prosenze inquietanti: zero

 

“presenze inquietanti” è un film porno degli anni novanta diretto da Joe Gagliano in cui un ghost writer bilingue esce da un libro per leccare le tope di biblioteca.

con “prosenze inquietanti”, invece, s’intendono quelle prose un po’ moleste che durante la lettura (e a volte anche dopo) t’impensieriscono il cervello.

“prosenze inquietanti” ospiterà mensilmente prose di autori vari, pescate nella rete.
la prosa (dal latino prorsus, “diritta”) è un’opera letteraria scritta in righe lineari estese.
la prosa è l’unità di misura maggiore (chilometrica) della poesia (metrica).

la principale differenza tra prosa e poesia è che la prima cambia il mondo con le parole mentre la seconda cambia il mondo a parole.

la prosa è rivoluzionaria, non si sottomette a dettami di versi, ha la schiena diritta e non va troppo per il sottile, prediligendo la sostanza alla forma.
è una cuoca generosa nelle porzioni e non ha fretta di fuggire altrove, anzi, ti dedica tutto il suo tempo e si dilunga proprio per restare insieme a te.

in una realtà commerciale dove il tempo è denaro, in cui predominano i prodotti seriali, le immagini frenetiche, gli slogan calcistici e il linguaggio in pillole, la prosa ci aiuta a nutrirci della scrittura come pausa di riflessione.

la prosa è slow food del pensiero.

 

8 Comments on "prosenze inquietanti: zero"

  1. Prosa o poesia?
    Caro malos, bello innanzitutto il tuo aforisma: “la principale differenza tra prosa e poesia è che la prima cambia il mondo con le parole mentre la seconda cambia il mondo a parole.”
    Io propendo per la poesia, anche se il piacere di leggermi tutto un bel romanzo di seguito, uno di quelli tosti, “inquietanti”, lo trovo a dir poco sublime. E infatti sulla famosa isola deserta porterei un romanzone, un moby dick per intenderci, piuttosto che tutta l’opera di uno dei miei poeti preferiti. Probabilmente perché con Moby Dick sopravviverei fino all’arrivo della prossima nave, mentre se mi porto tutto Pessoa, Vallejo, Bishop o Salvatore Toma finirei per impiccarmi, se mai riuscissi a trovare una fune, dopo un paio di giorni. Riprendendo il tuo aforisma, ribatto dicendo che la principale differenza tra prosa e poesia è che la prima cambia il mondo (con/a parole) mentre la seconda cambia noi stessi (con/a parole). Poi naturalmente c’è la buona e la cattiva prosa, la buona e la cattiva poesia, ma questo è un altro discorso… Purtroppo non ho visto il film di Joe Gagliano, inquietante un protagonista “bilingue”… Grazie per questa bella sollecitazione, non vedo l’ora di leggere il tuo pescato! Un’ultima cosa, comunque, niente è più lento della poesia, quella buona naturalmente… :)))

  2. Giancarlo locarno | gennaio 22, 2017 at 22:32 | Rispondi

    Faccio un po’ di fatica a vedere la prosa armata contro la poesia, che sono un lettore che ama entrambe, non mi sottraggo però al confronto.
    Prosa e poesia cambiano la visione del mondo più che il mondo, a cambiare la pelle del mondo fanno prima cannoni e soldi.
    La visione del mondo porta a cambiamenti magari più stabili, ma a lunga lunga scadenza.

    C’è anche della poesia con le caratteristiche che citi per la prosa, la Divina Commedia ad esempio o il Mahabaratha. Per contro ci sono prose che seguono delle loro metriche, nell’Ulysses di Joyce ogni capitolo ha una corrispondenza con un organo del corpo umano e con uno stile letterario oltre che con un episodio dell’odissea, proprio come una sorta di schema metrico. Il Finnegans wake non riesco nemmeno a capire se è prosa o poesia.
    La poesia penso che penetra direttamente nel nocciolo dell’umanità, la prosa ci arriva dopo aver girato per tutta la pelle e dopo aver vagato per tutti gli organi.
    E ci sono anche tempi e condizioni diverse per quanto riguarda la lettura, nella mia lunga vita di pendolare ho sempre letto della prosa, tutta la Recherche e i russi ad ex, una sola volta tanti anni fa ho tentato di leggere L’Orlando furioso in treno, e dopo due giorni ero già stufo.
    Forse di poesia bisogna leggerne poco alla volta, come si fa con le cose troppo concentrate.
    Però onestamente non saprei pronosticare un vincitore.

