, la prima strofa è un “io”, la seconda strofa è un “ti”, la terza un tourbillon di rimescolamenti “ti mi mi tu mi io” che lasciano il segno (non a caso, i “solchi”), soprattutto da un punto di vista emotivo.
    : )
    sul fatto che i testi “non vadano spiegati” un poco dissento (ma si sa, il poeta e il prosatore sono mossi da bisogni spesso diversi), nel senso che spiegare è pur sempre un aprire/aprirsi che regala a chi ascolta “qualcosa in più”. infatti, se da un lato l’interpretazione di un testo è sempre personale ed è a discrezione totale del lettore, ciò non toglie che confrontarsi con diversi significati e interpretazioni di uno stesso scritto è molto utile. e ciò vale sia per i diversi lettori (il lettore ics, latore di una interpretazione ics, può rapportarsi con l’interpretazione del lettore ippisilonne e vice versa), sia per l’autore (che si rapporta con le interpretazioni dei lettori e che offre una sua interpretazione di autore/lettore, con cui gli altri lettori possono rapportarsi). trovo che questo meccanismo di interazione “inter pares” arricchisca ogni singolo commentatore (sia esso un lettore “puro” o un “autore/lettore”), almeno per come intendo la condivisione di idee/pensieri/interpretazioni in calce ad un testo scritto, perché, com’è evidente, se io ti do un euro e tu mi dai un euro, rimaniamo con un euro a testa, mentre se io ti do un’idea/pensiero/interpretazione e tu mi dai un’idea/pensiero/interpretazione, rimaniamo con due idee/pensieri/interpretazioni a testa.
    : )
    molto bella la nonrisposta dove scrivi della “capacità di sguardo” che ci scalfisce e che interrompe il torpore quotidiano in un “tentativo di consapevolezza” di grande umanità.
    un abbraccio.

    • Doris Emilia Bragagnini | dicembre 5, 2017 at 17:33 | Rispondi

      Ciao Malos, grazie sempre per l’attenzione e anche generosità di partecipazione (scusa se rispondo solo ora). Dunque li hai notati, visti quei giri di “ ti mi mi tu mi io”, solchi, rovesciamenti, avvitamenti, confluiti in un unico corpo pattinatore: la poesia. Quando leggo questo testo, anche un po’ lontano dal modo di scrivere ideale, mi ritrovo a sorridere perché ricordo bene quando è arrivato. Immediato dall’inizio alla fine, con quell’immagine scintillante dei pattini d’oro a significare un valore prezioso. Ho riflettuto sul tuo pensiero riguardo ai testi “inspiegati” e mi sono interrogata ancora su questa mia convinzione. Io mi rispondo così (ma senza presunzione di verità e giustezza assolute), certo spiegare è aprirsi ma bisogna prima convenire cosa sia l’aprirsi per ciascuno. Per me è arrivare il più vicino possibile al dettaglio e fermarlo inquadrandolo il più vicino possibile. E’ questo (sarebbe) il mio dono di “vicinanza” per il lettore (che mai potrà essere puro ma sempre e solo autore poiché ogni – intesa – cambia secondo l’imprinting). Ulteriori precisazioni, dilungamenti sull’intenzionalità, li vedo come un tornare sui propri passi dilatando, sfuocando le immagini annacquandole da un’angolazione di 180 gradi, come a dire che si starebbe parlando d’altro ad ampio raggio, forse piacevolmente ma allontanandosi da dove (attraverso la poesia) volevo arrivare. Dentro di me c’è una voce che mi dice che più “chiara” di come sono in poesia non posso. Ho un rispetto sacrale per questo miracolo, davanti e dopo del quale il – tacere- mi appare come il modo migliore d’essermi manifestata, il più diretto e onesto nei confronti di chi s’imbatterà nei testi. Non sono brava in matematica ma concordo che se ti do un euro e tu mi dai un euro, rimaniamo con un euro a testa, mentre se tu mi dai un’idea/pensiero/interpretazione e io ti do un’idea/pensiero/interpretazione, rimaniamo con due idee/pensieri/interpretazioni a testa: io mi sarò arricchita di una concezione di ritorno ma a te verranno meno altre possibilità oltre la seconda, notevolmente diluita dalla tentata certezza.

      p.s. certo che se in privato qualcuno mi chiedesse esplicite delucidazioni potrei anche darne (ma solo per cause di forza maggiore), sentendo comunque di fare la spia, tradendo quello che la poesia ha donato, quello citato così bene da Ungaretti : “la poesia è poesia quando porta in sé un segreto“…

      D.

