Poetry Lab: Natalia Bondarenko

Poetry Lab: Natalia Bondarenko

 

Da dove viene la tua poesia?
Non lo so… Se dico “dalla mia esperienza di vita”, suona come “portami un minestrone” in un ristorante stellato. Penso che la maggioranza dei poeti inizia a scrivere poesie quando vuole comunicare qualcosa a qualcuno e con le parole semplici non riesce a farlo. Così è successo anche a me. Almeno così me lo ricordo. Poi, scatta un secondo round, dopo – il terzo… e così via. Ora come ora scrivo di tutto, ma solo se lo sento. Anche se ritengo che le mie cose più significative sono state scritte in prima persona, perciò, sofferte, ‘digerite’, derise e messe da parte e a questo punto, non so quanto vale famosa espressione che il “Poeta è un fingitore”, ma se fosse così – ho ancora un sacco di cose da scoprire.

 

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Sono molto spesso le donne. Perché una ‘sfigata’ può piacere solo ad altre donne che almeno in questo senso non riescono ad invidiarmi. Uomini, (alcuni), si sentono offesi dal mio modo ironico di raccontare il mio rapportarmi con l’altro sesso e probabilmente mi vedono come una ‘stronza’ e mi trovano un po’ cinica e poco lirica. Per essere laconica, direi che la mia poesia potrebbe essere giudicata poesia ’di nicchia’, anche se questo fatto non mi conforta. Ma non lo so se è così. A volte provo a scrivere qualcosa di straziante e molto romantico, e ‘becco’ (per errore probabilmente) qualche appassionato di poesia classica. A volte mi capita di sentire le persone che odiano la poesia ma amano la mia, di poesia. Credo che la domanda più giusta dovrebbe essere: «Come immagini il tuo ascoltatore?» Lo vedo. Amo il pubblico e gli regalo la mia poesia, mi sento bene sul palco dove faccio l’unica cosa che mi viene bene – mi confido e mi affido.

 

Come vivi, con te stesso e con gli altri, il tuo essere poeta?
A volte dimentico di esserlo anche se devo dire che convivere con la costante voglia di ‘scarabocchiare’, se non sto attenta, mi può portare ad un esaurimento mentale perché ad un certo punto rischio di diventare ripetitiva e noiosa, poco interessante direi. Bisogna sapere quello che fai. Solo se lo vuoi. La poesia è come un parto naturale. Devi concepire con il desiderio e la convinzione, portare al termine e partorire. Ogni poesia – un figlio nuovo. Almeno lo è per me. Per il resto, amo i poeti. Probabilmente non è una caratteristica frequente fra i poeti. A volte questo mio amore non viene capito; a volte viene scambiato per qualcosa che non lo sia, ma a volte lo si vive come una solidarietà. Soffro d’invidia, una invidia luminosa e creativa, cosiddetta bianca, vorrei scrivere come Antonella Bukovaz, Sara Comuzzo, Fernanda Woodman, Bukovskij, ed ogni tanto, di notte, quando non riesco a dormire perché quel giorno (magari) non ho scritto neanche una riga, leggo i loro libri.

 

Come hai iniziato?
Ho avuto due inizi.
In russo ho scritto da non ricordo quando. Dopo la morte di mia nonna a casa nostra sono arrivati gli scaffali dei suoi libri fra i quali trovai un tomo delle poesie di Cvietaeva. Lo lessi tutto. E dopo averlo letto, iniziai a scrivicchiare con la penna sui fogli rubati nella segreteria della scuola. La rima veniva bene ed ero sicura che i miei versi erano meravigliosi, ma visto che nessuno li leggeva, sono rimasti per sempre sepolti in qualche cassetto a casa di mia madre. In Italia, invece, tutto ha inizio su Internet: una volta al posto di Facebook esisteva Splinder. (E chi lo ricorda!) Speravo di piacere ad un ‘profilo’ che ogni tanto postava le sue poesie: volevo essere meglio di lui, volevo folgorarlo, spiazzarlo, sedurlo… sono state le prime poesie in italiano, sono state le più brutte poesie che ho scritto nella mia vita.

