“Sulla scivolosità di certe mattine e le inaspettate metafore che ne derivano” di Giacomo Maria Leoni (gramuglio)

[immagine dalla rete]
Il rumore è quello della saturazione che non lascia pensare, del fischio a sfumare in lontananza, prima in un orecchio solo, poi stereofonico; il colore quello dello stordimento bianco nucleare; il vetro che ci separa l’ennesima, inutile tortura della Democrazia.
Non c’è niente di peggio di una trasparenza che ovatta le nostre vite, o dell’interfonico annuncio della separazione nel momento in cui scopro di aver sempre amato [un nome che evochi fantasmi abbastanza vividi nell’immaginario dell’uomo occidentale], proprio quando l’attesa per la partenza è ormai finita, attesa che per la verità è anche l’unica ragione del mio amore, quell’ingiustificato quanto galeotto ritardo che ha costretto entrambi a sostare più o meno per due ore e mezza nella stessa fila, bloccati in quella che di qui a poco sarà certamente considerata una fallimentare allerta antiterrorismo. Viaggiamo entrambi verso la stessa meta ma su voli diversi, e [nome scelto in precedenza] sostiene che se [divinità a piacere che sia però abbastanza invisa al lettore occidentale] ci ha fatto incontrare in questo modo una ragione ci deve essere; ci deve essere una qualche ragione se il dio del traffico aereo ha voluto che i prossimi trecentonovantacinque minuti che separano [due località distanti in linea d’aria circa duemilacinquecentonovantuno miglia da percorrere in direzione ovest, come possono essere Boston e Los Angeles] fossero niente rispetto ai quasi centocinquanta appena passati a questo gate normalmente noioso e senza dio. Il tunnel che porta ai nostri rispettivi aerei parte dalla stessa uscita, dove hostess pettinatissime ma imbarazzate si prodigano in scuse e giustificazioni, ed è di dimensioni abbastanza grandi da permettere due flussi paralleli di passeggeri separati da una sottile e straziante parete di vetro antiproiettile, la stessa parete che, in un film ispirato a questa giornata, vedrebbe me adesivamente attratta, mani e labbra, di qua dal vetro, e lui di là, entrambi quasi gestaltici nella nostra impotenzialità e sconveniente vicinanza, ancora la stessa apparentemente fragile parete di vetro che taglierebbe il mio cuore se per un caso improbabile il mio cuore cogliesse l’unica possibilità su chissà quanti miliardi di attraversarla – l’unica ma statisticamente corretta possibilità di confermare la meccanica quantistica dell’amore terreno. Da così vicino vedrei la condensa alternata del mio respiro, i due piccoli aloni pulsati dalle mie narici umide, le impercettibili tracce batteriche di starnuti e imprecazioni, le micro-orme d’insetti e bestiole in viaggio; se fossi io stessa la struttura interna del vetro vedrei il muscolo involontario della mia passione sfregarsi agli atomi di silicio, al reticolato che ha definitivamente tracciato il confine invalicabile tra me e [nome scelto in precedenza]. Per quanto abbia provato a convincermi che se fossi montata su quest’aereo non ci saremmo mai più visti, io non mi sono decisa a rimanere a terra: la prospettiva di perderlo senza averci nemmeno provato mi consumava al solo pensiero di essa, la prospettiva di perderlo nell’incoscienzioso atto di provare a ritrovarlo al di là della barriera aerea che separa la partenza dall’arrivo mi infuocava invece ogni minimo capillare, mi dava come un formicolio, un torpore simile a quello che sento in questo istante in cui tutto quello che ho sempre sognato sta per infrangersi inesorabilmente su [un grattacielo fra i più alti al mondo, magari molto vicino a un altro quasi identico, non fosse per l’antenna posta sulla cima di esso], nel quale mio marito lavora, in un ufficio a un piano abbastanza alto, ignaro del fatto che non sto più andando a trovare mia madre in [un luogo genericamente abbastanza lontano da quello di partenza scelto in precedenza] ma sto per fare irruzione nel suo e altri uffici adiacenti al suo, ignaro del fatto che amo [nome scelto in precedenza] e [nome scelto in precedenza] odia la grande nazione degli infedeli, ignaro soprattutto del fatto che l’unica cosa che mi è venuta in mente di fare, in questi ultimi attimi, è portare la mano sinistra nei pantaloni, da sopra, senza nemmeno sbottonarli, e inserire due dita nella mia vagina, per la precisione il medio e l’anulare, quest’ultimo ornato dalla fede che porto. Tra esattamente ventisei secondi e qualche decimo saremo tutti le ceneri della Fede, le spoglie dell’impero, i relitti dell’Occidente in cerca di suberoi, e l’inaspettata, scivolosa reazione di quello che sarà presto il mio ex corpo è un’eccitazione tale da spingermi a mettere mano proprio là sotto, mentre gli altri passeggeri di questo volo si apprestano ad avere la più banale e democratica delle reazioni di fronte al nostro presente che diventa per l’ultima volta passato, di fronte al passato che urta il futuro senza preavviso e lo fissa a memoria imperitura.
L’obeso alla mia sinistra, seduto lato corridoio sul sedile che ha scelto in quanto più comodo per eventuali, goffi movimenti (considerata la sua incredibile stazza), è talmente obeso da non notare nemmeno il mio gesto, o forse ha deciso di non dargli peso in questo frangente così frenetico della nostra breve convivenza; la donna di origine asiatica alla mia destra, lato finestrino, si è rifugiata in una pudicizia tutta orientale, celando il disgusto per le mie azioni e il terrore per il destino che ci attende dietro una compostezza degna di un samurai; il bambino che siede sul sedile di fronte al mio, tra due disperazioni genitoriali, è divertito, sicuro che il videogioco di questa mattina non sarà l’ultimo, e a tratti quasi esaltato dall’essere lui stesso parte di una guerra non del tutto simulata. Di certo non ha idea di quello che avviene alle sue spalle, e se anche si girasse a guardarmi non credo capirebbe appieno la mia improvvisa voglia di masturbarmi: