prosenze inquietanti: giugno

la siccità soffoca il Belpaese, non piove da settimane, il caldo è asfissiante, i comuni emanano ordinanze che limitano l’utilizzo dell’acqua e i rubinetti tossiscono come anziani con la bronchite cronica. quale migliore auspicio, dunque, per gli affezionati lettori di Prosenze Inquietanti che immergersi in questo racconto del bravo Walter Carrettoni, apparso l’anno scorso sul suo blog Le storie di Walter, che s’intitola “In un giorno di pioggia”?

In un giorno di pioggia

La porta si spalanca senza preavviso, con violenza, forse a causa di una raffica di vento, che accompagna nel locale un nugolo di gocce di pioggia.
L’uomo con il casco da motociclista entra rapido quasi quanto la pioggia e lascia che la porta rimbalzi indietro per richiudersi alle sue spalle. Si ferma, sfila il casco e dà un’occhiata attorno.
Il locale odora di pioggia e panini che implorano di essere buttati piuttosto che passare un altro giorno assiepati su vassoi di cartone dietro al loro vetro, imperlato da quell’umidità che tutti i presenti si sono trascinati dietro, quando sorpresi dalla pioggia hanno trovato riparo.
L’uomo posa il casco integrale sul portaombrelli vuoto vicino all’ingresso e si avvicina al bancone del bar.
Due maschi adulti parlottano gesticolando animatamente ad uno dei tavolini vicino all’uscita. Più in là due genitori sconsolati non riescono a far tacere il figlio più piccolo, che agita una bottiglietta di cola come fosse una granata e insiste nel cercare di berne il contenuto senza svitare il tappo, mentre la sorella maggiore dedica tutta la sua attenzione nel trasformare un tovagliolo di carta in minuscole striscioline.
Avvicinandosi al banco l’uomo ordina un analcolico, ma la ragazza cinese dietro al banco sfodera un sorrisone interrogativo. Allora l’uomo indica una delle bottigliette allineate sullo scaffale a specchio dietro al bancone. Dopo vari tentativi, finalmente il liquido rosso trasloca dalla bottiglietta al bicchiere e lì si ferma ad aspettare che l’uomo prenda una decisione. Ma quest’ultimo preferisce studiarlo ancora qualche secondo, prima di scegliere di ignorarlo. Un rosso liquido versato invano. La barista cinese si allontana aumentando se possibile la dimensione del suo sorriso, trattenendo ben nascosti dentro di sé i suoi reali pensieri.
L’uomo si produce in una fuggevole smorfia e si volta, continuando l’esplorazione del locale.
I clienti sembrano tutti vittime del nubifragio improvviso. Le vetrate che danno sulla strada sono ancora frustate da acqua e vento.
Una coppia di giovani male assortita che sembrano pescati a caso da un gruppo eterogeneo di teenagers studia annoiata l’elenco di canzoni stampigliate sulla replica moderna di un vecchio juke-box anni settanta. I dischi in vinile che fanno bella mostra all’interno sono finti, la musica è tutta digitale.
Un uomo e una donna anziani sorseggiano silenziosamente del tè, seduti molto vicini l’uno all’altra a un tavolino più defilato degli altri. Si tengono mano nella mano e sono gli unici a sembrare clienti abituali. Lui ha un libro aperto davanti ma sembra non voltare mai le pagine, lei fissa un punto al di là del mondo visibile.
Quando la ragazza cinese si stanca di contare i tasti della cassa, approccia un tentativo di conversazione.
“Solpleso dalla pioggia? Viaggiava in motò?”
Due domande inutili, oltre che stupide. L’uomo è quasi tentato di rispondere a sua volta con una domanda, ma la sua attenzione viene catalizzata dal personaggio appena uscito dalla porta in fondo alla sala, probabilmente la toilette.
E’ un quarantenne, stempiato, anonimo nell’aspetto e nel vestire. Si porta al bancone. Osserva il motociclista con aria quasi stupita, e lui ricambia, mantenendo però un’espressione neutrale. Poi entrambi distolgono lo sguardo.
Dal juke-box comincia a diffondersi una canzone di Elvis e come rispondendo a un segreto segnale, l’uomo anonimo si muove lentamente, con gesti che sembra avere studiato molteplici volte. Arriva alla porta d’uscita e la blocca, facendo scattare la serratura interna.
Prima che la barista cinese possa obiettare, l’uomo estrae una pistola dall’interno della giacca.
La confusione che si sviluppa dopo è solo una logica conseguenza, anche se nel giro di qualche secondo l’uomo con la pistola riesce a ottenere attenzione e silenzio.
Perfino Elvis smette di cantare e nessuno, ovviamente, pensa di chiedere il bis.
