Manuel Cohen: “Darkana” di Davide Cortese

“DARKANA” di Davide Cortese (LietoColle, Como, 2017)
Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo. Darkana di Davide Cortese.
Di Manuel Cohen

«Il secondo stadio dello spirito è lo stadio
mediterraneo. Deriva direttamente dal naturalismo.
La vita qual è la conosciamo: ora facciamo il sogno
della vita in blocco. […] Sì: scorrere sopra la vita
questo sarebbe necessario questa è l’unica arte possibile»
(Dino Campana, La Notte)

La nuova raccolta di Davide Cortese, Darkana, è l’ottava prova in versi di una voce interessante e inquieta e anche, con quest’ultimo libro, davvero singolare, che ha in attivo anche una buona produzione narrativa e versi nel dialetto della sua isola d’origine. Si tratta di un libro di poesia vero e proprio, che si presenta con i tratti peculiari di marcata e di consapevole distanza, tonale e ritmica, dal presente linguistico: non è casuale ed è una scelta voluta, precisa ed insistita, consapevole e rischiosa. Come se l’autore ci tenesse a rimarcare il proprio dissenso, o piuttosto, la propria disappartenenza a una lingua della poesia contemporanea comunemente connotata da formularità lineari e da medietà tonali e sintattiche spesso tendenti a una comunicazione tanto semplificata quanto ovvia, e spesso sconfinante nelle lingue di sabbia o di plastica della comunicazione e della prosa più adiacente o prossima.

Sarà questa una delle ragioni per le quali assistiamo, da lettori, ad una progressiva discesa nell’enigma, tesa alla ricerca delle ragioni più intime, o propriamente, ‘buie’ dell’essere, nel continuo affronto o combattimento dualistico tra sé e altro da sé, tra bene e male, tra inferno e salvezza. Il viaggio è dunque da intendere quale continuo affondo nell’immaginario linguistico e nell’imagerie fisica e psichica: una catabasi. L’arretramento di marca Orfica, e la ricerca fino alle scaturigini del senso e della sua rappresentazione o resa verbale, visiva e sensoriale, penetra come in un percorso a ritroso nelle ragioni e nella figuralità remota, arcaica e proto-novecentesca di Dino Campana, alla cui risonanza o ascendenza sembra idealmente riconnettersi. Una ascendenza o paternità, citata in un exergo ancillare e anticipatore dello scenario in cui muovere pensiero e azione: ‘bocca-serpente’, ‘cuore-mistero’. Nello sprofondare nell’oscurità, la lingua ha accensioni allegoriche, attua apparenti esercizi di surrealtà, inscena continuamente frizioni di immagini e di senso con metafore ossimoriche che sottendono una lingua tesa, neo-barocca e neo-orfica, verticale, e drammaticamente esposta: un pulsare di bagliori e di luci nella notte, un ardere di figure, un bruciare figurale dell’interiorità sovraesposta, inseguita, cacciata o rincorsa; e allora sono “lampi di buio”, “ruggire
luce”, “tigre di luce” e uno “sguardo allucinato”, nel solco della metafora più canonica e di una poetica dell’analogia, dell’inseguito e dell’inseguitore: una pantomima dell’io che si rincorre, confuso nella sua identità di viaggiatore nella notte, o di più classico ‘viaggiatore d’ombra’: “Mi vede. / Lo vedo. / Ha il mio volto.” Tutta l’impostazione della voce è alta, impostata e ieratica (dalla solo apparente fissità o rigidezza) e sebbene priva di ogni enfasi, indica un percorso vertiginoso, una lingua da vertici e vertigini campaniane: il ‘sogno della vita in blocco’. Si prenda, a esempio, il testo Incedo ieratico e fiero:

“Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale.
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.”

Ogni verso gode di una sua specifica autonomia significante e testuale: possiamo cioè affermare che siamo di fronte a una sequenza di versi-frasi monorematiche: cioè di versi autonomi, di valenza assoluta e non relativa o correlativa. Ogni verso ha un significato, a prescindere da tutta intera la costruzione. È l’assolutizzazione di senso, dell’autonomia del significante così cara alla poetica simbolista e, di seguito, al paradigma di questa poesia: i Canti orfici del poeta di Marradi, Dino Campana, che qui, incredibilmente, rivive con i motivi e i luoghi della sua poesia: le cattedrali e il tempo, le tigri e i serpenti, la notte e la tenebra. L’agglutinarsi in sequenza pressoché continuo di particelle pronominali (mi, miei), per un totale di 8 su circa il doppio del totale dei versi, ribadisce l’orizzonte di riferimento, l’interiorità dell’azione, la “mia nudità”. L’immaginario inoltre, offre uno spiazzamento temporale, o culturale: la drammatizzazione della luce, la sua dinamica, allegorizza lo ‘stadio dell’io’ nicciano, mentre la scena e la speculazione sembrano lontane anni luce dalla poesia colloquiale, solidamente comunicativa o assertiva di questi anni. È come se Davide Cortese volesse condurre la sua ricerca linguistica in un’area vintage, anteriore alla cultura post-moderna di cui noi tutti siamo intrisi. Per questo ricorda Il canto della tenebra, per questo attinge ad un modello unico, quasi irripetibile. Coniugando poi l’orizzonte campaniano con l’istanza plastica, meglio, pittorica, della drammatizzazione chiaroscurale caravaggesca.

Così il titolo, Darkana, si pone inevitabilmente quale spia di senso plurimo, vero e proprio
enunciato programmatico del testo: coniato dall’unione del sostantivo dark, oscurità, e arcana:
misteriosa (e quindi oscura). E come quando nella grande poesia universale, senza età e
senza mode, aliena dal tributare un qualche pegno alle urgenze del quotidiano, cogliamo la potenza sorgiva e ritornante, l’orfismo delle matrici di senso o degli archetipi: ecco allora, in uno dei testi più potenti del libro, quel riaffiorare dalle acque, quel riemergere di isole-entità, di terre-io, quell’ergersi da e sul mare dell’iceberg della soggettività:

“C’è altrove un mio volto
che emerge dalle acque
e si fa isola.
È la punta di un iceberg
sepolto dall’abisso.
C’è altrove un’isola arcana
che non è che il mio volto
emerso
in un altro tempo.”

La poesia, quando c’è, sa liberarsi di tutto, sa liberare l’immaginario fino alla sua resa dirompente e imprevedibile, alla sua lettura sghemba, alla sua visione compiutamente altra, diversa, delle cose. Basterebbe questa poesia singola per spiegare, da sola, la necessità di un libro. Ma il libro, Darkana, per intero, sarà una gioia inattesa per il lettore attento e aperto alla novità del non ovvio, del non codificato. Leggerlo sarà una esperienza nuova, un vero e proprio choc semantico e sensoriale, come dovrebbe essere l’esperienza che abbia la forza e l’ospitalità di una ‘zattera’ per ogni disperso, con la compiutezza di “portare i giorni da una riva all’altra del tempo”, come dovrebbe essere il reale intendimento dell’arte, l’autentico portato di un Libro di poesia.

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