 

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
Devo ricordarvi che sono una sovietica e non conosco il metodo di insegnamento italiano. Ma la mia insegnante era talmente mediocre ed indifferente nel tirare fuori un po’ di anima e sentimento, che tutto il mio ricordo finisce nell’imparare a memoria una decina dei brani che imponeva il programma scolastico: lo feci con un sforzo disumano, dimenticando il giorno dopo tutto quello che recitavo il giorno prima.
Il vero interesse scoppiò nell’adolescenza, verso 14-15 anni, quando dovetti cercare i testi per le mie canzoni. Per necessità, in quelli anni, ho letto di tutto, e non solo i libri di poesie. Probabilmente quella libreria di mia nonna, così vecchia e così taciturna, fu l’unica scuola utile che mi capitò allora, e per confermare questa tesi, vi dico, che non è mai tardi per imparare qualcosa o capire qualcosa, o come è successo a me alcuni anni fa, di innamorarsi di Vladimir Majakovskij prima quando l’ho letto in traduzioni orribili in italiano, poi, dopo, quando ho trovato un meraviglioso libro di Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” dove si trovano alcune poesie tradotte in maniera eccezionale che finalmente mi hanno aiutato a capire questo poeta dell’avanguardia russa.

 

A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
Potrebbe essere una risposta banale e poco interessante, ma visto che scrivo in italiano con un sacco di errori e per di più senza articoli (come se fossero inutili), devo per forza di cose farli vedere a qualcuno. Lo faccio da una decina di anni e sempre con la stessa persona, una persona lontana e disinteressata, ma curiosa. Una persona che non ha voluto mai apparire da nessuna parte ed è rimasta sempre in ombra. È una cosa seria: un lavoro di editing non indifferente. Cosa posso dire? Che sono fortunata?

 

Usi la penna e/o il computer?
Uso computer. Devo vedere il testo stampato. Devo vedere la musicalità e la costruzione delle frasi. È importante osservarlo pulito e comprensivo. A volte quando sono fuori – uso il registratore. A volte – scrivo direttamente sui libri che leggo, poi torno a casa, cerco di riscrivere tutto su un file e l’impresa fallisce: mi capita di non capire la mia calligrafia. Perciò, impreco anche.

 

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
Entrambe le cose. Ma è più probabile che le poesie corte sono di getto. La poesia lunga ha bisogno di essere più pensata. Importante per me è tornare a volte indietro, rileggere i testi vecchi e correggerli.

 

A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
Neanche una.
Neanche una mia.

 

Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Generalizzando… chi sono io per dare i consigli?

 

Un poeta su tutti.
Ogni uno ha il suo. Ma più che poesia, guardo la persona e lo stile della scrittura. Sicuramente Vladimir Majakovskij quando è tradotto bene, ma è una cosa rara. Perciò lo godo in russo. È stato uno dei pochi che all’inizio del secolo scorso ha sperimentato in modo così evidente dove padroneggiavano ancora il lirismo e il classicismo russo. Le sue innovazioni e ‘violenze’ linguistiche si sentono molto se lo leggiamo in lingua russa, purtroppo non sempre vengono capite dai traduttori. Non posso dire che è un mio idolo, ma di sicuro, il mio prof di poesia.

 

*

 

Sappi
che di solito dico un sacco di bugie,
quelle che si sfornano ancora calde
e che si raffreddano in pochi secondi
intanto che mi stai sopra stanco e perplesso
e cerchi di domarmi inutilmente

ma sappi anche, che a volte
la verità sta da qualche parte in alto,
magari
al terzo piano senza ascensore dove si va solo
per piangere e per dimenticare,
dove si vive distesi e si dorme all’inpiedi,
dove accecano le poche cose che non distingui,
ricorrono sbandando/deviando
per la mente e per gli occhi.

 

*

 

Quando finirà la pioggia
ti farò vedere il sole dai miei occhiali rotti,
ti farò ridere con quella insegna
vista a Napoli, nei quartieri spagnoli,
nella vetrina di una rosticceria

«Tacchini e polli, a richiesta si aprono le cosce!»

ti farò un caffè dal gusto bruciato,
consueto, angosciato,
acquoso come il tempo,
anche se devo dire che la pioggia ultimamente
mi mette sempre di buon umore, e,
a prescindere dall’umido dei tuoi piedi
e dei miei occhi, ti dirò,
fosse per me, mi piacerebbe che piovesse
un giorno sì
e un giorno
anche.

