“prosenze inquietanti”: gennaio

la giornata della memoria (27 gennaio) e il recente articolo di Roberta De Luca su Neobar, mi hanno spinto ad inaugurare “prosenze inquietanti” con questo racconto breve.
l’autore è un vecchio amico che ha accettato di regalarci le sue parole, ma ha chiesto di rimanere anonimo.

 

Sommersi e salvati

Ridevano. Ridevano tantissimo. Le risate più forti facevano oscillare la luce appesa a un filo al centro del soffitto. Il vuoto non era abbastanza vuoto per ingoiarle tutte.
‒ “Bleiben im einklang!”
Nonostante il freddo, per uno strano incantesimo la pioggia non riusciva a tramutarsi in neve. Oltre la porta, la fila nuda si smarriva nel fango per migliaia di chilometri e chi pian piano arrivava a varcare la soglia pareva squagliarsi sulle assi del pavimento di abete grezzo: un rigagnolo torbido tagliava in due lo stanzone ruscellando a ritroso dal tavolo all’uscio. L’intestino del vecchio che era davanti a mio fratello cedette e una poltiglia scura iniziò a colargli lungo le gambe. Sembrava non finire mai, invece sparì mischiandosi all’acqua del ruscello.
‒ “Sie stinken wie eine kloake voller scheiße!”
Nuove risate si levarono dall’altra sponda del tavolo e stiparono la baracca, picchiando più volte conto le pareti fino a imboccare le finestre aperte. Mi concentrai sulla pelle della schiena di Yoel e immaginai una pagina cancellata: era bianca e stropicciata da pieghe a forma di brividi. Non so cosa mi prese: non capivo cosa stessero dicendo, ma sentii il bisogno di gridare.
‒ “Raisisi di tina, domi, wola kuona!? He tuoni iarusi alisi o fu termordi nami!”
Nessun altro nella fila parlò o si mosse. Sulle mie parole calò un silenzio di brina e la mattina dopo eravamo ancora lì, nudi, impettiti, coperti da un velo bianco di cristalli ghiacciati sulla testa e sulle spalle.
Uno dei soldati seduti oltre il tavolo in fondo allo stanzone scattò in piedi e si avvicinò: il suo alito sapeva di frittelle di mele. Tonde. Quando iniziò ad urlarmi in faccia il suo disprezzo, un frammento di mela schizzò dalla sua bocca al labbro superiore della mia. Finita la sfuriata, continuò a fissarmi attendendo risposta. Cercai una parola in cui rannicchiarmi con quel poco che restava dei miei pensieri, ma nessuna tana era abbastanza grande. Allora cercai con la lingua il frammento di mela sparato sulle mia labbra e lo trovai. Il soldato smise di puntarmi la pistola alla tempia, riprese a ridere e fece un lungo discorso che comunque le mie orecchie non udirono perché ero diventato tutt’uno col sapore della frittella.
‒ “Schnell! Früher oder später der horror enden, wir haben nicht alle zeit der welt!” ‒ gridò uno dei soldati rimasti sull’altra sponda del tavolo e la fila riprese a strisciare lentamente.
La lancetta era fissata ad un cannello di legno e il tutto assomigliava ad una penna per inchiostro. Sull’avambraccio del vecchio tracciarono il numero 174511, su quello di mio fratello minore 174512. Nessuno dei due disse niente, ma quando si voltò per tornare a mescolarsi al fango oltre la porta Yoel svenne. Si afflosciò sulla poltiglia del pavimento senza fare il minimo rumore, senza sollevare un’onda, senza riuscire a scomparire. Era la cosa più senza che avessi mai visto. Con una forza che non credevo di avere, divincolai il braccio sul quale i soldati già stavano iniziando a tracciare il mio numero e mi chinai per soccorrerlo. Un colpo al torace assestato col calcio del mitra mi ricacciò indietro. Yoel non si riprese: lo sollevarono di peso e lo portarono via. Era talmente molle che sembrava colare tra le dita dei militari. Non lo rividi più.
