Intervista Senza Domande a Loredana Semantica (di Flavio Almerighi)

 

L’informe amniotico di Loredana Semantica

Ho letto molto volentieri L’informe amniotico di Loredana Semantica (Limina Mentis), senza formalizzarmi su alcunché, come chi guada un fiume senza vederne la sponda opposta, e magari incappando in qualche mulinello.  Questo bel libro, si può sintetizzare in una frase sola: “lo partorì dopo un travaglio di orologi”, senza ombra di dubbio è stato così. Il libro si snoda in un flash back che parte dall’ultimo frammento o appunto numerato, fino ad arrivare al primo, allo zero, ma non è certo detto che la sequenza temporale sia rispettata.  Alcuni di questi, pochi per la verità, sono spezzati in versi, sorta di poesie tradizionali, come più comunemente letto e accettato. Non mi formalizzerei troppo sulla forma comunque. Credo che nemmeno Loredana Semantica, nome di penna dell’autrice, lo abbia pensato e preso in considerazione. Quello che appassiona e che rende “robusto” questo libro, è proprio quello che qualcuno potrebbe additare come il suo punto debole, l’estrema frammentazione. Alcune decine di brandelli di presente, di cosidetti appunti, discontinui, di mille umori e argomenti, tutti pronti a retrocedere verso il più vecchio (non ne sono certo), a un punto tale che ti chiedi chi sia o cosa sia, di chi siano quegli occhi che hanno scritto e soprattutto se siano sempre gli stessi. Ogni appunto celebra al proprio interno il suo numero di matricola (tredici secondi al numero 13, dodici luoghi al 12 e così via, avanti e indietro) sì che il già accaduto, il passato, diventa interscambiabile con tutti i presenti che è stato e con il futuro anteriore. C’è bellezza in questo libro, c’è la luna, c’è l’ansia, la contusione, c’è la sconosciuta che lo ha scritto e ha raccolto tutti i post it e che ha saputo truccare molto bene le carte dello spazio tempo. In fin dei conti se lo spazio è paragonabile a una coperta, se la stessa viene ripiegata i punti rimangono gli stessi, variano le distanze, tempo e spazio si contraggono, e questo a parer mio è saper voler bene al lettore imboccandolo di riconoscibile bellezza. Ed è anche un ottimo inizio per una partita a carte, perché queste sono state rimescolate benissimo, ma senza barare.

                                                                                                                                            Flavio Almerighi

 

 

1) e si lasciò andare (69)
penso pensassi all’ossessione del controllo: del lavoro, dei propri sentimenti, dei gesti, del pericolo. lasciarsi andare è il passo propedeutico al volare. quando propinano un test d’intelligenza o si è alla ricerca dell’idea giusta per un fare lavoro, un’opera creativa, quando hai bisogno di una soluzione per un problema, l’illuminazione spesso non è l’esito della concentrazione o sforzo di volontà. essa giunge improvvisa, proprio quando hai allontanato l’oggetto di attenzione, quando vaghi con lo sguardo e col pensiero verso lidi ignoti, indefiniti. allora arriva il lampo. a volte invece l’idea perviene in modo assoluto, slegato  da una consapevole ricerca. è come se avessimo un terzo occhio che siamo in grado di attivare solo parzialmente, solo talvolta, la maggior parte delle volte, gli occhi e il loro senso, l’udito con le orecchie, le convezioni o il modo ordinario di procedere per costruzioni sovrapposte è come ci trattenessero ancorati al suolo, ai nostri limiti. incapaci di librarci oltre la percezione fisica, siamo uomini carne e sangue, non ancora solo intuizione. forse quei momenti di illuminazione sono i migliori conati di spogliarci della fisicità per compiere quell’incredibile salto all’indietro, proprio di schiena, senza sapere e vedere verso cosa ci lasciamo andare, verso un nulla, che pure sentiamo ci accoglie e sostiene.

