prosenze inquietanti: aprile

ed ecco la primavera, che subito ci sprona a rinnovare gite e passeggiate nella natura per scrollarci di dosso il torpore casalingo invernale. proprio per questo le prosenze inquietanti, vi invitano a partecipare ad un’emozionante escursione insieme a Luigi Tuveri presso la Pietra di Bismantova.

La pietra di Bismantova (Luigi Tuveri)

Era una di quelle cose che Paolo aveva sempre desiderato fare, tipo il viaggio in Australia o fondare una cooperativa per la vendita di prodotti biologici.
‒ «Te l’ha detto?» ‒ Luisa andò a sedersi di fronte a Paolo e rivolgendosi a Rachele aggiunse ‒ «Domani si è messo in testa d’andare a vedere questa pietra. Com’è che si chiama?» ‒ con la mano spazzolò la gonna dalle briciole ‒ «pietra di trisavola, di bismario…»
‒ «Pietra di Bismantova» ‒ precisò Paolo ‒ «e non capisco che c’è da ridere tanto.»
‒ «Pizzica» ‒ Luisa prese il coltello, per far forza si alzò in piedi e tagliò un’altra scaglia di formaggio ‒ «ma è buonissimo» ‒ scosse le spalle ‒ «è distante questo posto?»
Rachele sganciò dalla corda un salame appeso sotto la credenza, prese un’asse di legno e appoggiò tutto sulla tavola.
‒ «Felino» ‒ si girò verso il piano di fianco al lavello e pescò dal tagliere il coltello adatto, senza onde sulla lama ‒ «Paolo, non fai la solita battuta?»
‒ «Quella del gatto sparito?»
‒ «Cosa avrà mai di così bello questa pietra?» ‒ disse Luisa.
‒ «È un posto che ha una storia importante» ‒ Paolo non aveva voglia d’illustrare l’evidenza ‒ «dal punto di vista geologico e naturalistico è unico. Dante gli ha dedicato dei versi e ci sono alberi d’ogni tipo.»
Si alzò di scatto, afferrò lo zainetto lasciato sulla cassapanca e tirò fuori un plico di fogli ben ordinato.
‒ «Ti prego…» ‒ fece Luisa.
‒ «Ci si trova di fronte questo spettacolo della natura» ‒ si mise a leggere Paolo ‒ «che lascia senza fiato. Nel mezzo della vallata si erge maestosa la Pietra di Bismantova. Si formò venti milioni di anni fa, nel periodo medio del miocene, in seguito a orogenesi, ovvero per la fuoriuscita di materiale dovuta allo scontro tra zolle tettoniche…»
‒ «Dai, basta!» ‒ lo zittì Luisa.
‒ «E comunque» ‒ alzò le spalle Rachele ‒ «ci saranno due o tre tipi di alberi, mica chissà cosa. Il nocciolo, la quercia. Il tiglio, mi pare» ‒ continuò ad affettare il felino ‒ «si cammina una mezz’ora in questo sentiero e si arriva in cima. Ma mica c’è niente lassù. Ci vanno quelli che si vogliono suicidare» ‒ l’insaccato restituiva un odore di budello muffo e pasta grassa ‒ «ma se ci tieni tanto…»
‒«Quindi ci vuol poco a salire» ‒ si tranquillizzò Luisa ‒ «almeno questo.»
Si alzò: il riflesso della cucina era dentro il vetro della finestra. Toccò il cristallo col naso e vide la campagna avvolta nella sera. Dalla stanza accanto, come il lamento di un animale ferito, arrivava la voce della tivù.
‒ «Ci andate domattina?» ‒ domandò Rachele.
Luisa guardò Paolo che si preoccupò subito di confermare.
‒ «Ci portiamo da mangiare e facciamo il pic-nic lassù. Sarà piacevole. Poi possiamo fare anche un giro a Modena, che ne dici Luisa?»
‒ «Tanto decidi sempre tu.»
‒ «Bianco o rosso?» ‒ s’intromise Rachele.