 

 

(Dal libro VIETATO AGGRAPPARSI AI SOGNI, Guarnerio Editore)

 

*

Natalia Bondarenko è nata nel 1961 a Kiev (ex Unione Sovietica) in una famiglia d’artisti. Nel 1990 si trasferisce in Italia. Artista, fotografa e scrittrice. Attualmente vive e lavora a Udine. Scrive da sempre nella sua lingua madre, in particolare ha scritto sceneggiature per spettacoli universitari, poesie, racconti e romanzi. Ha tradotto in italiano opere poetiche e narrative di autori russi e ucraini. Direttamente in lingua italiana scrive solo da alcuni anni, riscuotendo un notevole successo. Sue poesie sono state tradotte in Romeno, in Inglese, in Russo, in Tedesco e in Friulano (dialetto di Casarsa). È vincitrice del concorso di poesia (edizione 5 marzo, 2009) e finalista del concorso ‘Parole e Poesia’, 2012. Diploma di merito: 18° e 20° Concorso Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” (Taggia – IM), 2011, finalista del Premio “Scrivere Altrove”, 2012. È vincitrice del Premio SCRIVERE ALTROVE 2013, Cuneo. Dal 2015 cura la rubrica “L’ironia è una cosa seria” sulla rivista Versante Ripido e l’evento friulano “Poesia&friends”. Dal 2016 fa parte della redazione della rivista letteraria Versante Ripido.

5 Comments on "Poetry Lab: Natalia Bondarenko"

  1. Non è facile esprimersi attraverso le poesie
    E non è nemmeno facile essere compreso.
    Ma complimenti a te che lo fai
    Che esponi a chi ascolta o legge il tuo intimo.
    Ora che l apparire è sempre più dilagante , come un grande mordi e fuggi, è importante riuscire a fare quello che fai.
    … un po’ come svelare parti preziose di se….
    …. criptate, protette, voler parlare di se proteggendosi…
    Ma chi lo vuole, … poi il tuo “essere” lo trova..

  2. Ho apprezzato molto la poesia, musicale e fortemente evocativa, e sono curiosa di conoscere meglio Natalia, cercherò i suoi lavori. Grazie per l’intervista, molto ben condotta.

  3. Ironiche e profonde le considerazioni di Natalia Bondarenko come anche le liriche scelte. Affascinante il suo percorso formativo, i “due inizi”, dal russo all’italiano, da Cvietaeva a Majakovskij (nell’antologia Majakovskij che ho, edita dalla BUR, tradotta da Serena Vitale c’è solo “Ode alla rivoluzione”, purtroppo).

  4. a prescindere dal fatto che il minestrone è un gran piatto (se non lo fosse, si chiamerebbe minestrino, no?) e che pertanto merita il dovuto rispetto (io lo adoro), le parole di Natalia Bondarenko mi hanno messo di buon umore. anche perché mi piace l’idea di poter vedere il sole attraverso un paio di occhiali rotti: di certo un’esperienza molto cubista. in ogni caso, il medico che è in me tiene a precisare che il sole si può guardare attraverso un paio di occhiali da sole, mentre se siete in compagnia, cioè guardate il sole attraverso un paio di occhiali non da sole, correte il serio rischio di danneggiare la vista… ma miei deliri a parte, anche se Natalia Bondarenko sostiene in una poesia di dire “un sacco di bugie”, leggendo le sue risposte ho avito la sensazione che al contrario brilli per sincerità e freschezza. soprattutto quel “mi confido e mi affido” colpisce per nuda intensità. e in ogni caso la sensazione è che viva la poesia molto seriamente, ma con la dovuta ironia (cosa non da poco davvero…)

  5. Roberta De Luca | giugno 29, 2017 at 09:08 | Rispondi

    Quanta dolcezza. Quanta bellezza. Grazie

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