“prosenze inquietanti”: febbraio

anche la prosa di febbraio, come quella del mese precedente, non ha autore. o meglio, secondo l’autore, Livio Borriello, non è più sua trattandosi di ricomposizione copia-incollata del tutto diversa dall’originale (come potrete verificare dedicando un po’ di tempo al suo sempre ottimo blog). in questo altrove alieno, infatti, le prosenze inquietanti non possono che essere distorte dall’eco nostra mente, la quale, come già dice la parola, inevitabilmente mente. pertanto, chi volesse essere comunicato in modo più autentico, risalendo al sentire estetico soggettivo originario,  intraducibile in termini di sintassi, ritmi, fonetica e spirito, può andare qui, qui e qui.

 
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1. Io, Rio, l’otaria che pensa, je parle…

…uomo sgnappa-aringa, lui ignorisce lui-aringa, in sua pappa pineale piccolinesima aringa, frappisce neuringa, lui slumosfota luce…

1 2 12 h hhh 1 e 2 3 2 e 2 2 a b c d e f 5 a 4 a 3 a
arg arg arg e arg arggg sbilong

io… essere…. rio …. io otaria …. io plof plof …. molto molto … lipoi…. grassumoi …. steatomoi…. io lavorare piscina …. (crisi, eh…) aringa, ….. pouf …. no + aringa….
sglll sglo mio pensare…. sterolico …. catena oooh3 …. mi piacere…. oriettaberti …. mondo umani, più bella… anche fiorita… regionelazio….. gloff fgloff

politica italiana… molto buona…. zin zin vendola….zin zin minetti…. zin zin bello casini….

mio pensare poco… ma io capire tutto…. mondo linguaggio…. io mangiai linguaggio, ed ecco mondo sembra… da analfobeto anazeto aringobeto …nascque neuringa…. io bere piscina, piscin-me, meppiscina, piscmeina (me….me… volere…. mare….crisi, eh…)

uomo sgnappa-aringa, lui ignorisce lui-aringa, in sua pappa pineale piccolinesima aringa, frappisce neuringa, lui slumosfota luce, lui al fa be ta no al ba no ze ta… io sentire dio in mio trippume soluto, io dio circola in culon soft grigiazzurrantissimoi polpettizoi , voi dio perduto, voi vero desverato, voi sarcotrippa sbolita… voi poco…. venite piscina… yonder immenso….

se non avete capito un tubo di questo post, proseguite con 2. Rio, l’otaria che pensa, capirete ancora meno

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2. Rio, l’otaria che pensa

questa è Rio, l’otaria che pensa
questo otaria – secondo quanto certifica il pensare del figlio di piero angela, riesce a distinguere le lettere dai numeri, e compie delle deduzioni. quindi pensa.
cioè, in parole povere, l’otaria Rio, se si sposta, una sagoma o un calco del suo corpo resta nel posto despostato, perché si sposta il segno.

in altri termini quest’otaria è andata a occupare un posto dove c’erano dei segni di lingua, e se l’è accaparrati o ingurgitati
cioè si introduce un io attorno a quello che esce. insomma, qualcosa che prima non esisteva che sta in bilico sul sacco di massa grassa otarica di Rio
e poi può fare 2+2=4, o 3, secondo il suo gusto (se sono pesci, 5)
questa otaria pensa, dunque quel suo trippame e lipume è apparentemente sedentario e culodipiombo. in realtà il grasso sottopone a processi la realtà che cade in quest’otaria. ingrassato e pensato, è il suo motto.
anzi rio pensa di pensare.
rio, sei tutti noi

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3. Le origini: la storia della famiglia di Rio

il nonno di Rio, l’otaria pensante, ancora non pensa.

tuttavia ha gettato le basi del pensare, riuscendo a mangiare aringhe di oltre 72,6 cm. queste aringhe così grandi, hanno creato una compressione a livello del canale otaricolo e del dotto aringospastico, e hanno costretto i neuroni ad evolversi in una struttura più complessa. è nata così la neuringa, il neurone-aringa, congegno cellulitico portentoso, nella cui composizione è presente un’alta percentuale di dio.