‒ «Rosso» ‒ rispose Paolo.
‒ «Bianco» ‒ rispose Luisa.
‒ «Un rosato, magari?» ‒ propose Rachele.
‒ «Va bene il bianco. Non aprirai mica due bottiglie».
‒ «Eccoli qua!» ‒ esclamò Gianni entrando in cucina ‒ «finalmente siete tornati a trovarci.»
Si tirò le bretelle sopra il petto. Era in forma come al solito.
‒ «Gianni!» ‒ gridò Luisa.
Gli corse incontro e lo abbracciò. Si strinsero forte. Staccandosi e guardandosi da vicino. Negli occhi, intrecciandosi le dita e alla fine, slegandosi lentamente.
Paolo avvicinò la bottiglia che Rachele aveva messo in tavola, la sfiorò, prese il cavatappi e infilò la vite nel sughero.
‒ «Sei uno splendore Gianni, davvero» ‒ disse mentre spingeva le ali del cavatappi verso il basso. Il turacciolo, seguito da uno sbuffo di fumo, schioccò dal collo. Paolo mescé nel bicchiere due dita e ne assaggiò un sorso.
‒ «Ottimo» ‒ dichiarò versandolo nelle altre coppe.
‒ «È di quello che produciamo noi» ‒ puntualizzò Gianni.
Aveva un viso sereno, roseo, guarnito dai piccoli peli di una barba livellata con cura maniacale. L’insieme del suo abbigliamento, sebbene etichettabile come informale, comunicava una certa eleganza.
Luisa si buttò in bocca una fetta di salame. Rachele prese il cesto del pane.
‒ «Avranno fame anche i ragazzi, vado a chiamarli.»
‒ «Quelli hanno sempre fame» ‒ la rassicurò Gianni ‒ «è praticamente un bianco di Scandiano» ‒ proseguì ‒ «anche se non posso metterci il marchio.»
Sollevò una delle coppe.
‒ «Che colore, vero?» ‒ ondulò il bicchiere ‒ «sembra oro».
‒ «Stanno guardando la tivù» ‒ fece Rachele tornando in cucina ‒ «se hanno fame arriveranno.»
‒ «Lasciali là che stiamo più tranquilli» ‒ disse Gianni ‒ «e brindiamo noi invece.»
Fece una pausa, si voltò a destra e a sinistra.
‒ «A Luisa» ‒ stava già alzando la coppa ‒ «…e a Paolo, naturalmente: ai nostri non ospiti.»
Brindarono.
Gianni fu il primo a riappoggiare il bicchiere sul tavolo.
‒ «Ancora non ti ha messo incinta questo pisello» ‒ dichiarò con foga dando una pacca sulla spalla a Paolo e guardando Luisa.
Aveva due occhi rubino. Ammiccanti. Fiammeggiavano lucidi sfuggendo dai seni di lei.
‒ «Qui in campagna si semina» ‒ andò avanti a dire incurante dell’imbarazzo creato ‒ «cosa vuoi che ti dica Paolo, sarà l’aria di città.»
‒ «E piantala un po’» ‒ gli disse Rachele.
‒ «Come va il lavoro? Sempre help-desk?» ‒ Gianni cambiò discorso, ma non tono.
‒ «Sì, ma intanto vuol fare il musicista lui» ‒ rispose Luisa ‒ «Ancora con il solito gruppo di amici d’infanzia. Solo che oramai sono invecchiati, i ragazzi».
‒ «Bene» ‒ disse Gianni ‒ «è bello avere un progetto. È importante.»
‒ «Veramente, prima di tutto, suonare a me piace. È una passione, non un progetto…»
‒ «Pensa Gianni, ancora si trovano a provare due sere alla settimana» ‒ lo interruppe Luisa.
‒ «Spettacoli, ne fate?» ‒ domandò Rachele.
Si era seduta. Aveva una guancia dentro la mano e con le dita si torturava una palpebra.
‒ «Sì, qualche serata, soprattutto d’estate» ‒ fece Paolo.
‒ «Ma vi pagano?» ‒ domandò Rachele.
‒ «Ma figurati!» ‒ intervenne Luisa ‒ «ti pare che qualcuno li possa pagare per dar fastidio?»
‒ «Ma dai!» ‒ sorrise Gianni.
‒ «Suonano ancora quelle barbe di canzoni degli anni settanta».