 

2) ottenne solo un grammo d’attenzione (68)
si scrive fratelli per cercare amore. ci si espone, un ostensorio di parole nella speranza che quelle ci conquistino un minimo di considerazione, di riconoscimento, specie quando abbiamo tanto lottato per affermare la nostra semplice identità di lavoratori, ottenere un’attestazione di studio, quando ci si è scontrati con l’insufficienza di avere intelligenza e capacità. una lotta che non smette mai di impegnarci. scopriamo di avere un talento e lo mettiamo a frutto. poi ci rendiamo conto che non è nemmeno l’attenzione l’obiettivo, in fondo nemmeno essere amati, quanto piuttosto esistere, sopravvivere. essere in un qualche modo che non sia questo limite che opprime. virando a centottanta gradi dovrei dire con Simone Weil che l’attenzione è la forma più alta di generosità, lo penso anch’io, ma dico anche ulteriormente che è funzione del tempo, per dare attenzione occorre tempo, a riceverne non basta mai. inoltre quanto più tempo impieghiamo a pigolare per ottenerne tanto più ne otterremo, fosse pure un calcio in piena faccia. quanto più tempo impieghiamo a questuare tanto più raccoglieremo oboli. tessere relazioni. dare e ricevere attenzione. uno scambio di bisogni che ci regala un’illusorietà di vita e vitalità. non ultimo. ci vuole umiltà per elemosinare attenzione. l’orgoglio per questo e per altri aspetti è un cattivo consigliere. la torre di Tubinga oggi non va bene per i folli figuriamoci per i poeti.

 

3) questa è un’ora senza ora (61)
quasi sempre siamo in grado di collocarci sul quadrante di un orologio. abbiamo il tempo nelle vene. un ritmo delle cose da fare. dovremmo piuttosto estrarre noi stessi dal fodero che ci contiene. spogliarci dell’orologio interiore è un modo d’essere fuori da schemi, dalla marcia degli intruppati nei doveri. la marcia necessitata ci porta desiderare una nebbia dei pensieri, dove il prima e il dopo spaziali e temporali non esistono. basterebbe soltanto iniettarsi qualcosa nelle vene, ma è un modo artefatto d’ottenere quello che penso sia un approdo naturale e comune. il fine corsa o lotta, che è lo stesso. tra le non domande avrebbe dovuto esserci il tema dell’attesa. non tanto per citare Beckett o il Dino Buzzati del Deserto dei tartari, quanto per poter dire uno dei principali pensieri. la presenza costante della fine. nell’attesa della fine stessa. anche il senza ch’è nel “verso”, come ogni non o nulla, che sono presenti nel discorso amniotico sono rappresentativi di ogni sottrazione e negazione da convertire e metabolizzare tanto più intensamente quanto meno si è in grado di sopportare. l’informe è un modo di destrutturare l’amnio, filtrare e restituire depurato. un procedere per giungere ad una catarsi di rivelazione che relazioni e quotidianità sfumano nell’indistinto, ma che un percorso di arretramento all’origine esplode di chiarezza.

 

4) oggi a lezione di palpazione (56)
una frazione di secondo falso ipocrita e lascivo. un nanerottolo furbacchione che la pelata sia fulminata. null’altro da dichiarare. non merita altra attenzione. credo ci rivedremo nei cieli se mai esistono oltre l’azzurro. potrei anche dirgli che nemmeno su un’isola deserta dove fosse rimasto l’ultimo uomo sulla faccia della terra.

 

5) non c’è uno stato che mi rappresenti (49)
felice triste perplessa. tutto perde di senso quando ci si sente inesistenti. una specie di ectoplasma fluttuante rasoterra. la pelle di una tigre per tappeto sul pavimento. qualcosa di indefinito in un vago e non abbastanza potente desiderio di implodere e sparire. per altro verso l’ossessione a sottrarsi dal bisogno opposto di de-finire. l’atto stesso di inquadrare dentro i propri schemi è un modo imperativo di sopraffare l’altro. a questi livelli non importa se si tratti di una positività di giudizio o negatività. sottoposti a questa castrazione. viviamo nella parola dell’altro assolutamente insufficiente a percepire esprimere e restituire tutta intera la nostra complessità. uno per uno siamo esseri indefinibili. lo sforzo di ridurci l’un l’altro ai propri giudizi tanto più autorevoli quanto più degni di attenzione è anch’esso manifestazione delle nostre insicurezze e limiti. pretese di com-prendere dunque afferrare o più selvaggiamente sopraffare. per quanto ci crediamo evoluti e intelligenti molti restano ancorati all’idea che le relazioni siano una gerarchia di subordine e sottomissione e di contro dominanza e sopraffazione e non invece una dinamica di sinapsi produttiva.

 

 6) a chi vuoi che importi (42)
esatto. a chi vuoi che importi? cos’altro c’è da dire? in loop col bisogno di attenzione. l’importanza è un giudizio ostinato di valore. evidentemente ad Almerighi qualcosa importa nel bene o nel male. non credo di formulare risposte come nelle attese. come nel sogno convenzionale. men che meno specchio vivace del sorriso. leggo solo ciò che mi pare. penso altrettanto. mai strumenti abbastanza per decodificare il presente. questa tuttavia mi sembra e proprio per questo. per l’importanza e l’attenzione. l’occasione giusta per ringraziare nel corpo della scena.