nonostante l’Occidente in cui tra poco smetterà di crescere, è ancora troppo piccolo e i suoi riccioli neri mi ricordano i figli che non ho avuto da [nome scelto in precedenza], i meticci quanto adorabili mocciosi che mi ronzano per la testa adesso, un attimo prima che faccia breccia la terza falange di ambo le dita, lo stesso attimo prima di entrare inattesa nell’ufficio di mio marito, il quale proprio ora sta guardando le foto di celebrità nude rubate dagli account iCloud delle celebrità nude stesse, mentre dietro lo schermo, a suo modo anch’ella ignara, la sua segretaria dalle bocce enormi e la camicetta bianca perennemente scollata a rivelare un infinito cleavage che porta chissà dove, la gonna nera stretta e troppo corta, e i decolleté neri con tacco dodici, inizia a sgranare gli occhioni da cerbiatta che appaiono ancor più grandi attraverso le lenti dei suoi pornografici occhiali, anch’essi neri ma tempestati di Swarovski. La grande finestra alle spalle di mio marito, tagliata in due metà perfettamente identiche da un sottile montante presumibilmente di alluminio, sembra l’eco strutturale dell’ottica correttiva per miopi che sta poggiata sul nasino alla francese della segretaria, identiche trasparenze che annunciano l’atterraggio, se così si può dire, di un quantomai inaspettato [aereo di grosse dimensioni] che da questa visuale assume una forma vagamente fallica. Non so se l’incipiente contrazione dei muscoli sul volto della signorina, che dovrei in maniera politicamente corretta definire la responsabile amministrativa di quest’ufficio, sia espressione del panico che immagino stia iniziando a fluire verso la sua bocca, immortalata in questo fotogramma nell’atto di aprirsi in un urlo inutile, o se sia piuttosto lo stupore di fronte al volatile più grande che abbia visto arrivare sui suoi occhiali, e se in questo caso l’apertura della bocca non sia in effetti altro che un benevolo gesto di accoglienza nei confronti dei prodotti secondari di questa entrata spettacolare e per niente annunciata.
In questo stesso fotogramma, il primo atomo del naso di questo volo [numero] operato da [una compagnia aerea occidentale] tenta di cogliere la sua unica possibilità su chissà quanti miliardi di attraversare lo stretto reticolo di cemento armato del [grattacielo scelto in precedenza], la cui superficie esterna è ancora leggermente bagnata da un’umidità passeggera. Non si può dire che fuori piova, quantomeno non a questa velocità, piuttosto è come se ci fossero finissime particelle d’acqua in sospensione tra l’asfalto e il cielo pressoché sgombro della mattina, non nuvole o nebbia, ma una rugiada volante che ben si addice all’ambiguità della situazione e che credo si definisca in ogni lingua foschia.
È proprio quando, in questa guerra irrazionale, le seconde falangi sostituiscono le terze, che scatta il fotogramma successivo, quello in cui il panico dei passeggeri ha completamente sostituito l’aria all’interno della fusoliera, saturandola, le lacrime pareggiano la sospensione della foschia esterna, disturbate solo dal sudore che schizza via dall’Abramo Lincoln ciccione che siede alla mia sinistra, e il naso dell’immenso volatile scansa la nuca di mio marito per dirigersi eccitato incontro alle tette di [una qualche celebrità cui sono state rubate foto compromettenti], abbozzate sul retina display di fronte a mio marito stesso, o ancora più probabilmente verso le tridimensionalissime bocce della segretaria disegnata dietro lo schermo Apple con gli occhi fuori dalle orbite, mentre onde sonore ad altissima frequenza, miste a parti di saliva, si rincorrono a partire dalla sua bocca oscenamente aperta in direzione di tutto ciò che sta al di qua di mio marito e al di là della decenza. La facilità con cui avverrà la penetrazione è simbolizzata dalla totale assenza d’attrito che le mie dita incontrano, ma non ha alcuna giustificazione logico-geometrica alla luce del clamoroso sbilancio tra le dimensioni del [aereo di grandi dimensioni scelto in precedenza] e la bocca pur invitante della segretaria, le cui labbra sono già talmente tese da non apparire nemmeno più carnose come in effetti sarebbero in condizioni normali o se morbidamente adagiate su un qualsivoglia altro oggetto o estensione umana: sono così sotto sforzo da ricordare l’audacia di certi video [categoria porno preferita] nei quali, a dispetto del luogo comune, si dimostra che il dolore e il piacere sono due facce della stessa, lubricatissima medaglia.
Mentre la mia fede attraversa grandi e piccole labbra, umide come non mi succedeva da quando [episodio minore ma popolare della recente Storia occidentale], inizio a reclinare la mia testa all’indietro, chiudendo gli occhi e pensando a [nome scelto in precedenza], e vedo come un viale lentissimo, alberi umani sbiadire in un misto di gocciole che non cadono, quasi fossero il fermo immagine di una pioggia dorata, e la luce che lentamente si prende l’aria intorno, la conquista creando un alone accecante ed etereo, ai bordi colorato dall’arco di Iris che avvolge, ovatta, nasconde i motori del [aereo di grandi dimensioni scelto in precedenza] che mi trasporta, che ci trasporta tutti là dove nessuno ha mai potuto raccontare di essere stato, attraverso il [grattacielo scelto in precedenza], democratico utero in cui migliaia di altri uteri democratici accolgono altri volatili, in comodi bagni e specchiatissimi uffici, e il mio amore, il terrorista che dietro i miei occhi chiusi mi penetra come qualcuno penetra [nome della celebrità scelta in precedenza] sullo schermo del glorioso iMac ventisette pollici di mio marito, è dentro di me sotto forma di pene d’emergenza, così come il [aereo di grandi dimensioni scelto in precedenza] penetra inesorabilmente il [grattacielo scelto in precedenza] come se fosse l’incredibile pene di [divinità scelta in precedenza], e quest’ultimo fotogramma è in sostanza [considerazione a scelta del lettore occidentale].