‒ «Ma cosa vuoi capire tu di musica…» ‒ si difese Paolo.
‒ «Gianni, hai poi costruito quella pompa nuova?» ‒ chiese Luisa cambiando discorso ‒ «quella per bagnare l’orto automaticamente.»
‒ «Sì!» ‒ rispose lui ‒ « Certo. Funziona a meraviglia. Silenziosa…»
Di colpo, i quattro ragazzi piombarono in cucina. Luisa li abbracciò uno per uno.
‒ «Alice, Marco! E i due gemelli» ‒ strillò ‒ «Dio, ma come siete più grandi. Alessandro, Federico!»
Li sbaciucchiò.
‒ «C’è la pubblicità?» ‒ fu la domanda di Gianni ad Alice. Lei annuì seria: era la primogenita.
‒ «Posso farmi un panino col salame?» ‒ chiese Marco, undici anni, che stava già cercando qualche fetta di pane avanzata dalla cena.
‒ «Anch’io!» ‒ esclamarono in coro Alessandro e Federico.
‒ «Ce n’è ancora di torta, mamma?» ‒ chiese Alice nascosta in uno sguardo malinconico.
La maglietta era corta e l’ombelico a mandorla si affacciava sopra la cintura dei jeans.
‒ «Ecco, è finita la pace!» ‒ allargò le braccia Gianni.
‒ «Non è che avete della frutta secca?» ‒ fece Paolo ‒ «con questo vino bianco ci sta proprio.»
Rachele indicò la credenza e Paolo, dopo aver salutato in fretta i ragazzini e prima di tornare a sedersi, prese la cesta e lo schiaccianoci.
‒ «È così bello questo baccano» ‒ disse Luisa.
Era come se in cucina fosse entrata una musica. Una dolce inconsistenza, qualcosa di molto simile alle gocce di rugiada. I ragazzi si rifornirono di cibo nel tempo esatto in cui la pubblicità terminò il suo corso, quindi, rapidi, sparirono in sala tivù.
‒ «Che dicevamo?» ‒ fece Gianni.
‒ «Pietra di Bismantova» ‒ ricordò Rachele ‒ «domattina vogliono andare lì.»
‒ «L’anno scorso, con Luca» ‒ cominciò a raccontare Gianni ‒ «ve lo ricordate Luca?» ‒ Luisa e Paolo annuirono ‒ «siamo saliti dalla parete nord, dopo l’eremo. Intendo in scalata. Ma c’è anche un sentiero facile, potete fare quello. E quando siete su c’è una bella vista.»
‒ «Infatti pensavo di fare così, ho preso tutte le informazioni da internet.»
‒ «Ma senza sporgersi troppo. Che poi soffri di vertigini» ‒ gli rammentò Luisa.
‒ «Internet!» ‒ esclamò Gianni ‒ «Rachele è patita e ha contagiato pure Alice e Marco. Non vi dico, sempre attaccati a quel computer. Solo io e i gemelli ci salviamo» ‒ scosse la testa ‒ «per ora.»
‒ «È comodo. È una fonte di notizie facilmente fruibili e…» ‒ stava dicendo Paolo.
‒ «Preferisco sperimentare di persona» ‒ lo interruppe Gianni, ammiccando all’indirizzo della moglie.
‒ «Ci facciamo una bella partita a carte?» ‒ propose Rachele.
Gianni tagliò altro salame e altro pecorino.
‒ «Mangiate, mangiate. E bevete…»
Poi Rachele andò a prendere le carte. Erano quasi le undici. Le mescolò. Le coppie di pinnacola si formarono in un istante.
‒ «Doppio misto ovviamente» ‒ affermò Gianni.
‒ «Mi raccomando, Paolo» ‒ si preoccupò Rachele ‒ «non come l’altra volta.»
‒ «Ma se avevamo vinto noi!» ‒ sostenne lui.
‒ «Ma piantala» ‒ gli diede un colpetto Luisa ‒ «che vi avevamo stracciato.»
La voce della tivù si sopì insieme a quella dei ragazzi e attorno alla grande casa calò un silenzio di terra nera e alberi lontani, diritti come impiccati, perpendicolari al distendersi della pianura.