 

7) ho taciuto il nome infine (38)
mia madre non è molto contenta che io non mi presenti al mondo col mio nome. mio padre non credo ammirasse i poeti. talmente lavoratore e produttivo. è per loro e qualche altro vincolo che sto in un limbo che mi permette di spaziare tra identità e finzione. troppo autentica per il mondo. troppo falsa per la montagna oppressiva di ogni possibile menzogna. per quanto il mondo non mi comprenda anche avendomi presente. sfuggo privandolo. mi privo sfuggendo. non solo occorre attenzione ma anche interesse. l’interesse muove il mondo. in questo caso non per soldi ma per curiosità. uno stimolo semplice che appartiene a tutti. mio come degli altri. un gioco a dominarlo e propinarlo. sto qui nel mio rinviabile all’infinito. accarezzando il fascino della permanenza. pensando alla rivelazione. sapendola una cosa di poco tempo. di poca valenza. come un’ondata di piena. un sasso nell’acqua. i cerchi.

 

8) non prestare il fianco troppo presto (29)
altro è la difesa. fragile cessazione della pretesa. occorre un continuo sforzo di accettazione delle dinamiche estranee e contrastanti. prestare il fianco è scoprirsi e offrirsi. prima abbiamo costruito un fortino. poi la melma. ama le tue fosche parole. dico infatti. quelle che non tradiscono. sono amiche e conforto. ricche di tutto e corrispondenti. più del mondo le parole costruiscono mondi. preziose alleate del pensiero. perle di un filo potenzialmente infinito.

 

9) improvvisamente ben sedici parole (16)
l’atto creativo è un processo estremamente interessante. ciò che trovo impressionante di certe enucleazioni è la loro formazione da polla sorgiva. vedi anche punto uno. non mi siedo soltanto e dico-scrivo. ma mi scrivo sedendomi. e la deriva degli occhi interiori che sale alle labbra al pensiero. qualcosa di così affascinante che anche solo per questo momento varrebbe la pena di non smettere mai la ricerca di qualcosa da dire. il modo in cui si compattano i pensieri è frutto di uno studio intensissimo. è il pensiero che si fa studio e parola. di se stessi e dell’insieme. se anche ho cominciato tardivamente credo che in nuce questo scrivere fosse presente da sempre. mi dicevano intelligente e io li guardavo stupita di questa definizione.  perché ho chiesto una volta. sapendo la lentezza e lo sforzo. vedendo gli altri ai miei occhi sempre migliori. pensi sempre. ecco potrei dire che hanno visto già prima che fosse. qualcosa che in me era evidente. sono arrivata ultima ma non dispero. l’artrosi arriverà purché navighi ancora la mente. e spero in tanti anni ancora di divertimento. d’intrattenimento infinito. in fondo la scrittura è cosa cangiante di meravigliosa avventura.

 

10) che prossimi alla foce si ritorna all’uno (1)
qui c’è tutto il pensiero dell’oltre. nessuna metempsicosi o anche se ci fosse. nessuna metamorfosi. e anche se possibile nessuna reincarnazione. il principio vitale è uno. ad essi tutti apparteniamo. finire e tornare all’origine al logos che ci comprende veramente e interamente. la foce e l’origine. il principio e lo sbocco. l’artefice la scintilla da cui proveniamo. tutti vi siamo dentro fino al respiro. dentro totalmente. è una cosa mistica e al tempo stesso pragmatica. cosmica in definitiva. basta guardarsi attorno. oggi c’è la palma che agita le fronde. il cielo è azzurro perfetto spazzato dal vento. io stiro ma le cose mi vengono appresso. la testa mi scoppia di pressione. tutti stiamo nello stesso brodo d’aria. tutti viventi tranne il ferro da stiro.

 

11) degli esseri esistenti e benedetti (0)
essere vivi è la benedizione. appartenere a questo luogo a questo movimento di animali e cose. sole fuoco aria. c’è tutta una dinamica che esplode incontenibile dall’atto riproduttivo alla fuga per la salvezza. sono zanne e corsa. zoccoli e sangue. erba tigli e magnolie. sogno gli esseri che fanno la nostra complessità di vita. saturi di pulsioni. veicolati dal vento e dalla natura. voli e fragori. l’onda del mare e del grano. oggi soffia così intensamente che sembra possa sradicarci. ma il suolo è anch’esso benedetto. quando noi lo rispettassimo al pari di quanto esso meriti. perché dona senza limiti. se fossimo capaci di rispettare noi stessi nella natura e viceversa. noi saremmo compenetrati. creature nel creato. viventi e benedette altrettanto.

