Roberta De Luca: “Noi siamo in un sogno dentro un sogno”. Che cosa sono le nuvole? di PPP

“Noi siamo in un sogno dentro un sogno”.

Maschere e volti di Che cosa sono le nuvole? di PPP

Il capolavoro di metateatro cinematografico  Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini immette lo spettatore in una stratigrafia testuale e artistica densa di infinite possibilità, e gli consegna diverse chiavi di lettura per accedere ai grandi temi dell’esistenza. Io sono entrata nell’opera per mezzo della chiave pirandelliana, che mi ha condotto verso quella verità profonda dell’uomo, totalmente e assolutamente pasoliniana, che assume i connotati riconoscibili della pietà.

I burattini della tragedia shakespeariana, che Pasolini mette in scena nel suo piccolo immenso gioiello, sono come i personaggi della narrativa pirandelliana che, ad un certo punto, cercano di liberarsi dalla trappola dello scrittore e cominciano a vivere di vita propria, palesando il desiderio di esprimere se stessi. Essi si trovano in una periferia degradata, nei pressi di una discarica, tutti lì, allineati, appesi ai fili del burattinaio del loro destino, in attesa di salire sul palco per recitare la vita e la morte; il traghettatore Monnezzaro, con il suo camioncino, li attende fuori dal teatrino popolare. Ancora liberi, parlano tra di loro, si interrogano su un’innata, ingenua percezione di felicità legata al fatto stesso di essere nati: “Come so’ contento!…Perché so’ così contento. Perché sei nato. E perché, che vuol di’ che so’ nato? Vuol dire che ci sei”. Ma come i sei personaggi in cerca d’autore pirandelliani inseguono a tutti i costi l’idea di una rappresentazione del loro dramma, per comunicare la sofferenza e il dolore della loro condizione, così i volti dell’universo pasoliniano entrano nella scena dell’enorme pupazzata della vita, e la prospettiva cambia. I Sei personaggi di Pirandello subiscono da subito lo scacco: gli attori, il regista, le maestranze che tentano di allestire il dramma non potranno mai interpretare le ragioni e la vera interiorità di quei derelitti, perché lo scarto che si insinua tra la maschera e il volto, tra messa in scena e realtà è incolmabile, ed essi ne sono tragicamente consapevoli. L’Otello di Pasolini, sebbene arrivi sulla scena con tutte le sue certezze – è istintivamente contento, ama Desdemona, si fida dell’amico Iago -, sperimenta molto presto “lo strappo nel cielo di carta”, che lo trasforma irreversibilmente in Amleto. Egli capisce che gli uomini possono essere molto malvagi, scopre il lato assassino anche nel suo animo, perde il suo ubi consistam: “Perché dovemo esse così diversi da come se vedemo?…Ma qual è la verità: è quello che penso io de me, quello che pensa la gente o quello che pensa quello là?”. Uno, nessuno, centomila. Il raisonneur Totò lo invita a cercare dentro di sé la verità: “Cosa senti dentro di te? concentrati bene, cosa senti eh?…quella è la verità, ma non bisogna nominarla, perché appena la nomini, non c’è più”.  Ninetto, invece, la nomina. Nonostante la degradazione dall’essere all’e(x)sistere, nonostante la progressiva dissoluzione dell’io che si sta consumando sulla scena, dentro di lui il sentimento della vita, la verità che giace al fondo permane prepotentemente, e istintivamente  viene fuori con il nome di pietà. Purtroppo essa è subito rimossa. Ninetto non avrebbe ucciso, non sarebbe sprofondato nel male se l’avesse veramente ascoltata quella sua verità, se si fosse davvero concentrato su di lei. Non sarebbe diventato Otello. La pietà è dell’essere uomo in quanto uomo, è il valore che lo allontana da ogni mistificazione e infingimento; la pietà è l’intelligenza emotiva e poetica, la capacità di accogliere l’altro, la condivisione della social catena; perfino la ragione ha bisogno della pietà per non diventare disumana.