La mattina c’era un sole pallido che teneva i campi avvolti in uno scialle d’argento. Era sabato, i gemelli e Marco dormivano, come Rachele. Gianni aveva accompagnato Alice a scuola. Luisa e Paolo si erano svegliati presto, avevano fatto colazione con caffè, marmellata, fette biscottate e si erano messi in viaggio.
‒ «Che freddo!» ‒ erano state le uniche parole spiccicate da Luisa.
Paolo l’aveva tranquillizzata dicendole che il sole si sarebbe alzato e avrebbe fatto un bel caldo.
‒ «Ho visto le previsioni» ‒ aveva aggiunto.
Ora guidava senza fretta, c’era il traffico della gente che andava a fare la spesa nei centri commerciali e in sottofondo la radio. Alle dieci, seguendo una delle tante curve, d’improvviso e per la prima volta da quando era al mondo, agli occhi di Paolo apparve, vitale come una belva immortale, la roccia.
‒ «Eccola!» ‒ sussurrò a voce bassa, con devozione.
Il fiato, per la gioia, gli si fermò tra la gola e la lingua. Deglutì, decelerò. Luisa stava parlando al cellulare con la madre: un’altra curva e la Pietra sparì di nuovo dall’orizzonte.
‒ «Gliela farò dopo una foto» ‒ mormorò Paolo non trovando un buon posto per fermarsi.
‒ «Sai cosa mi è venuto in mente?» ‒ disse Luisa lasciando cadere il telefonino in borsetta ‒ «che forse dovevo mettermi le scarpe da tennis.»
‒ «Chissà se troviamo un altro scorcio come quello di poco fa…»
‒ «Mi hai sentito?»
‒ «Era tua madre al telefono? Volevo fermarmi a fare una foto…»
‒ «Le scarpe, dicevo le scarpe» ‒ Luisa alzò una gamba e appoggiò la suola sul cruscotto ‒ «dicevo se non era meglio mettere le scarpe da tennis. Non credi? Come sarà il sentiero?»
Ne indossava un paio basse, color panna, di pelle morbida, con la suola in lattice e un leggero rialzo sul tallone.
‒ «Quelle vanno bene per il bowling» ‒ la prese in giro Paolo.
‒ «È che proprio non c’ho pensato.»
‒ «Beh, non sarà un sentiero difficile. Se l’ha fatto Rachele.»
‒ «Sì, ma sono leggere. Sentirò tutti i sassi dentro i piedi.»
‒ «Ci prendiamo un caffè?»
‒ «Fermiamoci in paese, come si chiama quello prima della Pietra?»
‒ «Castelnovo Monti.»
‒ «Ci prendiamo anche da mangiare, mica c’è il bar lassù. Hai sentito Rachele.»
‒ «C’è la natura. Pensa che la Pietra è nata almeno venti milioni di anni fa…»
‒ «È ben vecchia.»
‒ «È antica come il mondo, non è emozionante? Hai visto com’è bella? Sembra far parte di un altro luogo» ‒ le accarezzò la gamba ‒ «l’hai vista poco fa, prima della curva?»
‒ «Ero al telefono».
‒ «Con gli occhi, dicevo: mentre parli con la bocca, con gli occhi puoi vedere, sai?».
‒ «Stupido!»
‒ «Me lo dai un bacio?»
La strada seguiva il continuo declinare dell’Appennino e a tratti s’impennava in saliscendi verdeggianti.
‒ «Accidenti a me e alle scarpe» ‒ le sfilò e sistemò meglio le calze.
‒ «Almeno potevi mettere quelle di cotone.»
‒ «Sai che le odio.»
‒ «Sì, ma con quelle di nylon sarai più scomoda, non credi?»
‒ «Sono comoda.»
‒ «E il bacio?»
‒ «Castelnovo Monti» ‒ Luisa lesse il cartello ‒ «ci siamo quasi» ‒ e si rimise composta.
‒ «Sì, la faremo tornando indietro la foto» ‒ si convinse Paolo.
‒ «Ecco lì, un bar!» ‒ fece segno lei.
‒ «Sì, un caffè ci vuole» ‒ rallentò, mise la freccia e girò.
‒ «E noi?»
‒ «Noi cosa?»
‒ «Ha detto Rachele che lì ci vanno quelli che si vogliono suicidare…»
‒ «E allora?»
‒ «Noi non ci dobbiamo suicidare, vero?»
Paolo non fece in tempo a dire niente che Luisa iniziò a piangere in silenzio. Due lacrime mute le nacquero dentro gli occhi e scesero lungo le gote.
Paolo, quando accadeva, non sapeva mai bene cosa dire, cosa fare, come consolarla. In realtà non c’era modo. Poteva solo provare a stringerla e attendere che le passasse. Luisa riprese fiato.
‒ «Ecco… lo sai… lo s-sai che cosa me ne importa a me di quella pietra? È solo una cosa morta! È una cosa fredda, grigia… mi manca il fiato…»
‒ «Dai Luisa» ‒ spense il motore, si avvicinò a lei, piano ‒ «sai che non ti fa bene fare così.»
‒ «Lasciami!» ‒ lo respinse ‒ «sta ferma lì da milioni di anni. Che me ne importa a me di quella pietra? Sta sempre lì. Di notte e di giorno. Se piove… se c’è il sole. Non ha emozioni, non sente il freddo, il caldo» ‒ e piangeva ‒ «non ride, non respira, nemmeno s’arrabbia! E’ morta, m-morta…. morta!»»
Paolo restò zitto, non era proprio il momento di parlare. Luisa era sconvolta. Provò ad abbracciarla di nuovo.
‒ «Non fa assolutamente niente» ‒ ripeteva singhiozzando, adesso le frasi le venivano fuori slegate una dall’altra ‒ «niente di n-niente. Non serve a niente» ‒ andava a scatti, come un rubinetto intasato di calcare ‒ «non serve a niente, è una cosa morta…»