  2. Ciao , mi sembra proprio che “Verso Oltreverso” sia la premessa-fulcro della tua poetica. Come salvarsi o convivere con quel “raggiro… che appare e ferisce” se non lasciandosi dapprima sfiorare, “lambire” e poi incidere, “tu mi solchi e io vivo” dalla sua travolgente bellezza? Che per quanto possa essere bugiarda è onda di “velieri agitati”, qualcosa che “che torna e ti prende….trattiene e…squassa”. Leggendo poi le varie presentazioni-risposte percepisco forse un ridimensionamento di quello slancio vitale che questo luogo Oltreverso dovrebbe donare, ma non dico niente di nuovo visto che spesso la poesia è una creazione continua di significati ideali, le “semplici verità” diceva la Dickinson, che si perdono nel silenzio. Concludo prendendo la palla lanciata da Malos sullo spiegare i testi o meno, forse una spiegazione, magari velata come le tue risposte, non inficia la possibilità di nuove interpretazioni, quindi ben venga. Io per le mie poesie più incasinate scrivo sempre in parallelo il delirio che le ha provocate, lo uso per ritrovare velocemente il senso che mi circolava nelle parole in quei momenti, ed è anche una cosa divertente se riesci a sorprenderti. Sto pure incominciando ad apprezzare il cosiddetto “involontario poetico”, ovvero tutto quello che non ci passava minimamente per i pensieri mentre scrivevamo i nostri versi ma che miracolosamente emerge e viene captato dai vari lettori.

    • Doris Emilia Bragagnini | dicembre 5, 2017 at 17:43 | Rispondi

      Ciao ciglie, grazie per il tuo pensiero e la citazione della Dickinson che trovo vicina. Mi è piaciuto anche leggere del tuo rapporto con le tue poesie, la tua naturalezza nel parlarne. E’ tanto che non leggo qualcosa di tuo ma ti cercherò… un saluto

      D.

  3. Giancarlo Locarno | dicembre 3, 2017 at 22:49 | Rispondi

    L’ aspetto che più mi colpisce, nella risposta a queste non domande, è la tensione verso la ricerca della parola giusta, precisa, segno di un’estrema razionalità che vuole esplorare le regioni dell’”oltreverso”, per negare la loro irrazionalità. Per fare un esempio, la relatività o la meccanica quantistica non rendono irrazionale il mondo, ma mostrano come questa razionalità segua anche delle strade diverse e inaspettate. I percorsi vitali portano agli “sguardi aspri persi dentro”, alla dimensione introspettiva dove domina il tempo, e verso le “righe aperte”, quello estroversa dello spazio e degli altri con la loro creatività. Il risultato di questo processo credo sia sempre un cambiamento di sé, nel senso più pratico, voglio dire un cambiamento proprio nella vita quotidiana, e questo è l’unico senso che, per me, può avere la pratica della poesia.

    • Doris Emilia Bragagnini | dicembre 5, 2017 at 20:49 | Rispondi

      Grazie Giancarlo, per la tua lettura cui poco sfugge. La tensione verso la ricerca della parola giusta, precisa: è vero, ho calibrato moltissimo le risposte, quasi sempre togliendo. Avviene uno strano paradosso quando tratto la parola, sia che si tratti di poesia o di un ordinario dire, più la contraggo, la seleziono, la misuro, la contengo, più sento di dare libero sfogo a tutta l’istintività, impulsività che mi compongono. Un po’ come hai detto nel tuo esempio. Un saluto…

      D.

  4. Originale e determinata Doris, con uno stile aperto alla metafora ardita e alla complicata trasparenza della poesia!
    Fine acrobata, Flavio Almerighi, in quest’intervista “senza domande”!
    Complimenti ad entrambi,
    Rosaria Di Donato

    • Grazie per la lettura Rosaria e per le belle parole, per me e per Flavio (molto interessante questo suo modo d’intraprendere i libri e gli autori, che lascia la più totale libertà espressiva, un modo di bussare discreto capace di ogni possibilità).

      D.

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