Intervista Senza Domande a Lucia Gaddo Zanovello (di Flavio Almerighi)

 
Consapevolvenze di Lucia Gaddo Zanovello

Io non cerco le complicazioni nelle persone, cerco la verità. C’è molta Poesia, detta e anche non detta, in questo bel libro di Lucia Gaddo Zanovello. Consapevolvenze è una parola di due, consapevolezze e dissolvenze forse, consapevoli dissolvenze forse. Chi ha detto che i Poeti non possono più inventare parole nuove? Un libro, Consapevolvenze, che è di verità e di molto volo sulle ali di una libertà acquisita dalla vita e dall’esperienza.
La raccolta si divide in tre sezioni. La prima “E gurgite”, un gorgo di vita affrontato per non farsi travolgere. La seconda (Così sia) non rinnega il sacro, anzi lo sottolinea, un sacro che è spirituale e non offre particolari connotazioni confessionali. La terza “Consapevolvenze” vicina al movimento e alla forza di affrontare il mondo, la vita e le sue vicissitudini senza preclusione alcuna, apertamente. Poesie in cui l’autrice non si nega, dietro ognuna di esse ci sono la persona e la storia di Lucia.
Si notano fortemente umanità accoglienza, verità della persona. Il Poeta non è un drone. I droni non hanno anima e nascondono il corpo. Vanno dove li mandano, cercano, e distruggendo annotano. In Consapevolvenze tutto è iniziato, qualcosa è finito, altro no e continua. E la scrittura, le mani, possono trattenerli nel ricordo che diventa condivisione. Un cinema multisala dove proiettano tanti film di un unico sceneggiatore. “E’ che chi vede da fuori non capisce” (Flavio Almerighi)

 

L’imbarazzo di essere felici

Come replicare a tanto aperte braccia
se non fiondandosi come di corsa
nel centro della disponibilità.
È che chi vede da fuori non capisce,
fatto certo è che pare come la gelosia
sensazione in sé di torto subíto.
La gioia a volte dà piú briga del pianto
perché mette a debito
in questo mondo fatto per patire.
La festa ingombra piú dell’amarezza
se traboccando urta
il vaso vuoto dell’altro.
Rimettere in pari il livello d’ansia
tarato sulla medietà della sopravvivenza
è impresa che richiede ingegno piú che doglia,
non per nulla si dice
che il sollievo del riso sia etico dovere.
È la ferita
materia di scambio all’apparire umano
arteria e raccordo
nodo e sbocco
nella stretta di essere al mondo.

 

 

Lucia Gaddo Zanovello – Intervista Senza Domande (di Flavio Almerighi)

Consapevolvenze

https://img.ibs.it/images/9788875363000_0_0_300_80.jpg

 

1) Volontà che pace non ha (pg. 16)

È il primo verso di un distico (il secondo è questo: se non in crine a felicità) che funge da seconda strofa in Àpici. Tento una spiegazione: neghittosità e lentezza non sono ammesse dalla corsa nel tempo limitato, assegnato per adempiere ad ogni cosa, c’è bisogno di fare ordine nella tendenza all’entropia di tutto ciò che ci circonda e c’è necessità, per ognuno, di avere delle risposte. Con parole scontate potremmo riassumere tanta tensione di lavoro nella ‘ricerca della felicità’ perseguita da ciascuno venuto al mondo; beh, tutto questo affannare produce in ognuno di noi solo rari àpici appaganti e spensierati, afferrabili per poco, così brevemente che allora sùbito il desiderio di rigustare questo appagamento ineffabile ci rigetta nel bisogno di averne ancora. E siamo come surfisti a rincorrere la cresta dell’onda, per percorrerla e farci percorrere di piacere, il più a lungo possibile. Anche l’autenticità è, a modo suo, essa stessa felicità, e pure questa la si vive raramente e quasi sempre con qualche tratto artificioso. Frattanto, non si parla che d’altro, dell’inautentico, di quisquilie, dell’approssimativo, di un fiacco surrogato di cose veramente buone o, Dio non voglia, di qualcosa di assolutamente falso,‘ammazzando’ il tempo prezioso. Ma della storia di ciascuno è fatta la Storia e nessuna goccia è persa di questo oceano di morti e di viventi. La volontà non ha pace perché non ha pace la ricerca, il bisogno di collocare il reale e la voglia di volo leggero sopra le proprie inettitudini, sopra l’inferno che è la Terra. È il nome che portiamo a condurci, l’elezione nostra di quell’attimo fatidico, adamatino, in cui volentieri ci siamo lasciati investire di una precisa responsabilità, facendo una promessa che ci ama e che perdutamente riamiamo; essa ci mantiene in carica e ‘sulla corda’, per tutta la vita.