 

12) ed è davanti a te (50)
qui c’è tutto l’Altissimo. cos’altro offrire se non la propria nudità. spogliandosi della maschera. le mani giunte a conca. dentro l’autentico della propria pena. inestinguibile pena. pena iniettata liquida spogliata. pena strappata decidua datata. pena africana. inviolabile inviolata. pena insaccata nuda scalzata.  questo è pregare. tutto il resto. l’altare i soffitti i riti sono scena. credo alla casa del Padre. all’offertorio di pane. al manto azzurro della Madre. al serpente schiacciato del Male. credo al Male ucciso in eterno. morto ammazzato come un drago. sotto i piedi bianchi di cera. d’una forza sovrumana. credo all’albero del sapere. che allunga i suoi rami verso il cielo. questo è il grande peccato. salire sul ramo  più alto. senza la pietà d’essere uomini.

 

*

 

Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, è laureata in legge, è sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: Silloge minima (7/11/2009) Metamorfosi semantica (3.2.2010), Ora pro nomi(s)(27.3.2010) Parole e cicale (13.8.2010) L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta opera selezionata al premio “Opera Prima 2012” e opera finalista al premio “Lorenzo Montano 2012” sezione “raccolta inedita“ è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis. Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola”, “Poesia delle feste”. Nel 2016 ha pubblicato con Deborah Mega e Maria Rita Orlando l’antologia poetico-fotografica “La prima rosa”, Feltrinelli. Gestisce il blog  personale “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/ e quello collettivo Limina mundi all’indirizzo https://liminamundi.wordpress.com/

4 Comments on "Intervista Senza Domande a Loredana Semantica (di Flavio Almerighi)"

  1. Sono solita leggere pareri o recensioni solo dopo la lettura di un testo e così ho fatto anche stavolta e devo dire che – assolutamente – condivido Flavio quando scrive che la forza di questi brandelli (che ho gradito moltissimo), sia la frammentazione stessa.
    Del resto, è così che i pensieri, ancor prima di diventare parola, s’intrecciano in ordine sparso nelle le ore – quando ancora le ore non sono un tempo, ma soltanto un frammento di qualcosa che può soltanto – eventualmente – divenire.

  2. Cara Francesca, grazie. E’ un piacere e un sorriso leggere il tuo commento. Riesci ad essere sempre fresca come l’acqua di sorgente, e anche se passano gli anni, per alcuni, passano in accrescimento di bellezza e consapevolezza.
    Riguardo all’intervista, anche se sapevo che ogni verso racchiude un inanellarsi di pensieri, sono stata sorpresa io per prima, di scoprire cosa evocavano le “provocazioni” dei versi selezionati da Almerighi. Un’esperienza interessante e singolare per la quale ringrazio il blog, i suoi autori, in special modo Flavio che ha voluto dare questo risalto al mio Informe amniotico.
    Un caro saluto