ecco infatti la composizione della neuringa, secondo uno studio del Massachutes and St. Gennar Otaric Neurology Institute: 55% acqua; 25% bicarbonato; 34% acido glutotarico; 22% dio; 1% scapece. Come si vede, la somma delle percentuali dà il 137%, e questa è una caratteristica specifica della neuringa. Ecco cosa afferma il prof. Brain Water, a capo del dipartimento: The straordinar carachteristics of neuringa is that she is most of his most…. so neuringa feels most what she feels. Probabilment, just this permit to neuringa of thinking. This is the true misterity of oggigiorn science.
chi volesse contribuire alla ricerca sulla neuringa, può inviare una donazione liberale a questo IBAN:IT42K0316501600000011184720, beneficiario livio borriello. i fondi saranno utilizzati al 50% in azioni blue-chip sull’aringa e padre pio, il resto ai poveri e alla costruzione di un faraonico acceleratore ittiostatico, che dopo un processo di bombardamento protonico e frittura, separerà dall’aringa la sua componente di acqua, la sostanza più misteriosa. per la prima volta sarà prodotta acqua a partire dalle aringhe (anzi, precisano gli scienziati, un’acqua con un leggero gusto di gazzosa molto gradevole), aprendo alla scienza orizzonti inimmaginabili.

la famiglia di rio, l’otaria che pensa, vive serenamente nelle isole ballestas.

ogni sera, i membri della famiglia si riuniscono davanti alla casa di zi’ carmeledda, l’otaria archeo-pensante, e commentano i programmi alla tv. il sogno di zi’carmeledda è partecipare al programma di carlo conti Tale e quale, di cui è molto appassionata, perché è convinta di assomigliare a albano. in tal modo essa è convinta di diventare il capo del mondo. le otarie ragionano infatti essenzialmente per somiglianze e differenze, e ritengono quindi che se si SEMBRA il capo del mondo, si E’ il capo del mondo. perché poi le otarie credano che albano sia il capo del mondo, questo non è stato ancora scoperto dalla scienza.

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pausa di riflessione a margine del testo.

ecco una prosa che sembra frivola. un amico addirittura sostiene che questa prosa è sciocca.
forse ha ragione, o forse no… magari questo pezzo è anche meno sciocco di quel che sembra, per cui può sempre costituire un arricchimento il cogliere la differenza fra quanto lo sembri e quanto realmente lo sia. il paradosso, peraltro, s’appalesa immantinente non appena si rileggano con attenzione le ultime righe del brano, dove il pensiero delle otarie prende corpo e si esplicita in modo illuminante: “se si SEMBRA il capo del mondo, si E’ il capo del mondo.” esiste una via di scampo o almeno di tracimazione da un siffatto corto-circuito guy-debordante? chissà. intanto mi sembra doveroso partire dall’ultima riga: cosa è stato scoperto dalla scienza. dopodiché, inevitabilmente, visualizzo il buon Livio Borriello che apprende la notizia dal figlio di Piero Angela e subito si mette in viaggio, tirandosi dietro la sua valigia di parole e di virgole precise quanto un collimatore elettromagnetico (ognuna ha una misura). lo vedo partire alla ricerca di un’estetica del contenuto, di un ritaglio di pagina abbastanza obliquo da poter restare in equilibrio tra il senso (filosofico) del tutto e il non senso (ontologico) del pensiero. in fondo, lo scarto tra il solenne e il ridicolo spesso è minimo: smarrirsi è un attimo, e infatti, non a caso, il famoso aforisma di Cartesio recita “perso dunque sono”. quindi non mi stupirei per nulla se magari un giorno mi imbattessi in Livio Borriello per mera fatalità lungo un viottolo di campagna senza sapere esattamente “dove ci siamo arrivati e come stiamo andando” o, anche, se intervenendo in un commento in calce a questa mia riflessione, l’autore precisasse che qualunque cosa io possa scrivere in queste righe, il brano dice tutt’altro (com’è ovvio, visto che l’io linguistico è collettivo, ma ogni cervello ne fa un tutt’uno con la sua grigia poltiglia).