Al fine si lasciò andare tra le braccia impacciate di Paolo bagnandogli la camicia.
‒ «Una cosa morta…» ‒ ripeté con un filo di voce ‒ «una cosa morta, l’unica cosa che so partorire.»
‒ «Shhht, basta amore» ‒ disse stringendola a sé ‒ «ti prego…»
Quando Luisa si calmò e si ricompose scesero dalla macchina. C’era un piazzale costruito sopra un falsopiano. Tre gradini, l’ingresso. Attorno al bar, una veranda e i tavolini. Dietro il bancone c’era una ragazza giovane, rimmel carico, rossetto pesante: ordinarono. La cameriera appoggiò le tazzine sul banco, loro le presero e le portarono fuori dove si sedettero in silenzio a mescolare lo zucchero e a guardare le macchine scorrere.
‒ «Da qui non si vede» ‒ disse Paolo.
‒ «Cosa?»
‒ «La Pietra. Per la foto.»
Breve silenzio.
‒ «Non hai detto che l’avresti fatta tornando?»
‒ «Hai ragione.»
Alla fine riportarono le tazzine dentro e se ne andarono.
Il piazzale asfaltato, ordinato dalle righe a lisca di pesce, si aprì al termine di un tornante sotto il lato occidentale della Pietra. Non c’erano ancora molte auto e poterono scegliere dove fermarsi. Paolo alzò gli occhi verso il cielo, mimò una rivoluzione con l’indice, poi posteggiò di sbieco ai faggi degli scoscesi. Spense il motore, scese dalla macchina e si mise a scattare foto. Avevano comprato uva, banane, pane, prosciutto cotto. E una tavoletta di cioccolato. Luisa appoggiò la bottiglia piccola sul cofano della macchina e travasò l’acqua dalla bottiglia da due litri che infine lasciò sul sedile.
‒ «Come sono venute?» ‒ Paolo le mostrò lo schermo digitale.
‒ «Belle, belle» ‒ rispose Luisa senza guardare.
C’erano degli uomini vestiti di rosso. Molti di loro, in più, come segno distintivo, avevano la barba. Tenevano corde attorno alle spalle e tiranti, moschettoni e ganci. Ramponi appesi alla cintura. Paolo si mise a leggere i cartelli turistici confrontandoli con gli appunti del suo plico. Luisa gli diede lo zaino e non disse niente. Attese che lui decidesse il percorso. Imboccarono una scalinata che li condusse sotto le pareti granitiche della Pietra di Bismantova. Facevano paura, si stagliavano verticali pungendo l’azzurro. Schegge di calcarenite, conficcate dentro la marne argillosa e sfuggite alla forza della struttura portante, venivano utilizzate come palestra da scalatori poco esperti. Luisa notò anche qualche bambino. Uno avrà avuto otto anni, un altro anche meno. I loro papà avevano sguardi duri. Li guidavano con virile fermezza dall’alto di volti dai lineamenti aguzzi e abbronzati. I piccoli rispondevano con occhi teneri e colmi di fiducia.
Luisa e Paolo passarono oltre dirigendosi verso l’eremo. Il fondo della pieve poggiava a una parete della roccia e ad annunciarla c’era la statua di San Benedetto. Paolo fotografò la chiesa lasciando in primo piano la quercia del sagrato. Adesso Luisa pareva più serena: gironzolava quasi stupita; lui provò a prenderle la mano ma lei non ne aveva voglia.
‒ «Non è colpa di nessuno» ‒ provò a dire soltanto. Lei lo fulminò con lo sguardo.
Dentro la chiesa, poi, Luisa si soffermò a contemplare il crocefisso, assumendo la posa un po’ sbieca di chi reclama qualcosa. Paolo pensava che Gesù Cristo avesse altro da sbrigare, così tornò fuori e si mise a studiare la valle che a onde inseguiva l’orizzonte filtrando tra i rami fitti della boscaglia. Che ci restasse lei a pregare: “Tanto non ti ascolterà” pensò “e non ti ascolterà perché ciò che chiedi forse è più che altro egoismo e allora Dio non sarebbe davvero giusto se finisse per accontentare tutti i nostri sogni”.
L’aria frizzava, veniva voglia di berla e restare lì per sempre, a maniche corte, senza sentire né il caldo né il freddo. Paolo socchiuse le palpebre, desiderava rimpicciolire più che poteva il paesaggio, racchiuderlo nel tremolare delle ciglia. Poi Luisa uscì dalla chiesa correndogli incontro.
Il sentiero di mezz’ora saliva da ovest. Per imboccarlo bisognava passare davanti a un bar trattoria. Gli uomini vestiti di rosso erano quelli del soccorso alpino e si erano riuniti lì. Dieci persone almeno, in ordine sparso sopra le sedie di ferro e plastica dei tavolini all’aperto. Bevevano e discutevano tranquilli. Era in corso una riunione d’addestramento, cosa che non impedì al gruppo d’osservare Luisa che passava e che a sua volta li guardava. Uno di loro, d’improvviso, facendo sussultare Paolo che scambiò quel rumore per un abbaio, starnutì forte. Paolo e Luisa, lasciandosi tutto alle spalle, cominciarono a salire. Il sentiero era sassoso e in ombra. Luisa si rimise la felpa. Ascoltando la nenia di Paolo, che leggeva le cose sulla Pietra, si trascinava su.
