Un finale per Pietro Giordano (Abele Longo)

Pietro Giordano

“La prima volta che lo vidi si presentò assieme a un altro attore di Cinico Tv. I due avevano l’abitudine di imbucarsi ai matrimoni e si conobbero mentre scappavano dalla finestra del bagno del ristorante per sfuggire ai parenti degli sposi.”
Franco Maresco

E’ morto ieri sera Pietro Giordano. Ci lascia un altro ancora, il più grande, degli attori di Ciprì e Maresco. “Era un uomo di straordinaria intelligenza. Imparò presto i tempi teatrali,” ha ricordato Franco Maresco, aggiungendo che “dimostrò tutto il suo talento nel Ritorno di Cagliostro, tenendo testa a un grande attore come Robert Englund.” Di fatto è forse stato l’unico che è riuscito a tener testa anche allo stesso Maresco, non facendosi intimidire dalla voce fuori campo del regista, che gli ha concesso nello Zio di Brooklyn di sputare contro la macchina da presa e fargli dire che il film “fa schifo”. Con i suoi tic facciali e l’immancabile espressione di fastidio, è stato l’attore a cui i due registi hanno affidato le personificazioni più strampalate e di certo meno “edificanti” delle strisce di Cinico TV, facendolo entrare nelle case degli Italiani all’ora di cena come Tarzan di Palermo, sepolto vivo, verme, pezzo di merda, escremento di barbone, contraccettivo usato, topo di fogna, pene di stupratore e bomba in attesa di magistrato.

Per apprezzare maggiormente le sue interpretazioni, consigliamo di cercare le interviste in rete fatte da alcuni ammiratori. Il confronto mostra un Giordano diverso, una persona serena e rilassata, con un sorriso di fondo che in C&M è sostituito invece sempre da un ghigno. Pietro Giordano è stato infatti un attore, un grande attore, come attori sono tutti gli altri interpreti della Palermo ciprimareschiana. Va sfatato quindi il luogo comune che lo vuole nella vita reale così come lo vediamo sullo schermo, nonostante i due registi, secondo il loro metodo di lavoro, abbiano creato spesso i loro personaggi tenendo conto di aspetti della natura e della personalità dei loro attori.

Ha contribuito al mito di Pietro Giordano il suo passato di mendicante nelle chiese, l’immagine ideale del modello “kinico” che rimanda ad Antistene e a Diogene di Sinope, che professavano la vita come forma antiretorica e sfrontata, tesa a mettere a nudo la verità. Il termine “kinico” viene fatto derivare da kyón, che significa “cane”, e attorniato da cani vediamo Pietro Giordano nello Zio di Brooklyn, a sottolineare maggiormente gli istinti e i bisogni animaleschi che era solito mettere in scena; quel vivere da bestia espresso dal corpo nelle sue azioni più impulsive, simboleggiato dal cane per i Greci e a cui i kinici si ispiravano vestendo solamente un mantello e lasciando crescere la barba. Il destino vorrà che, nel carnevale di C&M, proprio un mendicate di chiesa finirà per interpretare, nel Ritorno di Cagliostro, il Cardinale Sucato, ovvero un alto prelato. Giordano ci dona un cardinale sui generis, dispotico e senza scrupoli che aiuta a mettere su la casa di produzione cinematografica degli sprovveduti fratelli La Marca, interpretati da Luigi Maria Burruano e Franco Scaldati, con i quali, come per Englund, Giordano riesce a stabilire una grande intesa, dando vita a sketch esilaranti, anche nel suo altro ruolo, come Pino Grisanti, un inconcludente e alquanto irascibile regista chiamato dai due fratelli a girare un film sulla vita di Cagliostro.

Giordano ritornerà, tra i pochi dei fedelissimi della prima ora, nelle ultime serie televisive di C&M I migliori nani della nostra vita e Ai confini della pietà. Lo ricordiamo per gli sketch nella parte di un Provenzano in carcere che scrive pizzini aiutato da un appuntato, con una vecchia macchina da scrivere, e per la sua parte di nonno e di insegnante di un bambino di 61 anni, Fortunato Cirrincione, a cui cerca di insegnare l’abc della mafia. Adesso che anche Pietro Giordano se ne è andato, ci piace immaginarlo in un finale come quello dello Zio di Brooklyn, in cui resuscita, insieme agli altri attori ciprimareschiani scomparsi, con delle ali bucherrelate nel bel mezzo di una festa allietata dai maestri Ferrara e Ciprì, che hanno finalmente imparato a suonare Chattanooga choo choo di Glenn Miller, avvalendosi del contrappunto dei peti di Giuseppe Paviglianiti; con Fortunato Cirrincione/Lazzaro che continua a urlare, ormai senza più voce, vendetta; un impassibile zio di Brooklyn/Salvatore Gattuso seduto su di un trono; l’altro Giordano, Carlo, che divora un interminabile pezzo di formaggio; Francesco Tirone che lucida contento la sua bicicletta; Franco Scaldati che legge La gazzetta dello sport; il critico Gregorio Napoli che commenta il finale ma nessuno lo sta ad ascoltare… e dopo i titoli di coda un ultimo sputo a salutare.

1 Comment on "Un finale per Pietro Giordano (Abele Longo)"

  1. tristessa…
    un grande davvero, un antidivo da urlo. saperne l’esistenza nell’universo di celluloide era sufficiente a bilanciare la presenza di Hollywood riconciliandomi con il cinema tutto.
    “anche il lupo ha la sua provvidenza, sa quale è?” “il cielo a pecorelle”.
    che in cielo il buon dio, regista divino quanto Ciprì e Maresco, sappia mettere a frutto le sue kiniche qualità. un abbraccio fraterno.

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