Pierluigi Cappello: Parole povere

Pierre Puvis de Chavannes

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

(da “Mandate a dire all’imperatore” )

5 Comments on "Pierluigi Cappello: Parole povere"

  1. Giancarlo Locarno | ottobre 2, 2017 at 22:05 | Rispondi

    Bella poesia, mi rimanda alla mia infanzia, quando abitavo nel cortile, tutti erano operai e partivano la mattina con la bicicletta o il motorino, e facevano quelle cose descritte nella poesia, e a cinquant’anni sembravano i settantenni di adesso. Forse da tante altre parti è rimasto ancora così, forse vinti, ma mai piegati. A me piace anche la forma a litania, a elenco dei santi (di cortile), ripetitiva come un pantoum irregolare , una percussione, penso alla poesia della Bishop su Pound.

  2. Non ci ha davvero lasciato Pierluigi Cappello, rimane tra di noi perché ha i suoi occhi nei nostri e l’allegria dei vinti. Ora, senza più la tristezza grande, è qui per sempre, fuori del tempo, nella vita vera, quella raccontata in poesie come questa.

  3. Un limpido esempio dipoeta appartato, estraneo ai clamori, intento a guardare l’essenza dell’umano e del mondo e a versarla in testi cristallini, da scolpire in memoria e da proporre nelle scuole come esempio di alta poesia contemporanea.

  4. personalmente, mi piace di più la parola “ecco” (“amen” suona troppo “così” e molto “sia” e l’autore ha ragione a non volersi rassegnare). poi, cheddire? nonostante il reiterarsi anaforico elencante di “uno e “una” – che a mio modo di sentire rende più artificioso il moto “del poetare – mi ha colpito l’intensità del quotidiano trascritto nei versi. soprattutto gli scampoli di viva voce umana (nota particolare per quella dell’operaio impegnato in uno sciopero destinato alla disfatta) e il ricordo sorpreso nell’atto di farsi parole – id est nell’atto di drogarsi di poesia – per riuscire a sopravvivere alla sconfitta in battaglia e continuare a combattere l’eterna lotta di classe.
    viva la poesia guerriera!

  5. Poetare limpido alla Hikmet, che parla e stupisce come passasse un evidenziatore sulla semplicità.

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