  3. piatto ricco, qui, a partire dall’ottima introduzione di Flavio Almerighi che, oltre a sottolineare l’importanza della *frammentazione* (zio Arturo, salvandoci dai grandi sistematici, la beatificò nei “Parerga e paralipomena” che da soli racchiudono più di metà della sua intera produzione) e ad avventurarsi nei meandri plissettati dello spazio-tempo, mi ha incuriosito a punto da spingermi a leggere – grazie a ISSUU – alcuni scritti dell’autrice.
    in primis, direi che dalle righe di queste non-risposte, traspare una notevolissima “dinamica sinaptica” (così anch’io, con quasi-sue parole, m’accodo a quanti in altri tempi, la dissero “intelligente”)
    : ))
    poi, cheddire, mi piacciono i ragionamenti analogici, puntuti come le lancette: un’onda di piena ciclicla e anticiclica, produttiva e riproduttiva, capace di concepire valvole di sfogo per pentole a pressione sature di pulsioni. m’incanto a pensare alle benefiche esondazioni del Nilo, alla melma, al limo, allo scambio di bisogni (l’ego del fiume di parole ha urgenza di esondare, mentre le dune del deserto, polverizzate in sabbia dallo scorrere di tutto il tempo del mondo, hanno solo bisogno di aspettare). esondare e avere. “ansa scordata che nei senza annega”. amalg’amarsi. due etti e mezzo d’attenzione stagionata. sto impazzendo?
    chissà. resta il fatto che “venticinque” è la mia preferita (soprattutto per le briciole per le zampette a stella sulla neve) e che è fin troppo facile disprezzare un nanerottolo… chissà come sarebbe andata in caso di Joe Manganiello!!
    : )
    ebbenesì, molto dipende dal simbolo (dal suo potere evocativo che trascende il segno), difatti spaziando dal sex symbol al simbolo matematico, il linguaggio consta di elementi simbolici che incarnano (e rappresentano) concetti (parole) disposti secondo un ordine che ulteriormente ne determina il significato intersoggettivo. tutto ciò per dire che la percezione del vuoto (o del nulla) non è poi così inenarrabile, anzi forse è inevitabile visto che proprio nel processo di astrazione reso possibile dalla parola “vuoto” gli concediamo di “essere in un qualche modo”, di “esistere, sopravvivere” all’assenza fisica e materiale (il limite che ci opprime, in prospettiva). non so se sono riuscito a spiegarmi, ma in fondo non importa, tanto (come dice il mio nanoforisma preferito) “l’incomunicabilità muove il mondo”.
    : ))
    onde per cui, per quanto scritto qui sopra, mi cruccia l’idea che siamo tutti viventi “tranne il ferro da stiro”… ohibò, anche lui, mi dico, quando si stanca sbuffa! non alitavi pure tu sul vetro, da bambina, per disegnare con le dita? (mi scuso per il tu, ma con il “lei” qui mi sentivo troppo stupido)
    : )
    e visto che su Neobar sono “quello della prosa”, pecora nera in questa landa di poeti, mi permetto di esprimere un particolare apprezzamento per “incrocio”, racconto inserito nella raccolta “I sette vizi capitali” (nonché per la raccolta tutta, ben sviluppata tra “antefatto teorico” e “racconto conseguente”). in particolare, trovo che quando la narrazione dell’autrice lascia trapelare mediante i dialoghi le vive voci dei protagonisti, la prosa ne guadagni in fatto di umanità.
    (occhio, refuso all’ora sessantaquattresima: “un poco di vergognò”; e nel racconto incrocio: “Va bene – risposte Marta”)

    • Malos carissimo, non so come esordire in questo commento di risposta, vorrei potere essere altrettanto attenta, brillante e spiritosa…, ma le mie esondazioni sono tutte prese e comprese di sussiegosa serietà. 🙂 sorrido anch’io, prendendomi un po’ gioco di me stessa.
      A proposito di refusi, ne sono vittima lo ammetto, devo verificare se la correttrice di bozze ha fatto bene il lavoro propedeutico alla pubblicazione, il lavoro su issuu ovviamente non è passato al suo vaglio. Per ricambiare noto anch’io un refuso di simmetricità il primo sorriso con una parentesi, il secondo con due, il terzo avrebbe dovuto essere con tre parentesi.
      Riguardo ai sette vizi capitali, sono molto compiaciuta che almeno uno l’abbia letto, aspetto da un momento all’altro qualcuno che per quello scritto mi tacci di moralismo, ma, secondo me, l’etica col moralismo non c’entra niente, e indicare la deriva non significa imporre la santificazione a tutti, solo una via d’uscita, se possibile, migliore dello sprofondamento, sentendosi per di più tutti buoni e perfetti: ipocriti. Ho dovuto rileggermi anch’io per incontrare nuovamente il personaggio di Marta, sì ammetto che ho reso bene nei dialoghi, anche questi di solito non sono il mio forte, preferisco la poesia, poche parole, sfrondare e sfrondare, sintesi fino quasi all’oscurità di senso oppure chiarezza che abbacina.
      Riguardo al ferro da stiro dispongo di un ottimo sistema stirante, talvolta, mentre il compressore va in pressione il tubo che collega caldaia e ferro e vibra che sembra cosa viva, e forse anche il calore, l’energia, tutto quel bel vapore, in qualche modo riportano anche la piastra rovente all’insieme delle cose viventi e benedette del creato: hai trovato una falla nel mio sistema filosofico, non dormirò stanotte…:))
      Infine, dulcis in fundo, Joe Manganiello, ha un nome ridicolo, ma lui è fighissimo. E’ che la bellezza non rientra tra i requisiti di “tutti” i miei amori. Dunque il nanerottolo mancava anche d’altro: carisma ad esempio, intelligenza politica, stile, eleganza…:)))
      Grazie di cuore per tutto.

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