Patrick Chamoiseau, “Solibo Magnifique” – di Fausta Genziana Le Piane

Patrick Chamoiseau
AMICI MIEI!
IL MAESTRO DELLA PAROLA
PRENDE QUI LA CURVA DEL DESTINO
E CI PRECIPITA
NELLA SCALOGNA…
(Per chi piangere?
per Solibo).
O parola padrona, mi! COM’E’ MORTO SOLIBO? Fu una bella morte: “per uno strangolìo della parola” – dall’interno -, come dicono i suoi amici, cioè di un auto strangolamento che si produce talvolta durante il discorso, o avvelenato con una chadec candita, come invece sospetta la polizia?”. Tutti i presenti sono indagati, soprattutto un certo Bateau Français, detto Congo: “Nel corpo, ‘spettore, aveva spiegato lo stregone in un creolo senza età, c’è l’acqua e c’è il fiato, la parola è il fiato, il fiato è la forza, la forza è l’idea del corpo sulla vita, sulla propria vita. Adesso, ‘spettore, smetti di pensare, lascia che ti pesino nella testa il nero e il silenzio, poi, il più in fretta che puoi, interrogati: cosa succede se la vita non è quella che deve essere – se l’idea viene meno?…” (p. 163).
Durante il carnevale di Fort-de-France, in Martinica, nelle Antille, un cantastorie magnifico, Solibo, impegnato in uno dei suoi “discorsi senza virgole” cade a terra fulminato sotto un albero di tamarindo della località detta la Savane gridando: Patat’sa! L’uditorio, vedendovi un richiamo al vocale, credette di dover rispondere: Patat’si…

Patrick Chamoiseau è un autore che merita di essere ricordato per lo stile, che concilia lingua orale e lingua scritta, e l’atmosfera – insolita e un po’ allucinata – che anima i suoi libri. E’ nato nel 1952 a Fort-de-France in Martinica, dove vive e lavora. E’ autore di quattro romanzi: Cronaca delle sette miserie (1986); Solibo Magnifique (1988); Texaco (1992); L’esclave vieil homme et le molosse (1997). Ha scritto (con R. Confiant e J. Bernabé) un saggio dal titolo Eloge de la créolité, seguito nel 1997 dalle memorie-saggio Ecrire en pays dominé. E’ autore anche di due testi autobiografici: Antana d’enfance (1990) e Chemin d’école (1994).
E’ evidente che in Solibo Magnifique (Einaudi,1988) l’autore è dalla parte del morto (la sua parola bizi bizi ti catturava (p. 135), Perché? Perché si tratta di un libro sulla parola, sulla sua importanza e Solibo, cantastorie senza tempo, ne è il rappresentante, difeso strenuamente da Chamoiseau stesso, detto Chambizié, Ti-Cham o Uccello di Cam, di professione tracciatore di parole, cioè scrittore, che ha il compito di raccontarne la storia dopo la morte: “No, non scrittore: tracciatore di parole, è tutta un’altra cosa, ‘spettore, lo scrittore appartiene a un altro mondo, rimugina, elabora o sonda, il tracciatore rifiuta un’agonia: quella dell’oralitudine, raccoglie e trasmette. E’ quasi simbolico che io fossi lì per l’ultima parola del Magnifico (…)” (p. 126).
Lo stile è nostalgico e poetico: intorno al morto ruota una serie di personaggi bizzarri, Lolita Boidevan, soprannominata Dou-dou Ménar, venditrice ambulante di frutta candita, Raffine Albert, capo dell’ufficio di polizia, soprannominato Inceppa-Brivido, Bateau Français, soprannominato Congo, fabbricante di grattugie per manioca, molto probabilmente senza professione, il maresciallo Philémon Bouaffesse, il dottor Gabriel Siromiel, Charles Gros-Liberté, soprannominato Charlot, musicista, in realtà senza professione ecc. ecc. Un’umanità povera, un universo sgargiante ma poetico, fantasioso, emozionante che l’autore descrive con simpatia, empatia e humour. Su tutti domina Solibo, incapace di sopravvivere alla marea montante della modernità che tutto appiattisce per renderlo meglio visibile, la cui parola, la sua vera parola, tutta la sua parola, con la sua morte, era persa per tutti – e per sempre (p. 169). Sfuggente, magico, simile al riflesso di una vetrina, una scultura sfaccettata di cui nessun angolo offriva una visuale di insieme (p. 164), Solibo si accorge che il suo spazio si riduce, non trova più tribune…Il giorno della sua morte un fiotto di verbo doveva torturargli il ventre, scalmanargli il petto, aspettare l’atroce momento del carnevale in cui un ciclone gli scaturì dalla gola – devastatore (167).
Solibo Magnifique diceva allo scrittore: -… Uccello di Cam, tu scrivi? Va bene. Io, Solibo, parlo. La vedi la distanza? Nel tuo libro su Manman Dlo, vuoi catturare nella scrittura il parlato, vedo che ritmo vuoi dare, come vuoi incalzare le parole in modo che suonino alla lingua. Mi dici: Non ho ragione, papà? Io dico: Non si scrive mai il parlato, ma solo parole, altrimenti avresti dovuto parlare. Scrivere è come tirare su il lambi dal mare per dire: questo è il lambi! Il parlato risponde: dov’è il mare? Ma non è questa la cosa importante. Io me ne vado, ma tu resti. Io parlavo, ma tu scrivi annunciando che vieni dal parlato. Mi tendi la mano al di sopra della distanza che c’è tra noi. Va bene, però tu tocchi con mano la distanza…Ma Choimoiseau sa che scrivere l’orale è solo un tradimento, vi si perdono le intonazioni, le mimiche, la gestualità del narratore (…) Solibo vi era ostile (p. 168). Dice a giusto titolo Milan Kundera che “Chamoiseau è uno scrittore che viene dalla tradizione orale, ma possiede le raffinatezze di un romanziere moderno, ed è da questa posizione (come erede di Joyce e di Kafka), che tende la mano a Solibo e alla preistoria della letteratura. Solibo Magnifique è quindi lo spazio dove due tempi s’incontrano”.
Grazie Patrick per aver cercato di colmare quella distanza, per averci fatto conoscere un mondo nuovo, sorprendente, in cui esistono ancora i Maestri della Parola, un mondo che ha ancora il gusto della parola e dove il soprannome inventa la persona perché questa gente sa proprio trovarselo, il nome! (pp. 60-61).