L’uomo con la pistola è chiaramente agitato, suda vistosamente e quando parla, più volte è costretto a fermarsi per riordinare i pensieri.
“Vi prego, state tranquilli. Per favore. Non voglio fare del male a nessuno. Anzi. Sono qui per evitare che accada qualcosa di terribile.”
Dalla famigliola si alza una voce, quella della bambina. “E’ vera quella pistola?”
La madre immediatamente cerca di zittirla, abbracciandola ancora più forte di quanto stia già facendo, mentre il padre si alza, mettendosi tra i suoi figli e l’uomo che li minaccia.
“Senta, la prego, qualsiasi cosa ha intenzione di fare, faccia uscire mia moglie e i miei figli, loro sicuramente non c’entrano nulla con tutto questo.”
Il sempre più agitato uomo con la pistola non è della stessa opinione. “Oh no e invece c’entrano. Suo figlio. Il bambino. Non posso credere di poterlo vedere. E’ proprio lui!”
E poi succede il finimondo.
Il bambino, incurante di tutto quello che gli sta intorno, fino a quel momento ha tenuto in bocca la bottiglia di cola, agitandola e mordicchiando il tappo di plastica. Il gas di anidride carbonica all’interno decide a un certo punto di non riuscire più a comprimersi oltre, per cui dà una bella spallata al tappo ormai usurato dai fenomenali denti del ragazzino, e si libera con un rumore di schiuma impazzita. Il tappo però non trova l’agognata libertà e va a incastrarsi nella trachea del suo aguzzino, ostruendola completamente.
Il bambino comincia a dimenarsi, non riesce più a respirare, la madre che capisce subito la situazione urla disperata mentre il padre si guarda attorno come se fosse appena stato teletrasportato su Marte.
L’uomo con la pistola grida che non doveva succedere, che non capisce perché sia successo lo stesso. Uno dei due clienti seduti al tavolino vicino all’uscita, in quanto medico, nonostante le minacce dell’uomo con la pistola che non sembra d’accordo, si lancia ad aiutare il ragazzino.
Ma il tappo non ne vuole sapere di lasciare la sua nuova sistemazione nonostante gli sforzi congiunti delle manovre del medico e delle bestemmie del padre. Allora il medico grida all’amico di passargli la valigetta.
E’ qui che l’agitazione dell’uomo con la pistola raggiunge vette lodevoli. Con gli occhi fuori dalle orbite osserva la valigetta muoversi come al rallentatore. Si solleva da terra e vola magicamente accanto al bambino steso sul pavimento. Il dottore la apre e ne rovescia fuori tutto il contenuto, cercando lo scatolino dei bisturi ultimo modello che gli hanno appena regalato a una conferenza.
L’uomo con la pistola inorridisce nel vedere una fiala cadere fuori dalla sua custodia e rompersi in mille pezzi sulle piastrelle del pavimento, mentre il liquido che conteneva si propaga per tutto il locale sotto forma di una nebbiolina impalpabile.
Nonostante tutto questo, la tracheotomia di emergenza ottiene il suo effetto. I polmoni del bambino ricominciamo a impregnarsi di aria mentre il medico tampona la ferita e la sistema in modo che non si richiuda. Solo in questo momento la barista si ricorda che le avevano detto che qualsiasi cosa fosse successa nel locale, doveva immediatamente chiamare il suo referente anziano e mai l’ambulanza o la polizia. Allora prende il cellulare e inizia a comporre un numero.
I due ragazzi vicino al juke-box intanto, approfittando della situazione, cercano di svignarsela per l’uscita posteriore, quella che avevano intravisto vicino al bagno, ma la trovano bloccata.
Ora l’uomo con la pistola è incredibilmente tranquillo e parla con un tono rassegnato.
“Mi dispiace. Mi dispiace veramente, ora dovrò uccidervi tutti.”
Sarebbe difficile riportare tutte le parole e gli interventi dei vari presenti, dopo questa affermazione. Ognuno comincia a parlare, gridare, domandare, piangere o implorare. Ma poi tutti si zittiscono quando l’uomo con la pistola inizia a spiegare. Probabilmente lo fanno perché la voce dell’uomo a questo punto è talmente bassa che altrimenti nessuno avrebbe capito nulla.
“Tutta la fatica che ho fatto è stata inutile. Mi ero ripromesso di salvare la vita di mia moglie e quella di altri milioni di persone senza fare del male a nessuno. Ci sono andato vicino tanto così. Evidentemente il destino vuole che il fato si compia comunque. Credo di dovervi un minimo di spiegazione. Vengo dal futuro. Un futuro ancora molto lontano a venire. Tanto che potrebbe risultarvi inconcepibile, per cui non mi dilungherò su questo particolare. Il dato importante che dovete sapere è che nella mia epoca, una malattia genetica sta decimando la popolazione. Noi la chiamiamo la Malattia. Mia moglie è una delle sue vittime. Io sono uno storico, insegno storia antica all’università. Storia antica, tra cui anche il vostro presente. Anni di ricerche mi hanno permesso di identificare l’esatto momento nel tempo e nello spazio in cui la prima molecola di quella che diventerà la Malattia si è sviluppata. Ed è qui, pochi secondi fa.
