Roberta De Luca: bestie e altri fenomeni

 

Bestie e altri fenomeni
C’è uno strano racconto nella raccolta Bestie di Federigo Tozzi. Si intitola La lumaca.
Il frammento descrive l’infelice giovinezza senese del narratore, la sua vita triste, angosciata, soffocata da un’umanità fastidiosa e sopportata a stento; solo nelle ultime tre righe appare l’animaletto che, sotto la cannella del lavandino, “aveva scombiccherato con il suo inchiostro luccicante, tutta la porta”.
È curiosa la risonanza dell’immagine che ritrovo nella poesia La saliva (da Habeas corpus) di Pasquale Vitagliano. Nel testo del poeta pugliese, la scia che cola da un angolo di bocca, come “lingua collosa”, percorre tutti i versi e termina nella comparsa di un punto nero sulla lingua, istintivamente associato ad una mosca. Si tratta di immagini apparentemente prive di senso, che attivano immediatamente l’inchiesta del lettore, e attribuiscono alla prosa di Tozzi e alla lirica di Vitagliano un risvolto enigmatico e seducente.
La bava luccicante della lumaca e la saliva colante come un amo, alla ricerca di residui, offrono un esempio di quella allegoria vuota, che rappresenta una delle invenzioni più interessanti della letteratura novecentesca (penso a Kafka).
L’apparizione degli animaletti, in modalità “fulmen in cauda”, suscita due diverse riflessioni: essa potrebbe costituire una spiegazione analogica della situazione descritta sopra, oppure potrebbe configurarsi come un’intrusione immotivata e gratuita. È questa seconda ipotesi quella più suggestiva.
Proprio la mancanza di motivazione, proprio l’inutilità dell’immagine istantanea provocano in potenza, ed esprimono in atto, un misto di fastidio, malessere, ostilità, asocialità, estraneità, che tutto si condensa nell’epifania a forma di animale.
Dalla provincia italiana asfittica e surreale, le bestie rimbalzano nella vita scomposta, nevrotica e solitaria di chi tra noi vive altrove, ma avverte identiche disgustose sensazioni di disagio esistenziale.

*

La lumaca
La mia anima è cresciuta nella silenziosa ombra di Siena, in disparte, senza amicizie, ingannata tutte le volte che ha chiesto d’esser conosciuta.
E così, molte volte, escivo solo, di notte, scansando anche i lampioni. Per lo più andavo fino alla Piazza dei Servi, tutta pendente dalla scalinata della chiesa, con due abeti in mezzo a due piccoli prati, divisi tra loro dalla imboccatura della strada. Accanto alla Chiesa, un convento, quasi di faccia, un angolo: di là dal muro, Siena con tutta la sua torre. Allora pensavo alla mia fidanzata.
Siccome mi riesciva di vivere, così, separato da tutti, ogni volta che qualcuno mi guardava con quella sua curiosità acuta che m’offendeva, io doventavo più triste; e facevo la strada più corta possibile, non passavo mai per Via Cavour, che è quella principale; ma, dal Vicolo della Torre, rasente il Palazzo Tolomei, le cui pietre sono ormai nere, attraversavo e scendevo per il Vicolo del Moro: in fondo, a sinistra, c’era la mia casa.
Basta ch’io mi ricordi di quelle mie tristezze perché mi sembri cattivo anche il cielo di Siena. Specialmente la sera soffrivo troppo, e non accendevo il lume per non vedere le mie mani: la tristezza stava sopra la mia anima come una pietra sepolcrale, sempre più greve; e mi sentivo schiacciato sulla sedia. E avrei voluto morire.
La mattina, quando incominciavano i soliti pettegolezzi e le chiacchiere – la mia padrona, Marianna, non poteva fare a meno, magari con una parola sola, di farmene sentire subito la feroce persecuzione – andavo subito in collera; ed ero certo che sarei stato male tutta la giornata.
O strade che mi parevano chiuse sotto campane di vetro!
O amicizie sognate, e soffocate per forza dentro la mia anima, con ira!
Quando andavo a lavarmi le mani e il viso in cucina, sotto la cannella, quasi sempre una lumaca aveva scombiccherato, con il suo inchiostro luccicante, tutta la porta.

*

La saliva

La saliva restava appesa
e lui continuava a parlare,
era ancora vivo,
non era malato,
possibile che non se ne accorgeva
che la saliva colava
dall’angolo della bocca che
non era neppure storta,
chissà che non stesse pescando,
senza magari saperlo,
la saliva colava calava l’amo
la lingua collosa si allungava
e cercava le molliche lasciate dagli altri,
ciascuno si adatta a modo suo,
la saliva colava calava l’amo
e un punto nero sulla lingua
sembrava proprio una mosca nera.

2 Comments on "Roberta De Luca: bestie e altri fenomeni"

  1. stimolante l’accostamento *gasteropode*. non so se davvero si tratti di immagini prive di senso… forse l’allegoria è vuota solo in apparenza (come suggerisce Roberta De Luca) ovvero il senso c’è ma è assai difficile da cogliere perché la decodifica dei testi richiede conoscenze e con-testi che il lettore non possiede. ad esempio, leggendo zio Franz, autore che amo in modo particolare, l’allegoria più che vuota di senso (con buona pace dei critici letterari), è traboccante – come la saliva della poesia di Pasquale Vitagliano – di sensi: l’allegoria kafkiana esalta l’ambiguità, lo smarrimento e tutta la fertile eccitazione mentale che ne consegue. non c’è una Verità, ma una molteplicità di verità soggettive chiamate a interpretare e reinterpretare la scrittura e il suo “inchiostro luccicante”, strumento sempre efficacissimo nella condivisione/conmoltiplicazione dei malesseri esistenziali che i nostri cervelli pareidolici amano somatizzare più d’ogni altra cosa.
    ecco dunque che la lumaca di Tozzi m’appare incarnare l’eterno ritorno di una giovinezza infelice a cui non c’è scampo, e difatti, come può la lumaca separarsi davvero dalla casa in cui è cresciuta? sia l’animaletto che l’autore sono condannati a portarne il peso e l’infelicità per tutta la vita (la lumaca se la porta sopra, e l’autore se la porta dentro).
    ed ecco dunque che la poesia di Pasquale Vitagliano chiude il cerchio, passando dai romanzi scritti-sul-mondo dalla bava della lumaca alla saliva verbosa del ragno umano, che tesse la sua tela di parole, che “continua a parlare”, a raccontare trame vischiose *indipendente-mente* dalla sua volontà di farlo: una sorta di istinto primordiale, una predazione della realtà che viene masticata/digerita/assimilata attraverso le storie, le storie e le storie.
    nota finale, ahimé, almeno in questa singolar tenzone, la poesia di Vitagliano surclassa il diarietto di Tozzi.
    : )))

  2. Roberta De Luca | aprile 8, 2017 at 10:11 | Rispondi

    Grazie Malos per il commento che approfondisce benissimo il tema, e per la foto!!che sintetizza magnificamente. Baci

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