Quando le maschere di Iago e Otello vengono gettate nella discarica dal monnezzaro Modugno, che strugge l’animo con quella sua canzone, restano Totò e Ninetto. Forse davvero non sono mai esistiti, ma ora, guardando oltre lo strappo del cielo di carta, ammirando le forme della bellezza nella sommità dei cieli, sentono di essere, dentro un sogno più grande, il sogno misterioso dell’umanità.
Roberta De Luca

8 Comments on "Roberta De Luca: “Noi siamo in un sogno dentro un sogno”. Che cosa sono le nuvole? di PPP"

  1. Penetrante questa lettura pirandelliana che Roberta ci offre di Che cosa sono le nuvole?, film, come avrete capito dalla testata del blog, a noi caro e di cui quest’anno ricorrono cinquant’anni dalla sua realizzazione, come anche, e sembra che ce ne siamo dimenticati, cinquant’anni dalla morte di Totò. “Ah, meravigliosa e struggente bellezza del creato…” sono quindi le ultime parole dette da Totò sullo schermo, parole che racchiudono lo struggimento stesso di Pasolini, quel suo profondo umanesimo e amore per la vita. Totò è maschera tragica, si è portato addosso fin da sempre la miseria, la fame, la morte e nel metateatro di Pasolini Jago è in fondo quella maschera, come del resto anche Ninetto/Otello/Amleto rimane essenzialme la maschera di Ninetto, con tutto quello che rappresenta, quell’innocenza mitica dei Sud del mondo di cui era innamorato Pasolini. C’è quindi in questo gioiello, come lo definisce Roberta, quel profondo senso del tragico che determina la comicità, come dice Pirandello nel suo trattato sull’umorismo. A base di questa comicità, infatti, c’è un’ossessione che viene perseguita fino all’ autodistruzione – pensiamo alla gelosia di Ninetto/Otello (anche se nel film viene decostruita con Ninetto/Otello che toglie per un attimo la maschera e si lamenta con Totò/Jago della sua cattiveria). All’inevitabile tragedia (e pensiamo ai tanti personaggi di Pirandello votati alla sconfitta) prevale alla fine uno sguardo di comprensione, di pietà. Pirandello definisce l’umorismo come arte che attraverso la riflessione scompone l’immagine creata da un primo sentimento per far sorgere da questa scomposizione un altro sentimento contrario, che porta a un riso “amaro”. La riflessione che rende possibile la percezione dei contrasti, del “sentimento del contrario”. Il riflettere su personaggi grotteschi e ridicoli scaturisce nuovi e più profondi sentimenti. Non poteva trovare un epilogo più poetico la carriera di Totò, con la morte della Maschera nell’immondezzaio a scoprire le nuvole. Un’altra maschera, di altrettanta fame e morte, merita anche di essere ricordata, quella di Franco Franchi/Cassio, inscindibile da quella di Ninetto/Otello, i disgraziati messi in scena ad ammazzarsi l’un l’altro.

  2. Roberta De Luca | febbraio 26, 2017 at 17:54 | Rispondi

    Grazie Abele. E’ il mio contributo al progetto di Neobar, il mio regalo all’accoglienza ricevuta, la condivione delle mie passioni con persone piene di quell’umanità e di quella bellezza che Pasolini, gigante del nostro tempo, ci ha lasciato. Un saluto affettuosissimo a tutti. Roberta

  3. Doris Emilia Bragagnini | febbraio 26, 2017 at 20:10 | Rispondi

    Un piacere leggere questa pagina Roberta… ricca di spunti e angolazioni/traiettorie di riflessione, cui segue il commento di Abele ugualmente interessante. Un caro saluto

    D.