 

2) Era là che la vita indugiava prima di fiorire (pg. 18)

Degli anni del mio affidamento in campagna, nei primi della mia vita (io vissi quell’età come abbandono, anche se ormai, da qualche decennio, so che quell’allontanamento fu solo una sorta di ‘parcheggio’, dovuto a contingenti, sventurate convenienze di famiglia), del tempo ‘senza mamma’ insomma (chi ponesse fine la sera alla luce bene non so vale a dire: chi spegnesse la luce di sera nella mia stanza), mi è rimasta la sensazione (anche se so bene che questo non può essere vero) di non essere cresciuta, di essere rimasta statua di sale per tutto il periodo, più poeticamente, gemma in attesa, come per un interminabile inverno doloroso.

*
3) Si ha l’usufrutto della parola vita (pg. 24)

La frase costituisce il primo verso della poesia Spire. Rimarca un assunto per me basilare: esiste lascito dal valore più incalcolabile e più potente dell’uso della parola? Non credo. La parola ‘ci usa’ per far parlare la bellezza, il divino, per interagire col mondo. Anche qui tuttavia c’è un’intermittenza di luce e di vita. Come accade di ritenere che le luci notturne della città, delle stanze accese nei palazzi narrino di esistenze serene, che vengono a patti col mondo in pace, poi bisogna capire al contrario quanto, aldilà dello spettacolo nel suo complesso vivido e lieto, questo benessere apparente sia vero, quante incognite, invece, difficoltà, asprezze, nel comunicare, nello stare insieme o in solitudine, si annidano fra le spire delle trombe delle scale dei nostri condomìni, quanta ansia in realtà ci renda esuli da noi stessi e dal mondo.

*
4) Ci si lascia vivere vera mente come vuole il cuore (pg. 33)

Qui, sotto il titolo del testo che contiene questo verso, Vera mente, si nasconde la mia idea fondante di ‘scelta’cruciale, decisiva, primaria e fatidica, voglio dire che, in qualche modo, sono convinta ci sia stata per tutti noi la voglia inconsulta, l’azzardo, di un sì un pochino vanitoso, di venire al mondo, anche se probabilmente dopo i primi anni di vita lo abbiamo dimenticato. Un sì un tantino borioso, perché dal limbo, lassù o laggiù che sia, tutto di quaggiù sembra facile e indolore… E invece poi, sulla pelle viva, tutto brucia così tanto, dalla maglia di lana che pizzica, alla solitudine infradicita, fino all’abitudine di sentirsi non potenti quanto basta, inadeguati, a vivere. Siamo come vagoni sganciati dalla loro locomotiva, ognuno per sé. C’è, per ciascuno, da iniziare la ricerca di una strada, meglio ancora se si trova davvero la propria. E a qualche fortunello succede…Allora che fare? Si può provare a vivere come recita il verso citato, portando i piedi dove essi stessi vogliono andare. C’è un serbatoio quasi inestinguibile cui attingere, la linfa lasciata in custodia per noi da chi ci ha preceduto e il suo percorso lo ha già ultimato, loro sono i nostri cari morti (e si badi che non alludo solo ai parenti, anzi!), che hanno fecondato la terra coi loro pensieri, i loro scritti, le loro pagine. La penna nostra sarà pure ‘maldestra’, ma non ci deve abbandonare la fiducia che, se quanto esprimiamo viene da una pulsione autentica, verrà la consolazione di meravigliosi incontri, veramente e reciprocamente maieutici.

