Angela Sias: In nome del padre (Neobar eBooks)

Maria Lai – Il mondo ha bisogno di fichi 1996 (foto di Pierluigi Dessì)

Prima di tutto c’è un padre, anzi al di sopra di tutto c’è un padre, il resto è marginale.
Una figura paterna che si ingigantisce quasi a fagocitare l’intera famiglia. La resistenza di ciò che è marginale dà il via ad un percorso di formazione attraverso una progressiva presa di coscienza dello stato delle cose, che è il primo passo verso la comprensione del proprio posto nel mondo, e si esprime dinamicamente attraverso delle continue oscillazioni tra aggregazioni di pensieri incatenati, che faticano ad uscire, e sono in contrasto tra di loro.
Giancarlo Locarno

Angela Sias -In nome del padre

8 Comments on "Angela Sias: In nome del padre (Neobar eBooks)"

  1. Grazie ad Angela Sias, a cui do il nostro benvenuto, e a Giancarlo per aver curato la raccolta. Concordo con Giancarlo sui richiami alla poesia di Elizabeth Bishop: “The art of loosing” è anche l’arte della sopravvivenza, il riuscire ad andare oltre; e sono i tanti oggetti (chiavi, la bici, l’annaffiatoio…) a costituire un inventario esistenziale come nella Bishop, di cui aggiungo anche, per i richiami all’infanzia e le lacrime trattenute nella forma fissa della composizione, Sestina. Una raccolta molto interessante, colpito particolarmente dalla forma e compostezza che l’autrice dà a un flusso tumultuso di ricordi e sentimenti.

  2. Ciao,
    sono io che ringrazio Abele Longo per la gentile ospitalità e l’amico Giancarlo, per il suo attestato di stima.
    E’ vero quanto ho letto nel commento di Abele Longo: è un inventario esistenziale; il suo commento Abele, come la presentazione di Giancarlo, che mi ha stupito, hanno rivelato parti sconosciute ancora a me stessa.
    Non ho velleità di sorta, ma quando ho visto questo post, qui pubblicato, mi sono commossa, i fatti sono ancora recenti, ma non è solo questo, è che mi serve leggermi in un luogo che non sia il mio pc o le mie carte private, non per esibire o esporre (credo ci sia questo rischio, cioè che qualcuno lo pensi) una storia personale, ma per capire che la poesia per me è importante, e non devo dimenticarlo.
    Vi ringrazio tantissimo, Giancarlo, per la fiducia e Abele per ospitarmi.
    Un caro saluto.
    Angela

  3. Il mio giudizio nei confronti di questa raccolta, letta e valutata complessivamente, nella sua globalità, è decisamente positivo: tutti gli strumenti da te utilizzati sono coerenti e funzionali alla riuscita dell’opera. Giancarlo Locarno, poi, apparecchia la tavola come meglio non si potrebbe, senza arrampicarsi mai sugli specchi ma restando da una parte sensibile e dall’altra pragmatico, sistematico, come piace a me, quindi non tradendo la sua natura scientifica (mi pare sia un fisico, no?).
    La personalità poetica non ti ha mai fatto difetto e qui secondo me è affermata con chiarezza ed è un gran pregio. La gestisci alla trua maniera, ti riconosco ovunque, nel bene e nel meno bene. Perché se poi dalla panoramica globale si entra nel merito stretto di ogni componimento ci sono parti in cui il gusto personale, il mio, nell’occasione, non sempre riesce ad apprezzare/comprendere – a volte perdo le cose, il soggetto, quello che ho sempre detto riguardo la tua sintassi; questa, d’altra parte, è il tuo marchio di fabbrica, il tuo tratto distintivo, e quindi è giusto che sia accettata anche quando, almeno a me, piace un po’ meno.
    Ma al di là di tutto, ogni angolo della raccolta, specie laddove tutto sembra contorcersi, laddove i cambi di direzione sono bruschi e non sempre comprensibili, proprio lì si apprezzano di più le vene di sofferenza, improvvise come extrasistole.
    Qualcuno tra i testi mi sembra meno importante rispetto ad altri (quelli segnalati in sede di presentazione da Giancarlo sono senz’altro tra i più significativi) però, come ripeto, alla fine tutti concorrono a un effetto-moltiplicazione dell’acutezza del senso che si percepisce globalmente.
    Quindi complimenti a te e a Giancarlo, perché ti illumina e ci illumina, noi lettori dico, facendoci meglio gustare l’insieme.
    Un saluto.