Squillò una musichetta allegra e un ufficiale rispose al cellulare. La voce dell’uomo si fece subito flautata: non capivo la sua lingua, ma ogni asprezza di pronuncia sfumò all’istante in soffici gorgoglii affettuosi. Conclusi che probabilmente era la moglie o la fidanzata. Restai in piedi davanti al tavolo per alcune ore, mentre la telefonata andava avanti. A un certo punto l’uomo allontanò l’iPhone dall’orecchio, inserì l’altoparlante e appuntò sul touch-screen un elenco dettato da una voce femminile. Gli altri militari ripresero a sorridere, anche se molto sommessamente, dandosi di gomito l’un l’altro. Forse si trattava di una lista della spesa, o forse no, comunque l’ufficiale era particolarmente allegro alla fine.
Tornò verso il tavolo e impugnò in prima persona la lancetta col cannello. La maschera del suo volto s’irrigidì davanti ai miei occhi: continuava a sorridere, ma dietro al calco delle linee d’espressione c’era soltanto un buco nella pagina.
‒ “Sie glauben immer noch, etwas zu sein? Du bist nicht einmal eine bestimmte anzahl!“
E invece di tracciare 174513, mi tatuò sull’avambraccio in bella calligrafia la parola “nummer”.
Grasse risate presero di nuovo a rotolare da un capo all’altro della baracca.
Parecchi anni dopo, scoprii che in fila, quattro posti dopo di me, un altro deportato era sopravvissuto. All’inizio pensai che sarebbe stato importante incontrarlo e chiedergli se aveva dimenticato questo episodio o se aveva scelto volutamente di non raccontarlo. Poi lessi il libro dov’è scritto: “Il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità; prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Spesso i giovani mi chiedono perché non me lo faccio cancellare, e questo mi stupisce: perché dovrei?” Conclusi che aveva fatto bene.
Da quel momento decisi che la mia vita era finita. In realtà ero già morto molti anni prima, insieme a Yoel, ma avevo bisogno di una conferma, di un pensiero che mi tastasse il polso senza trovarlo, di specchiarmi in una pagina, tenendola davanti alla bocca, e non trovare nessun alito ad appannarla. Invece i mesi passavano e io continuavo semplicemente a non esistere.
Poi, una manciata di anni più tardi, un mattino mi svegliai prima dell’alba e nell’aria c’era qualcosa di mal definito, come l’eco di una risata così lontana da far oscillare la memoria nuda appesa al filo dei miei pensieri. Pensai anche a un lieve terremoto, ma la televisione continuò a mandare la solita pubblicità. Per sicurezza, controllai anche su alcuni siti di informazione in rete, ma trovai solo un fuoco d’artificio di finestre pop-up abitate da animazioni allettanti. Seguii il consiglio e tornai a letto. Eppure quella mattina la mia pelle parlava più forte, urlava sfiorando le lenzuola, si staccava a brani lunghi quanto passi dell’oca, era piena di parole indelebili, inevitabili, numerosissime.
Perché non ero morto al posto di Yoel? Perché ero morto insieme a Yoel?
Mi alzai, mi vestii in fretta, saltai in macchina e puntai dritto verso il tattoo center dietro il cinema multisala in via Contrari. Sembravo un burattino agito da processi mentali ancora troppo istintivi per sentirli miei.
Feci cancellare la parola “nummer” e al posto di essa dissi al tatuatore di scrivere “174512”. Lo chiesi sottovoce, come se scrivere potesse ancora essere una sorta di sabotaggio del mondo, un gesto di disobbedienza capace di vedere oltre la pagina una realtà di carne e non di carta e inchiostro.
Uscito dal locale, vidi passare un bimbo di tre anni in bicicletta. Era così leggero che le due ruotine ai lati della bici quasi si sollevavano da terra al minimo sobbalzo.
Pensai a Yoel con una dolcezza di cui non ero più stato capace.
E alla possibilità che stessi già lentamente vivendo, e proprio non volevo farlo senza di lui.