*
5) Voglio stare dentro un’idea di mamma (pg. 38)

Eh, qui (il testo si intitola La via), mi sento proprio pizzicata, da chi mi interroga, con le dita nella marmellata! Per la ragione che ho spiegata al punto 2… Qui si tratta, papale papale, della fantasia di un ritorno, fittizio quanto vuoi, ma l’immaginazione non ha limiti, all’alveo materno, nell’anestesia beata, ancorché transitoria, di qualunque necessità o dolore. Qui c’è il ricordo dell’attesa di tornare da chi tutto prepara alle tue necessità, proprio come può fare per te una mamma, c’è la certezza che ‘lo scheletro di Dio contiene il mio’, c’è, ancora di più, il convincimento che tanta bellezza di tutte le creature viventi, nessuna e di nessuna specie esclusa, non potrà essere dispersa per sempre, che è di certo per una buona ragione che ciascun essere nasce, che ‘la via’ che cerco, ragione di questa mia vita, è ricerca di tutti, e ci deve mantenere saldi la persuasione che infine questa via si troverà.

*

6) E’ che chi vede da fuori non capisce (pg. 48)

“Come stai?”, “Come va?” Ci si chiede negli incontri e la schiusa al dialogo spesso avviene sulla base di ciò che accade in negativo; facendo crescere i parlanti in una osmosi benefica, avviene uno scambio di linfa che nutre. La richiesta d’aiuto fa fiorire. Immedesimarsi nell’altro quanto più è possibile è un esercizio salutare, permette di vivere più vite insieme, sarebbe la ginnastica affettiva che meglio costruisce il cuore. Càpita perfino, a volte, di sentirsi in imbarazzo a dire di sentirsi felici (L’imbarazzo di essere felici infatti è il titolo del testo che contiene il verso citato), è più difficile da dire che si sta proprio bene, sembra di compiacersi, e a volte ‘chi vede da fuori non capisce’. La disponibilità d’ascolto dichiarata dall’altro poi, è reale? Si crede davvero che l’altro possa rendersi conto di te e non essere invidioso, geloso della tua contentezza? E se giunge la risposta ‘tutto bene’, è sempre sincera? Infine, in un certo senso, la replica ‘tutto bene’ chiude la bocca all’altro, si sa, e talora la frase viene detta apposta, per tagliar corto. Incomunicabilità generica fra esseri. È quasi la norma.

*
7) Così si prega d’autunno (pg. 55)

Svegliami titola il testo che contiene questo verso. E il tema è della senilità che avanza, con tutti i limiti fisici che porta con sé, ma, paradossalmente, questa età conduce pure a tanta consapevolezza, a una pienezza gratificante per ciò che di faticoso, ma buono, si è fatto, una dolcezza struggente per ciò che ancora più bello di prima appare, e il desiderio di ricongiungersi all’altro da sé, in attesa, coincide con la ‘missione compiuta’, con il taglio netto del sangue che gorgoglia, la recisione di ogni dolore ‘di parto’, ideale o concreto che sia.

*
8) eros saprebbe farci incontrare (pg. 58)

Identità è il titolo del testo che contiene la frase in cui protagonista è la forza che vuole unire la diversità innamorata. In uno scambio osmotico di linfe spirituali, ma anche di estensione e di genere di sostanza corporea, fra esseri disuguali ma complementari, quasi i due fossero i replicanti perfetti dell’intero perduto e magicamente ritrovato. Come nelle più eque partite ci si scambia il terreno di gioco, o come nel passo a due di danza, si conduce e ci si lascia condurre, per provare davvero ciò che prova l’altro, calcando le sue stesse orme. Piacere può essere lasciar vincere l’altro, perfezione atletica del ritmo dei gesti amorosi, perfino di quelli dell’abitudine. Perdersi nella pienezza senza tempo dettata da Eros, affinché l’estasi si compia nella completezza, che restituisce ogni amata diversità all’ultraterreno intero.

*
9) sorprende sempre l’ineludibilità del volo (pg. 60)

È il penultimo verso del testo intitolato Balzo, e, in qualche modo, il tema si lega a quello precedente, dato che questo è un altro desiderio amoroso, quello di poter sostare in silenzio nel vivere quotidiano dell’amato, ancorché scontato, consapevoli dell’assottigliarsi del tempo, attorniati dalle cose che raccontano la vita insieme. Il nome che ci porta, conduce agli abissi insondati del piccolo avvenire che resta, desideri come semi che germoglieranno un giorno sorprendente, come è la sorpresa di ritrovare infine le ali dimenticate, saggiare che improvvisamente reggono il volo, quando siamo còlti, all’affaccio al balcone dell’anima, dal balzo ineludibile, librando finalmente nell’azzurro le ali di cui noi tutti siamo dotati.