    Franco “Pale shelter”

  4. un’autopsia davvero intensa. l’angoscia nascosta nel quotidiano ne scaturisce quasi paradossale (un dinosauro nella grondaia). possibile? – viene da chiedersi, mentre somatizziamo l’elenco di cose con il loro modesto nome – possibile che siamo così tanto e così poco insieme? l’ingombro, infinito, è tutto stipato nella nostra scatola cranica (come possono starci dentro tanti ricordi???) e si ribella a disfarsi. non c’è scampo dalla memoria, tuonava Borges… eppure… eppure basta che qualche molecolina inizi a fare i capricci, che placchette invisibili ad occhio nudo incrostino i pensieri, per smarrirsi in deliri fatti d’olio, tovaglie e ciliegie, in bottiglie vuote e fotogrammi pieni di immagini rimescolate (mi si confondono i tempi: forse era ieri, o era “durante”? o poi…). un vuoto così pieno da reclamare consistenza fisica (vedasi l’embriogenesi di quel dolore tra le scapole) eppure intraducibile a parole (devastante il frammentarsi sintattico di “trilogia sfalsata” e ancora più urticante il fatto che i numeri – 13 – subentrino all’afasia dei versi nel comunicare “una prigione”). ma soprattutto l’ambivalenza delle cose, umanissima, che sfuma gradualmente l’orrore d’un padre etilista e violento in un vecchio malato e fragile che cade “faccia a terra nel fango” per trovare la quadratura del cerchio della materia animata nel punto di flesso del suo restituirsi al nulla, “morto sul letto” (“trovo semplicemente amore dietro pesanti ingombri celato”, gelato, scongelato, il cielo è sereno eppure “sotto i raggi di un dolce sole” piove). poesia viva e vera. un abbraccio forte a Angela e un grazie di cuore a Giancarlo.

  5. Ho riletto tre volte questa raccolta e a distanza di qualche giorno sempre indeciso se mettere un commento o meno, il motivo è che sono poesie che hanno un peso specifico davvero alto, versi a sé stanti che ritagliano in modo netto dei significati chiudendosi poi senza lasciare spazio a malintesi o incertezze. Credo proprio che l’autrice sia riuscita a rendere partecipe il lettore dell’intensità di certi momenti. Sono poesie che fanno riflettere su dei fatti emotivi precisi selezionati come esplosioni di sopravvivenza da dentro la disperazione. Si percepisce la funzione emolliente della scrittura e poi una certa necessità all’ascolto, un alone di silenzio dove le parole prendono forza. Non posso che fare i miei complimenti e allinearmi ai commenti precedenti

  6. Vi ringrazio moltissimo, Pale, malos mannaja e ciglie, per la sensibilità e l’intelligenza della vostra lettura, (e ripeto anche Abele e Giancarlo).
    Sono ancora una volta stupita positivamente.
    Mio padre non era etilista, ma l’etilismo c’entra e non simbolicamente.
    Sono io che faccio i complimenti a voi, lettori molto generosi e attenti,
    grazie di cuore!