‒ «Non è che ci cadrà un masso in testa?» ‒ fece a un certo punto tanto per rompere il silenzio.
Paolo saltò al di là di una barriera che segnalava pericolo.
‒ «Io indietro non torno di certo.»
‒ «Quello è un divieto di accesso o sbaglio?»
‒ «Anche a Capri era uguale, ricordi?»
‒ «Almeno c’era il mare.»
‒ «Se a Capri avessimo dato retta ai cartelli saremmo rimasti sempre in albergo.»
‒ «Correvamo il rischio, facevamo fatica, ma poi si arrivava in quelle calette da sogno.»
Giunti in cima curvarono verso sud, quel senso di umidità e di ombre verdi li abbandonò per aprirsi al sole e a una savana gialla popolata dai tigli. Le foglie a cuore seghettato erano sparse ovunque e così i trifogli. Lontani, verso nord, c’erano laburni, aceri montani e un carpino nero. Attraversarono la vegetazione arborea di noccioli, aceri campestri e roverelle e raggiunsero l’orlo del precipizio. Con la fronte a meridione e il vento che ululava, giunsero a un passo dalla picchiata della roccia. Distanti, udivano le voci degli scalatori. Si arrampicavano e gridavano cose. La rupe era diritta come lo strapiombo di un grattacielo. I capelli di Luisa avevano preso una piega strana, il vento li spettinava, ci s’infilava in mezzo e li modellava come fossero di creta. I prati erano decorati da viole a tre colori, da genzianelle, orchidacee e i loro petali oscillavano nella brezza degli oltre mille metri sopra il mare.
‒ «Vassi in Sanleo e discendesi a Noli, montasi su in Bismantova e ‘n Cacume con esso i piè» ‒ si mise e a dire Paolo ‒ «ma qui convien ch’om voli; dico con l’ale snelle e con le piume del gran disio, di retro a quel condotto che speranza mi dava e facea lume.»
‒ «Sei ubriaco?»
‒ «È Dante» ‒ spiegò lui ‒ «la citazione di Bismantova, della Pietra. Nel quarto canto del Purgatorio».
‒ «Davvero interessante».
‒ «Ci sediamo un poco?»
‒ «Hai paura che mi voglia buttar giù davvero?»
Erano molto vicini a uno di quei dirupi. Due passi e cento metri di salto avrebbero schiantato i loro corpi mortali contro la potenza assoluta della Pietra. Luisa si avvicinò al ciglio. L’aria, nei pressi dello strapiombo, era elettricità viva.
‒ «Cosa fai?» ‒ le tenne una mano lui ‒ «lo sai che soffro di vertigini…»
‒ «Tu resta lì. Chi ti dice niente.»
‒ «Mi dà fastidio anche se ti avvicini tu.»
‒ «Mica mi butto.»
‒ «Basta con questa storia del suicidio, è stupida, non trovi?»
‒ «Sì, forse lo è.»
‒ «Allora stai lì, ti faccio una foto.»
‒ «Che noia! Possibile tu debba fotografare ogni cosa?»
‒ «Un ricordo» ‒ aveva già estratto dallo zaino la digitale. L’accese. Inquadrò Luisa.
‒ «Vuoi che vada più verso il bordo?»
‒ «No.»
‒ «Ma così la foto viene meglio.»
‒ «Viene bene anche così.»
Scattò. Due, tre volte. Mezzo busto, primo piano, figura intera.
‒ «Che ore sono?» domandò Luisa.
‒ «Hai fame?»
Luisa alzò le spalle.
‒ «Io sì!»
‒ «Facciamo questo pic-nic allora.»
Cercarono un angolo un po’ al sole, un po’ all’ombra e ci buttarono sopra il plaid. Cominciarono a mangiare l’uva. Poi i panini. Infine le banane. Paolo raccontava le cose che avrebbe fatto lunedì in ufficio. Luisa provò ad appisolarsi. Ma non ci riuscì
‒ «Guarda là!»
‒ «Cosa?»
‒ «Non è quel bambino che faceva palestra giù, su quelle pietre vicino al bar».
‒ «Mi pare.»
‒ «Ti dico che è lui» ‒ era certa Luisa ‒ «ed è venuto su scalando. Col padre.»
‒ «Un po’ pericoloso.»
‒ «Guarda suo padre com’è fiero.»
‒ «Non capisco la necessità di fare questi sport estremi e in più coinvolgere un bambino, quanti anni avrà? Dieci?»
‒ «Forse meno» ‒ rispose Luisa ‒ «non più di nove.»
‒ «Pazzo di un padre. Come si può fare una cosa così?»
‒ «È suo padre, saprà bene cosa è meglio per il figlio, cosa vuoi sapere tu? Sei solo invidioso perché soffri di vertigini.»
‒ «Credi?» ‒ s’innervosì Paolo ‒ «Credi davvero che lui sappia cosa sia meglio per il figlio? Io ne dubito. A lui piace arrampicare e costringe il figlio a far lo stesso. Tutto qua.»
‒ «Mi fan male le scarpe.»
Paolo gliele tolse, vide le dita velate dal rinforzo del nylon e cominciò a massaggiarle i piedi.
‒ «Te l’ho detto che avrei dovuto mettere quelle da tennis» ‒ fece lei.
‒ «Sì. L’hai già detto» ‒ scivolò lungo le gambe e il tronco e le diede un bacio. Con le mani continuò a massaggiarla ‒ «non stiamo bene insieme io e te?»