 

nota: questo brano è stato premiato con una segnalazione al XXX Premio Montano,
sezione “Una prosa inedita”.
*
gramuglio (Giacomo Maria Leoni)  è un soppalco.

altre pagine di Giacomo Maria Leoni (gramuglio) qui

3 Comments on "“Sulla scivolosità di certe mattine e le inaspettate metafore che ne derivano” di Giacomo Maria Leoni (gramuglio)"

  1. Mi viene in mente Baudrillard quando dice che è la “sottrazione”, l’assenza, a dare forza, e proprio perché siamo incapaci di affrontarla ci rifuggiamo nell’opposto, nella proliferazione di immagini e di schermi. E il racconto di gramuglio [gran piacere ritrovarlo] ci mostra come anche la tragedia più immane [la sottrazione] si può evadere, moltiplicando immagini e schermi [porno post-modernità] fino a quando l’essenza [la tragedia più immane] viene ad essere comodamente diluita [titillata]. Graziea Doris per la proposta e complimenti a gramuglio.

  2. ottima padronanza della materia (non mi stupisce che il brano sia stato “premiato con segnalazione”). una *foschia* di parole che avvolge il mondo e il lettore, rendendo quasi penetrabile il sesso e quasi impenetrabile il senso. il conseguente logico sbilanciamento tra dimensioni non può che innescare il collasso del multiverso – per come lo conosciamo – in un contrappunto immateriale.
    della serie, quando la forma è funzionale alla sostanza, ben venga la speranza in una [finalità a scelta dell’autore occidentale],

  3. Un po’ macchinoso ma è inevitabile pur quando si scrive in maniera ispirata come in questo caso. E’ poi questione di gusti personali, prima infatti mi piacevano di più tali preziosismi espositivi, ora mi rendono ancora più finta la finzione dello scrivere. Ciò non toglie che lo trovi molto ben scritto, complimenti all’autore.

Leave a comment

Your email address will not be published.


*