Quello che è successo è esattamente quello che avrei voluto evitare. Volevo impedire che quel ragazzino si soffocasse con il tappo, che il medico provasse ad aiutarlo e che quella provetta di siero sperimentale si rompesse sui bisturi contaminando il bambino. Ma è andata anche peggio. Il siero si è dissolto nell’aria. Credo sia a causa della forte umidità. Ora siete tutti contaminati, non solo il bambino. Tra duecento, anzi no, ormai credo molto prima, forse cent’anni, il DNA che voi trasmetterete ai vostri eredi svilupperà un ceppo maligno che porterà alla morte di milioni e milioni di persone. Tra le quali mia moglie. Ora, l’unico modo che ho di porre rimedio a tutto ciò è impedire che voi vi riproduciate.”
“Lei è pazzo!” Grida l’amico del medico, “è completamente pazzo. Non so cosa voglia da noi, ma ci sta raccontando un mucchio di stronzate…” Si zittisce non appena la canna della pistola si solleva verso la sua fronte.
Ma poi cambia bersaglio. Improvvisamente freddo e lucido, l’uomo con la pistola spara e pone fine alla vita di quasi tutti i presenti. Prima i quattro componenti della famiglia, lo fa talmente in fretta che quasi non se ne accorgono. L’arma è letale, veloce e precisa, un modello futuribile si potrebbe dire, provoca una morte indolore. Non spara proiettili ma raggi invisibili che spengono le forme di vita come un interruttore spegne la luce. Poi è la volta del medico e del suo amico, dei due ragazzi vicino alla porta posteriore e della barista cinese che prima di spegnersi riesce comunque a sorridere.
Restano i due anziani. Ancora mano nella mano, ancora il tè fumante nelle tazze e il libro aperto sul tavolino. Non hanno detto una parola, loro. Lei fissa ancora quel punto al di là del visibile mentre lui osserva speranzoso e con sollievo l’uomo venuto dal futuro.
Non avrebbe motivo di farlo, non hanno più possibilità di trasmettere il loro DNA modificato. Ma il vecchio gli sorride, annuendo, e allora l’uomo preme due volte ancora il piccolo interruttore sul calcio.
“E’ stato tutto inutile, Han.” La voce fa trasalire l’uomo venuto dal futuro, che si volta e vede il motociclista di cui aveva dimenticato la presenza. Perché non avrebbe dovuto esserci.
Il motociclista è l’unico che Han non si aspettava di trovare. Non c’era traccia di un personaggio come lui nelle ricerche storiche.
“Chi sei?” Chiede Han, sempre impugnando l’arma.
“Un tipo curioso. Stavo navigando tra i canali cronostorici e ho trovato il tuo episodio.”
“Il mio… episodio?”
“Scusa, tu non puoi sapere. Vengo da un futuro ancora più futuro del tuo. Il tempo lo abbiamo capito ormai. Lo abbiamo imbrigliato. Lo rivediamo in tv. Quello che è successo qui adesso fa parte di una serie. Si chiama Antichi Delitti Da Bar.”
“Antichi… delitti da… ma… “
“Hai ucciso undici persone in un bar.”
“Ma ne ho salvate milioni! Ho bloccato lo sviluppo della Malattia!”
“Sì, sì, ma se ne svilupperà un’altra. Sai, esiste una regola d’oro che nel mio tempo abbiamo imparato a conoscere. Il destino non si cambia.”
“Come?”
“Puoi fare qualche modifica, certo, ma alla lunga tutto torna nei suoi binari. Tua moglie per esempio…”
“Cosa? Mia moglie cosa?”
“Non ricordi più che si vantava di avere una linea orientale nella sua famiglia?”
Sì, l’uomo venuto dal futuro per salvare la propria moglie ora lo ricorda, mentre osserva il corpo della barista cinese riverso sul tavolato di legno dietro il banco del bar.
“Non hai fatto bene i compiti, Han. Non hai controllato le discendenze. Tua moglie non nascerà. Hai cancellato la sua linea genetica. Non sarà colpita dalla tua Malattia né da altre, perché quando tornerai nel tuo tempo lei non sarà mai esistita. Se tornerai. Oh scusa, mi sono lasciato sfuggire il finale dell’episodio. Ora scusami, devo lasciarti.”
L’uomo vestito da motociclista solleva una mano, disegna un cerchio nell’aria con due dita e sparisce, lasciando solo Han e la sua arma.
L’interruttore sul calcio dell’arma viene premuto, per l’ultima volta. Mentre scorrono i titoli di coda.