Restarono abbracciati, dormicchiando e carezzandosi, per quasi un’ora. Il cielo era appiccicoso di nuvole filanti. Poi Luisa si tirò su. Voleva andare a fare un giro a Modena. Paolo raccolse lo zaino. Lei infilò le scarpe. S’incamminarono. Un’altra coppia, sdraiata sotto un tiglio, era persa in un abbraccio pigro. Paolo riconobbe il nodo del ramo che tracciava la direzione della discesa: il sole si era spostato verso occidente e indorava il sentiero.
Cominciarono a scendere. Paolo, a volte, prendeva delle foglie tra due dita e le palpava.
‒ «Ecco, lo sapevo!» ‒ esclamò di colpo Luisa.
‒ «Cosa?» ‒ si voltò preoccupato Paolo.
‒ «Si è rotta, una scarpa si è rotta!»
‒ «Ma dove?»
‒ «Dove, dove? Qui!» ‒ la tolse ‒ «Lo sapevo. Per questa pietra inutile pure le scarpe ci ho rimesso, ed erano ancora nuove.»
Sul tallone c’era uno squarcio.
‒ «A Modena ne compriamo un paio nuovo.»
‒ «Non avevo nessuna intenzione di gettarle via. Non ancora. È che sono inciampata.»
‒ «Ma dai, per un paio di scarpe, quante scene.»
‒ «Per te va sempre tutto bene.»
‒ «Questa gita non ti è andata giù da subito.»
‒ «Certo! Dimmi cosa c’è di bello in questa gita? Avanti, dimmelo.»
Paolo si incamminò via. Luisa si rimise la scarpa.
‒ «Dove corri, non vedi che devo scendere piano, sennò si sfascia del tutto.»
‒ «Sì, ti aspetto, basta che stai zitta.»
‒ «Zitta a me non lo dici, capito?»
‒ «Sì! Va bene, però stai zitta! Scusa Luisa, ma oggi mi hai davvero rotto le scatole.»
‒ «Ma sentilo.»
‒ «Certo che mi senti. Non ne posso proprio più.»
‒ «Piantala tu! Te la tiro dietro questa scarpa, giuro che te la tiro in testa.»
Giunti vicino al bar notarono uno strano movimento. Nessuno era più seduto. C’era il rumore catarroso di una jeep che saliva veloce. Gli uomini del soccorso correvano qua e là come formiche impazzite. Uno aveva la radio in mano e ci parlava dentro. Si udiva un’eco di grida disperate.
‒ «Ma che succede?» ‒ si agitò Luisa.
‒ «Non so» ‒ le rispose lui alzando la voce, visto che camminando avanti, l’aveva distanziata di qualche decina di metri.
La gente si dirigeva in fretta verso l’Anfiteatro Basso, il piede dello strapiombo della Pietra. Paolo si trovò a seguire il flusso. Luisa seguiva Paolo. Si era formata una piccola folla attraverso la quale gli uomini del soccorso faticavano a passare. Dietro c’era un uomo con il viso stravolto. Lo stavano soccorrendo. Parlava a monosillabi che subito gli morivano in gola. Zoppicava e aveva gli abiti strappati. Vicino a lui c’era uno di quelli con la blusa rossa. Gli altri correvano più avanti, verso l’eremo. Paolo si alzò sulle punte per superare l’onda delle persone. Lo vide appena. Non si muoveva più. Era lì sotto, accoccolato come il Gesù di un presepe, adagiato tra i cespugli nani e la polvere. La lastra rocciosa era una bocca dentata e saliva nel cielo. La corda, precipitata con lui, lo avvolgeva. Il padre adesso era in ginocchio, riverso nel sangue che sputava a fiotti mentre cercava di spiegare all’uomo del soccorso cosa fosse accaduto. Gridava disperato senza che si potesse capire quel che diceva. Gli uomini del soccorso fecero allontanare tutti.
‒ «È quel bimbo? Vero?» ‒ ripeteva Luisa ‒ «quello che abbiamo visto in cima alla pietra?»
Paolo tremava. Non rispose, faticava a respirare. Luisa, nervosa, gli picchiava i pugni sul petto, era di nuovo isterica; Paolo, prima di essere cacciato indietro, lo aveva visto per un attimo. Luisa chiedeva se fosse ferito.
‒ «È quel bimbo? Vero? È lui? Come sta?»
Il bambino non si muoveva più. A folate, la brezza gli accarezzava i capelli e solo i capelli sembravano ancora vivi.
Tornarono al bar a bere qualcosa. Luisa non voleva smettere di piangere. Paolo la teneva stretta. Ordinarono due amari. Arrivò l’ambulanza. Arrivarono i carabinieri, il magistrato. Gli uomini del soccorso proseguirono negli adempimenti previsti. Il fermento andò placandosi dentro il morbo di una quiete indistinta.
Luisa, zoppicando sopra la sua scarpa rotta, e Paolo, ancora con il suo plico di appunti, ammutoliti, decisero di tornare a casa, da Gianni e Rachele, senza passare da Modena. Pagarono gli amari, un pacchetto di cicche, un bicchiere d’acqua e, mentre scendevano la scalinata, c’era un cagnetto grassoccio che si arrampicava faticosamente in senso inverso. Era buffo. Aveva la lingua a penzoloni e la bava gli colava sulla ghiaia. Lasciò andare un latrato dentro il silenzio irreale di quel mondo. Affaticato si fermò un momento, poi abbaiò di nuovo.
Paolo, guardando il piazzale dove la mattina avevano posteggiato, si rese conto di aver calcolato correttamente il giro del sole: la macchina era all’ombra.