*
10) Chi cerchi con tutte le forze non c’è (pg. 61)

Si tratta del quarto verso della poesia Registro, un testo dai toni davvero grigi. I primi tre versi, lunghissmi, rilevano ‘bilanci in perdita’, ‘esiti di morte’, ‘incontri falliti’ e si registra la mancanza perfino di chi rappresenta la sorgente stessa della nostra vita. Tanto che si teme il peggio: non passerà di qui sorella consolazione. Il fatto è che qualcosa non è stato detto, una domanda non è stata rivolta; dopo l’ineluttabile rimane sempre aperta la porta al rimpianto. Gli incontri falliti sono buio senza uscita. Ogni sforzo di ritrovare risulta vano, la sete svuota il secchio senza dissetare. Incomunicabilità. Ma la mansuetudine immobile della vittima amata, il suo sangue freddo a terra scandalizzano e rendono perfino al boia insopportabile il suo gesto.

*
11) il tutto d’oro che ci ha dati in prestito (pg. 68)

È il primo verso dell’ultimo distico in A missione compiuta. Il verso successivo continua così: attende/ d’ognuna vita/ la risalita. Si parla qui dell’Eden che ci ha prestati al mondo per un arco di tempo circoscritto e che attende il nostro ritorno, appunto, a missione compiuta. Frattanto è il sonno a ricondurre in questo paradiso il ristoro di ogni notte, insieme al sogno; dormire, annegando nel mare della stanchezza, affranca lo spirito per quel tanto che basta a sopravvivere al giorno successivo. Ma quel ‘tutto d’oro’ celestiale si può rivedere anche nella luce che nel dormiveglia filtra dalle palpebre socchiuse.

*
12) di un nulla detto o che non ha detto nulla (pg. 74)

Il secondo verso del testo intitolato Incontri è proprio questo e dice ancora sulla necessità di dover dire la verità, sempre, e intima a noi tutti di combattere ad ogni costo la reticenza, di evitare di dire parole che ‘non dicono’ o che ‘non dicono nulla’. Quanto spesso questo invece accade, paradossalmente proprio in chi ama molto parlare o è un parlatore accanito. E come un ago è l’imperativo categorico che si ostina a pungolare il “ nulla detto” e chi “non ha detto nulla”. Ma anche un ritardo per incuria è disamore, anche i gesti tardivi vanificano o comunque sminuiscono l’esito felice dei nostri interventi. La prontezza di quanto va fatto è una necessità, è per sua legge che la freccia deve scoccare al centro esatto del bersaglio, come per la sana obbedienza a un ordine sano, che chiama all’esecuzione secondo il ritmo perfetto del rispetto e dello studio amoroso. Tutti e ognuno, all’unisono, chiaramente, si deve fare e dire, perché non ci apparteniamo, ma siamo per l’altro da noi, che è in attesa proprio di noi.

*
13) il mio essere ostaggio (pg. 84)

Idiota di dio è il titolo del testo che contiene questa definizione di me stessa: messa con le spalle al muro, da idiota, da un momento di insofferenza; vinta da inadeguatezza, dalle quotidiane pastoie, mi capita di sentirmi ostaggio dell’insopportato viaggio quotidiano. Ma è un sentirmi prigioniera temporaneo dato che la presenza intorno a me di tanta ‘brava gente’ sempre mi salva e per di più, proprio allo stremo delle forze, spesso giunge il suggerimento della mossa vincente.

*
14) senza mai stancarsi di nulla fare (pg. 93)

Questa frase è contenuta in Come se niente fosse, terzultimo testo del libro. Alle volte tutto quel che si chiede ancora alla difficoltà di esistere, rimane questo: poter sciogliere in caduta libera ogni muscolo nel tiepido torpore della sopravvivenza, ‘come se niente fosse’, dimenticando per qualche istante ogni cosa, ogni sofferenza e fatica, il costo alto delle quotidiane corvee. Può sembrare (e in fondo lo è) l’inno al dolce far niente, utile e gradito in particolare nel primo pomeriggio, quando la luce che più è accesa e acceca è trattenuta fuori dalle pupille dalle palpebre chiuse, ma talora questo stato corrisponde alla necessaria ricarica delle energie esaurite del corpo e dello spirito. Quasi ci si dovrebbe costringere a tale beatitudine, dovrebbe essere una delle beatitudini obbligatorie, una forma di assicurazione per non dare di matto.

