Roberta De Luca: Riserva di luce – “Rizomi e altre gramigne” di Maurizio Manzo

Riserva di luce

La luce che permea le poesie della raccolta “Rizomi e altre gramigne” di Maurizio Manzo costruisce una vera e propria metafisica, di dantesca memoria ma di matrice laica. L’io lirico cattura dalla realtà schegge di lampi, guizzi di luce, intermittenze di cuore e di stelle, lingue di fuoco, che gli permettono di seguire un percorso volto alla conoscenza di sé, e di scendere in profondità con sonde particolari, alla ricerca delle radici dell’esistenza. La realtà che il poeta osserva è setacciata da filtri fisici che la depurano dell’urgenza materiale e che allontanano e separano lui dal mondo, creando un distacco (ultima parola della silloge) utile a esercitare una speciale inclinazione dell’occhio.

Egli infatti “vede” attraverso vetri e finestre, diaframmi che, come spiega Leopardi nella sua teoria della visione, limitando il contatto diretto con il reale, stimolano l’immaginazione e il pensiero. (Altre suggestioni arrivano in questo discorso dal cinema e ancora dalla letteratura. Penso alla novella Lacrymae rerum di Verga, in cui la finestra realizza l’impersonalità dello scrittore). Dunque l’ostacolo filtra l’impressione sensoriale, poi interiorizzata, e determina una doppia vista, quella degli occhi e quella della mente.

Nella Prefazione, Pasquale Vitagliano definisce la poesia di Maurizio Manzo, visiva e cinematografica. È proprio così. Si capisce che il poeta maneggia con cura e abilità la materia semantica, filmica e fotografica, e gli oggetti funzionali alla visione. È il poeta-fotografo che coglie, negli scatti inconsueti, scorci cagliaritani, squarciati da lampi, imbevuti di luce mutevole; è il poeta-faber che forgia lampioni e ringhiere quali emblemi esterni di una condizione altra, che può esprimersi perfino in una dissolvenza di sfumature erotiche.

Però ci sono delle difficoltà che infestano come gramigne i quadri di luce, degli inciampi che costringono di nuovo a riaccendere il destino. Manzo è uomo contemporaneo e non ha più a disposizione gli occhi di Beatrice a segnare il cammino della percezione-conoscenza e della salvezza Si legge nell’occhio il lasciapassare/sotto i polpastrelli i luoghi si sformano ma abbiamo smesso di stringerci mani, di inseguire i segnali degli occhi.

Tuttavia i suoi sensori trasversali gli consentono di crearsi un rizoma, una riserva di luce (sono parole di Maurizio) che, cercata fuori, si insinua nel suo corpo e ne diventa motore. Un fenomeno analogo a quello della fotosintesi clorofilliana che produce la vita: questa, nel cammino in giù dell’energia solare – luce e calore – “disegna un’ansa e ci si annida” (in Carbonio di Primo Levi).

E quella luce, cercata, individuata, spesso catturata dal poeta e annidata dentro di lui nelle propaggini dell’essere, viene restituita al lettore, con generosità, dalla poesia.

5 Comments on "Roberta De Luca: Riserva di luce – “Rizomi e altre gramigne” di Maurizio Manzo"

  1. Mi ritrovo nella recensione di Roberta. Sono “schegge di lampi” e “guizzi di luce” sulla realtà, frammenti e intermittenze tradotti in una forma concisa e aforistica. Una raccolta densa nonostante i brevi componimenti. Come dice Maurizio nell’epigrafe: “Tutto parte da un rigonfiamento. Una riserva che si riempie di delirio, di un bacio mai dato, di incongruenze notturne, di semafori incantati”. Un rigonfiamento che produce tanti grumi di vita vissuta e osservata. Molto infatti è lasciato al lettore a cui vengono date solo delle coordinate. Si tratta di un viaggio interiore, un trovarsi a fare i conti con il tempo: “Distrattamente torna tutto indietro/ piano ed è quello che ti sfiora lento”; e con il dolore: “poi è solo acqua a venire, penso al sale che corrode il dolore”. Un viaggio che trasforma i luoghi in corpo (‘Le ringhiere sono sempre un abbraccio, sono lì con l’anima che si scrosta), in cui la vita degli umani trova risonanze in quella degli animali, con “la lucertola che disfa ragnatele” che riporta ad un abbraccio. Infine, ed inevitabilmente, una riflessione sui tempi: “ho visto che son morti tutti i torti”.

  2. Roberta De Luca | giugno 20, 2017 at 08:13 | Rispondi

    Grazie Abele per il tuo commento. Il mio è solo uno spunto di riflessione che se da una parte riduce, limita la bellezza della poesia, dall’altra spera di attivare nuove inchieste. Un bacio a tutti i miei amici di Neobar e alla loro”altezza d’ingegno”.

  3. mi ritrovo anch’io nelle parole di Roberta. l’uso chirurgico del verso, quasi a *fotogrammi di parole* è la cifra stilistica che ammiro di più nella poesia di Maurizio Manzo. poi c’è la sostanza, tra cui spicca la luce citata in questa intensa recensione, che più di una volta mi ha fatto pensare a Edward Hopper, per come artiglia l’immaginazione (hai presente? nighthawks, room by the sea, morning sun…) sconcertando/inquietando il lettore con inquadrature oblique dove il silenzio si fa parola per incarnare i quesiti esistenziali che affiorano dietro l’apparente normalità della vita quotidiana. ecco, sì, quel senso di vertigine, di mancamento che trovo anche nei quadri di Hopper, l’impietoso dilatarsi di tempo e spazio sotto i nostri piedi che fa cadere il pensiero nel vuoto doloroso dell’assenza (“le cose perse ritornano a galla”) e dell’essenza (“a rotolare la vita inizia presto”)…

  4. Grazie a Roberta per la bella e come dice Malos, intensa recensione, e grazie a Abele per il suo bel commento e l’ospitalità e un abbraccio anche a Malos, Hopper di room by the sea…be’, ci sta tanto…:)

  5. Roberta De Luca | giugno 22, 2017 at 10:29 | Rispondi

    Grazie a voi tutti 😘

Leave a comment

Your email address will not be published.


*