  3. @ Abele: il film di Joe Gagliano esiste veramente, ma suppongo che la trama sia diversa…
    : ))
    riguardo l’aforisma, mi piace anche la tua variante. hai riconosciuto i due “attori” sul ring nell’immagine nanefica al photoshop?
    @ Giancarlo: quello di contrapporre poesia e prosa in questa sede è ovviamente un gioco provocatorio (non a caso le due facce chiamate a impersonare l’una e l’altra nell’immagine, nascondono un sorriso da Gioconda sotto i baffi), però le iperboli del post offrono spunti di riflessione in senso generale. ad esempio, quasi sempre i poeti scrivono per sé (e questo implica alcune cose), mentre i narratori quasi sempre scrivono per gli altri (e questo implica altre cose), il che a sua volta implica – come per tutte le realtà e le generalizzazioni di questo mondo – che esistono eccezioni. c’è solo un’affermazione del tuo commento, da cui dissento fortemente ed è quella che “a cambiare la pelle del mondo fanno prima cannoni e soldi.” dalla Bibbia al Corano, da Aristotele a Kant, da Marx ad Adam Smith, da Freud a Darwin, da Galielo Galilei a Newton, da Jane Austen a George Orwell, da Esopo ad Aristofane, da Salinger a Bukowski, da Anna Frank a Primo Levi, la prosa ha cambiato, cambia e cambierà il mondo. soldi e cannoni al massimo possono ripartire poteri e ricchezze in modo (poco) diverso, in un mondo sempre uguale. sono le parole (tra cui soprattutto “le storie, le storie, le storie”) a plasmare il nostro cervello e quindi a cambiare il mondo.
    : )

  4. Allora, per la prosa Kurt Vonnegut e per la poesia Juan Gelman?
    Fammi sapere 🙂

  5. ebbensì, papà Kurt è proprio lui, l’altro è Zanzotto avanti negli anni. Juan Gelman (chiedo venia per l’ignoranza) non lo conosco…

  6. Giancarlo locarno | gennaio 23, 2017 at 22:39 | Rispondi

    Caro Malos, all’interno del gioco provocatorio anch’io dissento profondamente da due tue affermazioni, la prima è quella che i poeti (statisticamente) scrivono per sé, e i narratori per gli altri. Io penso al contrario che all’origine di un popolo, di una cultura si trova sempre il nocciolo di un poema, da Gilgamesh agli Omerici, il Cid, o la schiera di Igor, aggiungo anche la Sureq Galigo , lo sterminato poema dei Bugi che raccoglie tutta la loro cultura, e che a me è molto caro. Per tutti i secoli,nei periodi più difficili, anche nell’ultima guerra i poeti sono sempre stati vicini al loro tempo e hanno sofferto (come tutti gli altri peraltro)ed espresso la loro sofferenza con un’interpretazione originale, penso al Leopardi, a Radnoti, Brecht, Celan.
    Certo, bisogna stabilire cosa si intende per poesia o prosa, mi riferisco a Dante, Pound, Pasolini, Flaubert, Céline per il confronto, non alla vispa Teresa o ai gialli mondadori. Io vedo come un’eccezione il poeta chiuso in sé,e penso che un certo tempo, un certo secolo sia più rappresentato nella sua essenza da un poeta che da un narratore. Se dvessi indicare un solo autore che rappresentasse tutta la letteratura italiana non esiterei a indicare Dante, un poeta.
    E’ vero peraltro che presso alcune tradizioni la poesia è più praticata e considarata che non da noi, penso al pantun ancora praticato nelle circostanze importanti come nascite o matrimoni nelle culture malesi, o il ghazal praticato ancora oggi nelle stesse cicostanze dall’Iran all’Afghanistan. Da non non succede, nemmeno a scuola si fanno scrivere poesie.