*

(pausa di riflessione a margine del testo)

l’idea che la fantascienza fosse un genere letterario minore, dotato d’una limitata rilevanza culturale, era un vecchio adagio che ottenne un discreto consenso negli anni sessanta tra intellettuali doc e critici spocchiosi. poi le opere di Dick, Bradbury, Ballard, Sheckley, Clarke, Lem, Brown, Delany, Silverberg, Herbert, Gibson, Adams, Heinlein, Sturgeon, Matheson, Asimov e compagnia bella, ebbero un tale impatto sulla nostra immaginazione e creatività, da mettere in ombra mostri sacri della letteratura mondiale quali Hemingway, Salinger o Kerouac. quindi credo di potermi astenere da ulteriori panegirici a difesa del genere nonché dei libricini della serie Urania, per passare a una breve riflessione sul racconto in oggetto. partirei dal dato di fatto che gli universi soggettivi rispondono alle leggi della relatività molto allargata, e che se in qualche modo siamo riusciti ad interiorizzare tale sconcertante verità è anche grazie alla narrativa di fantascienza. similmente, in questo ottimo racconto di Walter Carrettoni, il tema di una rappresentazione mentale strettamene soggettiva dell’esistenza, assume un’importanza centrale. in primis ci sono gli avventori e il gestore del bar, ognuno perso nei propri deliri quotidiani. poi c’è Han il primo viaggiatore dal futuro. infine c’è il motociclista, secondo viaggiatore che proviene da un futuro ancor più lontano. tutti sono convinti di esistere, tutti sono convinti di essere gli unici sceneggiatori del proprio universo soggettivo e che la propria realtà sia più reale delle altre. invece si rendono conto di *essere scritti*, concetto che metaforicamente evoca il rebus filosofico del libero arbitrio (se ciò che più influenza il nostro agire sono le esperienze, ed esse dipendono dal mondo che ci circonda, come possiamo essere sicuri che non sia il mondo ad agirci?). ed ecco che ci scopriamo tutti fratelli: siamo tutti *storie* scritte, o per l’esattezza “cronostorie”, ovvero *episodi* della serie-tv “Umano, troppo umano”. insomma, davvero un racconto scomodo e intelligente questo che ci è piovuto addosso oggi, costruito su una trama biologica che, secondo la migliore tradizione Ballardiana o Sheckleyana, abbraccia presente, passato e futuro senza soluzioni di continuità. cosa che magari lascia a bocca asciutta chi per l’appunto agogna “soluzioni”, ma rinnova lucide e inquietanti domande. ad esempio, quando Gesù Cristo dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Vangelo di Giovanni 6, 54), non è deprecabile che si prenda la libertà di *spoilerare* così su due piedi la fine dell’episodio?