 

 

 

*

pausa di riflessione a margine del testo.

ecco una prosa che dice molto in poche righe. devo riconoscere all’autore un notevole coraggio: affrontare il più noto genocidio della storia recente, non avendolo vissuto in prima persona, di solito equivale a scadere nella vuota retorica da fiction televisiva. forse proprio per questo l’autore sceglie di rimescolare le carte, contaminando il tessuto narrativo, così da accostare stoffe storiche documentali (tutto riporta a un lager nazista) a stoffe variopinte moderne (l’iPhone e la parte finale), come a chiarire in massima umiltà che l’opera di Primo Levi – di cui prende a prestito le parole nel virgolettato “Il mio tatuaggio (…)” – possiede tutt’altro spessore. eppure il risultato non è meno angosciante, perché se è innegabile che il racconto non può aggiungere nulla alla verità nuda di tanti libri scritti sull’olocausto, resta il fatto che l’autore riesce a ravvivarne la memoria rendendo più vicino/tangibile l’orrore grazie alla scelta di disancorarlo da un contesto storico univoco. anche per questo il racconto suona come un monito bruciante, chiamato a rammentarci che l’orrore è sempre dietro l’angolo, presente adesso come allora: la storia è condannata a ripetersi perché nonostante le epoche siano diverse, le scimmie nude restano sempre quelle, ancorché travestite da un popolo o da un altro (si veda, ad esempio, quanto accaduto in tempi recenti in Ruanda, ex-Jugoslavia, Iraq, Siria, Cecenia, Cambogia, Indonesia…).
in ogni caso, se nelle intenzioni dell’autore gli onirismi della trama del racconto volevano soprattutto far pensare a un incubo tornato a perseguitare un sopravvissuto ai lager, direi che in fondo il discorso non cambia, visto che la vita stessa di chiunque sopravviva a un genocidio è per definizione un incubo.
altro elemento degno di nota, è l’ingranaggio inceppato della comunicazione messo in scena nel brano: è evidente che il protagonista parla una non-lingua incomprensibile perché non esistono parole in grado di comunicare un orrore totale. peraltro, se ciò che ci rende umani è soprattutto il linguaggio, è più che logico che nel contesto descritto il linguaggio debba essere “morto”: i deportati (e il lettore) non comprendono il tedesco parlato dai militari e i militari (e il lettore) non conoscono la lingua dei deportati. risultato? nessuna comunicazione, nessuna speranza, nessuna umanità o meglio, branchi di esseri umani ridotti alla loro essenza puramente materiale, perché solo il logos rende umani.
ma ritornando a Primo Levi e alla sua opera “I Sommersi e i salvati” – da cui l’autore prende a prestito il titolo del racconto e il già citato trafiletto “Il mio tatuaggio (…)”– mi sovvengono altre inquietanti considerazioni.
una rapida googleata mi ha confermato che Primo Levi è il detenuto 174517 di Auschwitz, ovvero in questo racconto verrebbe a trovarsi in coda insieme al protagonista, quattro posti più indietro.
dunque, con quel “conclusi che aveva fatto bene”, il protagonista del racconto prende atto e intuisce i motivi della scelta di Levi di non fare mai accenno in nessuno dei suoi libri alla scena del “nummer”: il protagonista senza nome si convince che Levi ha scelto volutamente di non raccontarla e che ha fatto bene (almeno in base al suo ragionamento in “I sommersi e i salvati”).
mi spiego: l’idea è che l’ufficiale tedesco non accontentandosi di negare a 174513 qualsiasi *umanità* (probabilmente indispettito per il doppio tentativo di ribellione del protagonista che esce dagli schemi prima per gridare il suo orrore e poi dalla fila per soccorrere il fratello), si diverte sadicamente a negargli anche qualsiasi *identità* (è *un numero*, non 174513). conseguentemente, ciò crea un’impasse logico: se Levi ne parlasse in un libro nel tentativo (ormai vano) di restituire a 174513 identità e umanità, darebbe invece *risonanza* all’umiliazione definitiva del deportato.
ecco il pensiero-macigno che cancella definitivamente l’esistenza del protagonista: neanche Levi ha potuto riscattarmi! (“da quel momento decisi che la mia vita era finita”)…
molto bello e commovente quindi il finale, il cui senso sotteso sembra dire: ok, per non lasciare vincere quella risata l’unica via d’uscita è “riscattarmi da solo”, ma la mia vita non ha alcun valore quindi non c’è nulla da riscattare… dunque la soluzione è di riscattarmi attraverso gli altri, ovvero di vivere per gli altri, primo fra tutti il fratello Yoel. o meglio, l’unica soluzione è quella di provare a vivere insieme a ciò che manca.