ordunque, cosa ci insegna Rio? che la logica elementare è un prerequisito, un precursore evoluzionistico del linguaggio. in altre parole, il linguaggio e il pensiero non nascono dal nulla, ma da un pre-linguaggio e un pre-pensiero rielaborati, reintegrati e riconvertiti a nuovo uso. stessa cosa, fa la prosa di Livio Borriello col suo modo sempre sorprendente di porsi di fronte alle cose, alla ricerca di nuovi itinerari narrativi nonché di punti di vista inattesi tra una parola e l’altra (come pure tra un pensiero e l’altro). nel suo allineare parole lungo il filo del ragionamento, a tratti quasi surreale, l’autore scopre e riscopre infinite volte la simmetria e la transitività della percezione, cosa che gli permette di *riscriversi da zero*, di provare ad intuire il significato profondo del pensiero attraverso la sua più sofisticata forma di imitazione: la parola. ebbene sì, parafrasando la neuringa, possiamo affermare senza tema di smentita che le parole contengono un’alta percentuale di pensiero. e noi lo scandagliamo in attesa che ci dia un segno. despostato.

5 Comments on "“prosenze inquietanti”: febbraio"

  1. Grazie, malos, per questa nuova “prosenza”. Ma non vorrei che il tuo termine stesse anche a indicare “prose senza… autore”. Vero che un’opera prende vie tutte sue, che l’autore è stato già dato per morto. Ma, indipendentemente dal copia-incolla, Livio Borriello esiste. Ho trovato la prova della sua esistenza nel suo blog, scrive magnificamente delle otarie come delle pianiste.

    Quindi, ritengo la prosa n.1 poesia (scusami se ritorno sulla diatriba) e va letta come poesia. Non perché non si capisce niente ma perché come poesia si riesce a capirla, o meglio sentirla… quella ludicità che a leggerla e, necessaria-mente, rileggerla fa emergere una voce nitida, quella dell’otaria che sta in noi, che ci osserva facendo il verso a noi che pensiamo che veramente parli così. La n.2 e la n.3 sono più saggistica che narrativa, ovvero come vorremmo fosse la saggistica, meta-fisica. Qui invece ho trovato la prova dell’esistenza di dio, peccato però che prevalga solo sulla scapece (bellissima trovata quella della neuringa con relative percentuali della sua composizione).

  2. Roberta De Luca | febbraio 26, 2017 at 08:41 | Rispondi

    Sciocchi allora sarebbero anche il linguaggio pregrammaticale cislinguistico, postgrammaticale translinguistico di Pascoli o il dadaismo o il futurismo di Palazzeschi. Grazie Malos per l’illuminante nota a margine. E lasciatemi divertire!

  3. @Abele: sul “senza” autore, hai ragione. il fatto è che, spesso e volentieri, più gli autori sono geniali, più sono “simpaticamente” sociopatici
    : ))
    sul “come leggere” le sezioni 1-2-3, direi che la tua è un’ottima interpretazione, anche se nella terza sezione si cela un’alta percetuale di narrativa. in generale, circa la diatriba, senza volere qui potremmo trovare conferma sperimentale di quanto scrivevo altrove: una prosa può tranquillamente contenere una poesia, una poesia difficilmente può contenere una prosa…
    : )

  4. @Roberta: Palazzeschi mi è sempre piaciuto molto (“La passeggiata” è un capolavoro assoluto). diciamo che in generale però non amo il cis/trans/dadaumpa e compagnia bella, a meno che (cosa non frequentissima) l’autore non riesca a evitare che la forma prevalga sulla sostanza. stesso discorso anche per il “divertissement” fine a se stesso, che non riesco a trovare interessante. il brano di Livio Borriello qui riportato, invece, mi ha fatto tanto ridere quanto piangere, per come mette il dito nella piaga del pensiero umano troppo umano (sia scientifico, che filosofico, che quotidiano)

  5. Roberta De Luca | febbraio 27, 2017 at 19:03 | Rispondi

    No no, ma io non parlavo di gusti personali; mi sono venuti in mente altri esempi di creazione di linguaggi in cui la sostanza va cercata oltre la forma, che potrebbe sembrare “sciocca”. Credo che gli autori citati abbiano detto molto, e lo hanno fatto rigenerando la parola e la forma. La forma fine a se stessa, mai.
    Sulla prosenza sono d’accordo con te.

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