*
*
*

*

(pausa di riflessione a margine del testo)

ecco un racconto di quelli autentici, che non pare fatto di parole e di scrittura, ma fin dal principio di sostanza umana che si fa animale e si riscopre minimo ingranaggio nel dramma esistenziale della materia vivente. quasi un procedere “in senso inverso” rispetto al mondo della fiction, della pubblicità alla “Mulino Bianco” e della trascendenza metafisica: tutte sostanze stupefacenti con cui il nostro cervello ama stordirsi per tentare di sopravvivere a se stesso e all’urticante grido della razionalità. non a caso zio Federico si domandava “quanta verità può sopportare un essere umano?” domanda retorica: poca, pochissima, il minimo indispensabile. eppure Luigi Tuveri mostra di poterne raccontare addirittura troppa, mosso dalla generosa ostinazione di chi non ha paura di confrontarsi con “uno spettacolo della natura che lascia senza fiato” come la Pietra di Bismantova, coperta d’alberi d’ogni tipo, unica dal punto di vista geologico e naturalistico. è l’occhio impietoso dello scienziato che osserva e riconosce a ogni cosa la sua straordinaria e irripetibile unicità, che calcola “correttamente il giro del sole”. ecco… mi viene da chiosare che anche il cervello umano è unico dal punto di vista biologico e naturalistico e in tal senso l’autore ci si avvicina con impareggiabile empatia per metterne a nudo tanto la logica quanto i sentimenti. io ad esempio, confesso di aver pianto alla fine del racconto (cosa che non mi capita spesso, essendo un nano piuttosto orso) e in qualche modo credo che mi abbia fatto bene. altri lettori non so, mi piacerebbe saperlo, comunque la sensazione è che questo racconto sia davvero unico per come giustappone l’inizio alla fine, la routine alla tragedia (i feti nati morti del non detto di Luisa e le persone in un bar che bevono e discutono tranquille, i quattro ragazzi che piombano in cucina durante la pausa pubblicitaria e il bambino che “solo i capelli sembravano ancora vivi”) e per come si prende il tempo necessario per raccontare, quasi a dire: nulla è superfluo, nessun aspetto della vita è marginale se si vuol comprenderne le meraviglie e gli orrori. sì, davvero, ci vuole un gran coraggio, una grande forza d’animo perché alla fine non c’è nessun premio, nemmeno di consolazione, e si resta soli come il cane che si arrampica a fatica *in senso inverso*: tragicamente buffi con la lingua a penzoloni, la bava che cola sulla ghiaia e le grida straziate simili a latrati che riescono a turbare solo per un attimo il silenzio.

7 Comments on "prosenze inquietanti: aprile"

  1. Roberta De Luca | aprile 30, 2017 at 15:10 | Rispondi

    Racconto e commento bellissimi e emozionanti!

  2. Caro malos, un altro grande racconto, scritto magistralmente, che scuote e commuove. La maestria di Luigi Tuveri è nel costruire, per accumulo graduale di tensioni e di “non-detto”, un fardello emozionale che a un certo punto diventa insostenibile. Poco sappiamo del vissuto dei personaggi ma li facciamo nostri perché vivono situazioni che conosciamo bene: la difficoltà di stare con gli altri, la solitudine che attanaglia, il non sentirsi capiti, il ritrovarsi in un rapporto che non funziona, l’essere costretti a recitare una parte… Luisa fin da subito non riesce a nascondere il suo profondo disagio che, non a caso, emerge quando vanno, malvolentieri, in un posto che per una ragione o per l’altra bisogna visitare (la citazione dantesca, i suicidi, etc.). E succede anche che la tragedia la sfiora, la risparmia e tocca, non a caso, un bambino (il più indifeso, il figlio tanto desiderato). L’evento che ridimensiona il tutto. La tristezza lascia il posto a una profonda compassione per se stessi. Mi spiegò così le lacrime finali, malos, la consapevolezza di come siamo fatti male…

    • Abele Longo, mi fai commuovere tu. Grazie anche a te, di cuore, per avermi letto e così profondamente compreso. Non sarei capace io stesso di spiegare un mio racconto in questo modo. Non so che dire. Il racconto l’ho scritto in un momento bello della mia vita, oramai quasi 10 anni fa e poi ho apportato parecchie revisioni. Sono emozionato nel leggere le parole di chi mi legge, è la ricompensa più bella. Grazie ancora. Luigi Tuveri

  3. … e poi arriva lo strappo, quello decisivo.
    L’irrimediabile.
    Io ho chiuso gli occhi, come d’avanti ad un vuoto terrificante.
    Eppure, in quel tratteggio di quell’ombra calcolata, mi ha lasciato pensare al rimedio del tempo a guarire. Molto bello, sì.

    • Grazie Francesca Pellegrino, grazie di cuore anche a te. Come scrivevo prima, è emozionante leggere le parole di chi ti ha letto. E’ una ricompensa di un valore inestimabile. Sono sincero. Come tutti ho la mia vita, e poi questa passione di scrivere che non posso fermare. E comunque la Pietra di Bismantova è un posto molto bello, magico, io ho provato a estrarre quella forza, quella della natura e quelle di noi esseri umani. Grazie, Luigi Tuveri

Leave a comment

Your email address will not be published.


*