4 Comments on "“prosenze inquietanti”: gennaio"

  1. Racconto notevole. Grazie a malos anche per le preziose note. Come dice malos, è sempre un rischio quando si parla di qualcosa come l’Olocausto, ma l’autore riesce magnificamente (la luce che oscilla con le risate, la pioggia che non è ancora neve, le citazioni da Levi) a creare un’atmosfera agghiacciante, a rievocare la tragedia immane consumata nelle baracche di Auschwitz. Poi, arrivato all’alito di frittelle tonde, è scattata la lucina, proprio prima che suonasse il cellulare a mischiare tutto e farne storia di ogni tempo, perché Auschivitz purtroppo c’è sempre stato e continua ad esserci. Come dice malos, e come si evince dalla lettura di Primo Levi, in qualsiasi condizione umana emerge il bisogno di appartenere, e il numero tatuato fornisce un’identità. Ma trattandosi del numero del fratello, può essere visto come il tentativo di rimuovere quel senso di colpa per essere sopravvissuto, così efficacemente descritto dallo stesso Levi. Un modo infatti per non (continuare a) morire è prendere il posto del fratello morto, cancellare se stesso e riportare in vita Yoel; e il senso di leggerezza che procura la vista del bimbo quando esce dal locale sembra confermarlo.

  2. …!

  3. Roberta De Luca | gennaio 29, 2017 at 15:11 | Rispondi

    Sono molto contenta che il mio articolo abbia avviato un approfondimento e ulteriori riflessioni sul tema. Ringrazio davvero Malos Mannaja e Abele Longo per la considerazione. Il racconto anonimo offre diversi spunti di discussione, molti dei quali già ben evidenziati da chi mi ha preceduto. Mi colpisce l’azione insistita del ridere,che spesso è la modalità nazista con cui si attua la graduale degradazione dell’essere umano, nella tragica parodia del Lager(pensiamo per esempio alle tre parole della derisione: “Arbeit Macht Frei”, “Il lavoro rende liberi”). E poi c’è un problema cruciale che è quello della lingua e della comunicazione tra carnefici e vittime. In Se questo è un uomo si legge: “Questo Flesch, che si adatta molto a malincuore a tradurre in italiano frasi tedesche piene di gelo, e rifiuta di volgere in tedesco le nostre domande perché sa che è inutile (…)” e ancora “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo”.

  4. @Abele: hai ragione, il senso di leggerezza comunicato dal bambino finisce per valere più delle parole e in qualche modo sembra “neutralizzare” il pensiero-macigno cui facevo accenno nella pausa di riflessione a margine del racconto.
    @Simonetta: grazie, anche solo essere qui è già molto.
    @Roberta De Luca: grazie a te per avermi ispirato la scelta di ripescare questo racconto letto ormai tre anni fa. in effetti le insistite risate di scherno spesso sono più distruttive delle percosse. mi piacerebbe interrogare un antropologo/etologo, in proposito, per capire se anche in altri primati esistono meccanismi similari di “demolizione sociale” (non mi stupirebbe… le risate di scherno *di gruppo* hanno un non so che di tribale). un abbraccio.

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