*
15) nel diorama della sopravvivenza (pg. 95)

Questo luogo, ampio e delineato dal solo complemento di specificazione, corrisponde al terzultimo verso del testo, Tempo scaduto, che chiude la raccolta. In questo spazio scenico tengo a me stessa, nell’ultima settimana di dicembre, un ‘discorso di fine anno’. Tempo di bilanci. Quasi mai in attivo. Destabilizzanti il sondaggio e l’accusa dei lutti occorsi, interminabile l’elenco dei timori concreti per l’avvenire. Allora mi domando: quale paesaggio/ umano o divino cercare in questo ‘diorama di sopravvivenza’, a tempo scaduto, quando manco si accende più una spia d’allarme, per avvertire che con la vita sta per spegnersi definitivamente anche ogni opportunità di mutamento benefico. In apparenza un bilancio in perdita senza scampo e senza speranza; invece, trattandosi di una neppure velata richiesta d’aiuto, è proprio l’averla inviata ad avviare il riscatto. Chiusa la pagina, detto tutto ciò che si ha da dire, senza ritrosie e con franchezza, l’anima risale, come un sub, che abbandonata al fondo la zavorra, torna a respirare in superficie.

*

Lucia Gaddo Zanovello è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a diverse attività lavorative, ha impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di scuola media. Ha condotto studi, fra gli altri, su Niccolò Tommaseo e sul suo corrispondente friulano, medico e letterato, Pierviviano Zecchini. Per la poesia ha pubblicato: Porto Antico, 1978; Bramiti, 1980; Da serpe amica, 1987; Semiminime, 1988; Per erbe piú chiare, 1988; nel 1998 la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura. Successivamente Il sonno delle viole, 1999; Un parlare d’acqua, 2000; Solargento, 2000; Memodía, 2003; Silentissime, 2006; Ad lucem per undas,  2007; Amare serve, 2010; Illuminillime, 2011, Rodografie, 2012, Buona parte del giorno, 2013, Disforia del nome, 2014, Consapevolvenze, 2015 e Asincrono scacchiere, 2016. Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia Gaddo Zanovello. Fra la saggistica: Faedo di Cinto Euganeo, in “Città di Padova”, anno VIII, n.1, 1968; L’eremo del Monte Rua, ibidem, anno IX, n.1, 1969; Considerazioni del Tommaseo sulla poesia in una lettera inedita a Pierviviano Zecchini, in “Lettere Italiane”, Leo S.Olschki, Firenze, 1988; Scrittura poetica e funzione estetica in “Punto di Vista”, (Rassegna italiana di Lettere ed Arti), Libraria Padovana Editrice, n.36, 2003; L’epico innesto etico nell’etimo di Cesare Ruffato, in Per Cesare Ruffato. Testimonianze critiche, Marsilio, Venezia, 2005; Quando il silenzio accende, per “La colpa di scrivere”, luglio 2006 ora anche in appendice ad Illuminillime; Per un’etica dell’apparenza, recensione a Strategie dell’occhio di Francesco S. Mangone, ne “Il Fiacre n.9”, 2007.

3 Comments on "Intervista Senza Domande a Lucia Gaddo Zanovello (di Flavio Almerighi)"

  1. è stato un bel comunicare con Lucia questa intervista, Poeta che non si vergogna affatto di essere

  2. Lucia Gaddo Zanovello | maggio 31, 2017 at 10:17 | Rispondi

    Grazie di cuore a Flavio, sensibile e perspicace lettore e interprete di questi versi, per aver curato la sua singolare intervista, è stato per me avvincente e talvolta pure curioso rispondere, e mille grazie anche alla gentilezza di chi tale insolita conversazione ha deciso di ospitare.

  3. Una profonda riflessione sulla vita e la funzione della poesia nelle risposte di Lucia Gaddo Zanovello, che porta a figurare una raccolta di grande respiro.

Leave a comment

Your email address will not be published.


*