Detti di Solibo:

Se il prete dice dominus vobiscum?

Secula Secula Rum!

e sotto la damigiana Solibo sarà felice se ne andrà nel paese dove il cielo ha tredici colori più l’ultimo colore dove le erbacce crescono meno spesso dell’igname pacala dove Air France non ha aereo e dove i béké hanno manco un genere modello di piantagione di fabbrica di grossi negozi dove il carbone non ha bisogno di fuoco e dove il fuoco si alza senza carbone dove si vedono bambini volare con vespe e farfalle dove il sole è un gwoka e la luna uno zufolo dove i negri sono allegri in musica in danza in alcol addosso alla vita e dove figlioli dove Solibo stesso nonostante la sua grande bocca e la sua grande lingua e la sua grande gola non avrà più bisogno di houg…PATAT’SA!…

PATAT’SI!

Patrick Chamoiseau, Solibo magnifique, Einaudi, 1998
Fausta Genziana Le Piane

3 Comments on "Patrick Chamoiseau, “Solibo Magnifique” – di Fausta Genziana Le Piane"

  1. Grazie a Fausta Genziana Le Piane per questa bella recensione, cercherò di procurarmi il libro. Immagino non sarà stata facile la traduzione!

  2. Giancarlo Locarno | luglio 26, 2017 at 07:32 | Rispondi

    Splendida recensione, e splendida la lingua dell’autore, un crogiolo iniziale dove “due tempi si incontrano”, ma anche due lingue per forgiarne una nuova, che sembra scaturire dai corpi e dalle cose così terrestri, da leggere, anche nell’originale.

  3. anche qui, recensione che m’acchiappa fin da subito soprattutto perché culminante nella citazione di una “atmosfera – insolita e un po’ allucinata” che indubbiamente fa proprio per me. grazie: annoto la segnalazione per una prossima lettura.

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