8 Comments on "prosenze inquietanti: giugno"

  1. Roberta De Luca | giugno 26, 2017 at 17:46 | Rispondi

    Molto bello il racconto, davvero una lettura gradevole, e interessante e utile la nota di Malos. Sulla fantascienza sono perfettamente d’accordo. Affascinante e con possibilità “infinite”.

  2. Un bel racconto davvero, un vero e proprio refrigerio. Grazie a malos e grazie a Walter Carrettoni. La prima parte mi ha ricordato Mistery Train di Jarmush (l’elemento orientale, Elvis Presley) ma poi del tutto inaspettata arriva la fantascienza, e di ottima fattura direi. Han come professore di storia antica che viene del futuro è credibile, grazie anche al personaggio del motociclista. Bella la scrittura “filmica”, per i dettagli, le inquadrature e l‘uso della soggettiva.

    • Grazie davvero, soprattutto per il commento sulla scrittura “filmica”. Mi piace scrivere come se stessi descrivendo un film, in effetti. Magari qualche volta questo stile va a discapito della psicologia dei personaggi, ma preferisco la “scorrevolezza delle immagini”.
      Walter.

  3. Doris Emilia Bragagnini | giugno 27, 2017 at 08:12 | Rispondi

    Splendido. Ah sono tornata indietro più volte per rigustarmi alcuni passaggi che oltre alla suspense mi hanno contagiata d’ironia. A un certo punto mi sono anche fermata e chiudendo gli occhi ho stoppato la scena e l’ho girata a modo mio per poi tornare a vedere cosa in realtà fosse successo (è stato quando il tipo sudato sui quaranta si è mosso su Elvis estraendo la pistola e chiudendo la porta; pensavo che infilato un ciuffo posticcio e una giacca con le frange si sarebbe messo a cantare sui tavoli…)… Piaciuto tutto, la velocità, il ritmo, i dettagli né troppi né pochi, in un racconto così breve tante diramazioni interessanti.

    “…tutti si zittiscono quando l’uomo con la pistola inizia a spiegare. Probabilmente lo fanno perché la voce dell’uomo a questo punto è talmente bassa che altrimenti nessuno avrebbe capito nulla”.

    Su questa precisazione mi è partita una risata di cui ancora sono sazia. Grazie davvero Malos e complimenti a Walter Carrettoni (un nome che ricorderò).

    D.

    • Grazie grazie grazie. Felicissimo di averti divertita oltre che interessata. Bello quando il lettore partecipa immaginando variazioni alternative alla storia!
      Spero che il ricordo del mio nome mantenga sempre una connotazione positiva… 😉

  4. Giancarlo Locarno | giugno 27, 2017 at 20:50 | Rispondi

    Molto bello il racconto, anch’io negli anni 70 ero un lettore accanito di Urania, Ballar e Shackley (ho un suo autografo su una specie di Urania americano) mi piace leggerli ancora, con altri che hai citato vanno al di là del genere fantascienza.
    Il racconto per me rappresenta un mondo parmenideo, dove ogni istante di tempo esiste eternamente da qualche parte, non esiste il nulla, e questi tempi si rimescolano in successivi “eterni ritorni”.
    Il tempo si salva perché è come impresso nella pellicola di un film.
    La domanda è cosa succede dopo i titoli di coda, quando il film finisce?

    • Mitici Urania, ricordo che, quindicenne, inviai un mio racconto per una qualche raccolta ai tempi. Naturalmente fui cassato e rileggendo ora come scrivevo ai tempi, capisco benissimo. Questo racconto è comunque una revisione di un mio vecchissimo scritto.
      Quando si parla di viaggi nel tempo vale tutto e non vale niente, si sa…
      per rispondere alla tua domanda… naturalmente parte la pubblicità!

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