  4. Roberta De Luca | febbraio 26, 2017 at 20:31 | Rispondi

    Grazie Doris. Infatti il commento di Abele è un altro testo di quella stratigrafia

  5. bellissima e ricchissima analisi quella offerta da Roberta, che tocca autori e attori a me molto cari. preziosa pure la nota di Abele, della quale sottolinerei il passaggio circa l'”ossessione che viene perseguita fino all’autodistruzione” (realtà di un’attualità drammatica e ineludibile per gli essere umani tutti). un abbraccio affettuoso ad entrambi. mi ramazzotto troppo se agggiungo grazie di esistere?
    : ))

  6. Roberta De Luca | febbraio 27, 2017 at 19:09 | Rispondi

    Ma ramazzottati pure! Grazie caro Malos 😉

  7. Giancarlo locarno | febbraio 27, 2017 at 23:20 | Rispondi

    E’ illuminante l’interpretazione Pirandelliana del film, come una dinamica tra persona e maschera, e come tensione vitale ad uscire dalla scena.
    Ho visto per la prima volta il film di Pasolini da ragazzo, era uno degli episodi d’autore di non mi ricordo più che film, già il fatto di utilizzare attori come Totò o Franco e Ciccio, stranoti, per i film comici che allora vedevamo all’oratorio tutti i sabati, aveva per noi un effetto spiazzante, come se ci fosse mostrata in alternativa ad una realtà più semplice ed evidente di scherzi e risa, una più occulta interpretata sempre dalle stesse persone, ovvero, le persone possono avere più facce, o più maschere. Allora pensavo a Pinocchio, al suo difficile cammino per raggiungere l’umanità piena. Gli uomini burattini agiscono in modo coatto perché c’è una costrizione, una sorta di legge imposta dal Mangiafuoco che in parte è dentro di noi, in parte fuori.
    Riescono anche ad intuire che ci sono altre possibilità oltre il cubo grigio del teatro, a volte si vedono recitare. Ma questi tentativi di uscire dalla scena non vanno mai a buon fine (se non con l’uscita finale di scena). Anche il pubblico partecipa dell’ azione, non si tratta solo spettatori, è come se selvaggiamente
    interpretasse il ruolo della storia, quello di fare un po’ giustizia, salvando Desdemona e rompendo i cattivi Iago e Otello, e un po’di ingiustizia, perché appunto è solo uno spettacolo che interpretavano, non sono davvero cattivi. Le nuvole sono l’immagine della redenzione, raggiunta in punto di morte.
    L’ho rivisto poi diverse volte, e sempre isolato dal film completo, e l’ho sempre interpretato semplicemente come un canto sulla bellezza della vita, nonostante tutto, racchiuso tra la fase iniziale di Ninetto sull’esserci e quella finale di Totò.
    Forse è fuori tema , ma a me richiama “Pietà” di Kim Ki Duk, i due protagonisti, uno strozzino che mutila quelli che non possono restituire il prestito per ripagarsi con l’assicurazione, e una donna che si presenta coma la madre mai conosciuta, interpretano una recita crudelissima e umanissima. Anche il corpo dello strozzino alla fine verrà portato via trascinato da un camion, in un ultimo gesto definitivo, forse di redenzione.
    Un’ultima associazione che mi si presenta è quella di Totò e Ninetto nella scena finale della spazzatura come Vladimiro e Astragone di Beckett, dopo aver finalmente incontrato Godot nella “struggente bellezza del creato”.
    (Abbiate pazienza per eventuali sgrammaticature, l’ho scritto tardi e in fretta)

  8. Roberta De Luca | febbraio 28, 2017 at 10:11 | Rispondi

    I riferimenti di Giancarlo e degli altri amici dimostrano quello che ho cercato di dire. 20 minuti di una intensità indefinibile riescono a scatenare infinite possibilità di lettura, e tutte suggestive. Il fatto che non si ricordi facilmente il film di cui fa parte come episodio, la dice lunga: quei volti, quelle maschere invece sono nella nostra mente e ancora e ancora ne parleremo

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