    Angela

  7. “Nel nome del padre” ricorda anche, ma proprio per contrapposizione, il film con Daniel Day-Lewis. Gerry, giovane ribelle nel film si ritrova in prigione con il padre Giuseppe, devoto cattolico. Entrambi accusati di essere gli esecutori di un attentato IRA in Inghilterra. Entrambi innocenti. Il film, emozionalmente molto forte, narra, tra le altre cose, il riavvicinamento di queste due figure così lontane emotivamente e ideologicamente (c’era di mezzo il ’68 che ha creato un salto storico, un divario tra generazioni). La prigione così diventa il luogo del confronto, della riappacificazione. La trasmissione di valori umani, interrotta e ripresa come patrimonio comune. Interessante che anche Anais si ritrovi in uno spazio chiuso – l’ospedale, per analizzare e cercare di decifrare un rapporto complicato.
    Al di là del film, a lieto fine come vuole la patina , molti nati tra gli anni ’60 – ’80 probabilmente conosceranno una realtà piuttosto diffusa, quella denominata dagli psicologi come ”evaporazione del padre”. Padri sempre al lavoro, presi da loro vicende personali, spesso irrisolti, problematici, quasi sempre incapaci di comunicare con i propri figli.

    Anais ci parla di uno di questi. Uno a caso. Il suo. Padre gravemente ammalato che con la sua “evaporazione paterna”, con la sua incapacità di prendersi cura dei figli, riempie ogni spazio. È un’assenza invadente, un percepire il pericolo, come forse sentono anche i gatti prima di essere accrediti. Non è l’odio che la spinge:
    “Oh se potessi gridare
    apertamente il mio odio,
    non resterebbe in piedi
    un solo filo d’erba
    dalla valle in cui to ho
    confinato”

    e nemmeno l’amore che quasi si evince in queste parole piene di tenerezza:
    “Padre che qui non c’ero
    per una stupida stupida stupida…

    combinazione,
    papà mio”

    Piuttosto il mettere a posto le cose con se stessa.

    La paralisi emotiva è espressa benissimo in questi versi:
    “Mi dico la verità
    sull’essere liberi soltanto
    all’ora di punta.
    La soglia del dubitare oscilla
    Avanti, indietro
    Prima e dopo
    Senza decidersi per intero
    E contromano.”

    E poi “La figlia fessa” che aiuta il genitore a ricordare i nome delle cose, è poesia pura che tenta di travasare in quella testa vuota e piena, da pazzo, un amore non naturale ma costruito ragionato e per questo ancora più autentico e forte, viscerale. È anche l’amore della pietà cristiana (il richiamo all’Abele biblico, “non pane e vino, -sacrificio” , l’epitaffio che ricorda un salmo). Poi il cibo, così ossessivamente presente come mancanza d’amore, la casa il giardino come nature agonizzanti o morte, persino il cane è di pietra. Un po’ Dickinson al contrario, dove tutto è mezzo morto, il rosmarino, il ciliegio le palme (sopravvissute), i gatti uccisi.

    Ogni parola in questi testi è necessaria. Non un abbellimento civettuolo a volte così presente nelle poesie amatoriali femminili, non un cedimento alla captatio benevolentiae. Una descrizione asettica, ospedaliera o spoglia e povera come certe zone del luinese.
    Non mancano nemmeno i lati comici che arricchiscono queste poesie che trovo necessarie e affrontate con grande maturità ed equilibrio. Per dei temi che sfido chiunque ad affrontare. Complimenti. (e scusa la pippa ahahha…l’ho pure tagliata )

  8. Ciao Patti,
    caspita, grazie! Grazie per il tuo bellissimo commento, profondo e
    così articolato, mi dà gioia, ma non perché mi faccia sentire lusingata,
    no, non è questo, si tratta di una gioia pura, libera dai condizionamenti che pure l’esposizione potrebbe indurre, più o meno inconsciamente.
    Il fatto di averlo riconosciuto, di aver riconosciuto la necessità, o più ancora, la poesia pura e semplice come io posso concepirla,
    è questo a darmi gioia, e persino conforto nel crederci ancora,
    grazie di cuore,
    Angela

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