    Anche sull’affermazione che la narrazione , o più in generale la cultura, possa di per sé cambiare il mondo cambiando il cervello, una concezione un po’ krinsamurtiana, che trovo peraltro affascinante, ma non vera. Tu dici che soldi e cannoni solo si dividono il potere in un mondo “uguale”, ma se il mondo nel quale sono passati i narratori di pensieri che citi lo definisci ancora “uguale” vuol dire che queste storie non l’hanno ancora modificato. Forse sarebbe così se esistesse solo la psiche, e se venissero modificate contemporaneamente miliardi di psiche, ma esistono anche i sassi e le pulsioni rasoterra della vita che insieme sono storia ed economia, e che anno delle logiche molto più cieche e brutali.

  7. @Abele: letto l’articolo. senza volere, per puro caso, mi hai fatto scoprire un autore notevole (grazie), anche perché chi sente deperire il corpo e scrive “every day, I am growing closer to my skeleton, he is beginning to appear – and rightly so” ha tutta la mia ammirazione. sicuramente mi procurerò qualcosa di suo.
    @ Giancarlo: dissentire è ricchezza (due visioni del mondo uguali non si arricchiscono a vicenda), quindi grazie. circa poeti e prosatori, la mia esperienza diretta (di poeta e di prosatore, nonché di amico e lettore di poeti e di prosatori) è che Moravia è troppo categorico quando afferma “i poeti scrivono essenzialmente per se stessi, mentre i romanzieri scrivono sempre per il pubblico”, ma le sue parole individuano una tendenza statisticamente significativa. d’altro canto non vedo come potrebbe essere altrimenti, visto che nella poesia la parola diventa strumento di autopsicoterapia emotiva e sentimentale (o se preferisci, così di getto, mi viene una parafrasi più lirica del tipo “i poeti accarezzano la propria anima con le parole”). insomma, il poeta ha bisogno di tradursi in poesie, non che la poesie vengano lette. per contro, in maggioranza, i prosatori scrivono per comunicare, per raccontare qualcosa a qualcuno: il loro (ingenuo) bisogno è la comunicazione, non s’inerpicherebbero attraverso pagine e pagine di narrazione se non avessero dei lettori cui raccontare le storie le storie le storie.
    scrivi: “i poeti sono sempre stati vicini al loro tempo e hanno sofferto” – non dico assolutamente il contrario, anzi, i poeti sono in genere persone più sensibili della media, quindi soffrono anche più degli altri. affermo invece che la loro sofferenza in genere non si traduce in opere artistiche che rivoluzionano il resto del mondo. se abbiamo qualcosa da dire agli altri, ovvero se vogliamo scambiare idee e comunicare (come stiamo facendo adesso io e te), in genere usiamo la prosa, mica la poesia!
    scrivi: “Se dovessi indicare un solo autore che rappresentasse tutta la letteratura italiana non esiterei a indicare Dante, un poeta” – se dovessi indicare un solo autore che rappresentasse tutta la letteratura italiana non esiterei ad indicare Leopardi, poeta e prosatore di rara grandezza (le “Operette morali” sono uno dei capolavori più sottovalutati della letteratura italiana).
    scrivi: “Da noi non succede, nemmeno a scuola si fanno scrivere poesie” – beh, il popolo italiano è di gran lunga il popolo più poetico del mondo. non esiste italiano che non abbia poesie chiuse in un cassetto, non esiste blog che non ospiti migliaia di poesie. e comunque, se è per questo, a scuola non si insegna neanche la scrittura creativa (stenderei, ahimé, un velo pietoso sullo stato della scuola in Italia e nel mondo).
    scrivi: “possa di per sé cambiare il mondo cambiando il cervello, una concezione un po’ krinsamurtiana, che trovo peraltro affascinante, ma non vera” – beh, puoi legittimamente pensarla come preferisci, ma qui la tua opinione si scontra con parecchia letteratura scientifica. oltre a Krishnamurti, moltissimi neuroscienziati e linguisti hanno affrontato la questione del “relativismo lunguistico” (la lingua influenza il pensiero) e/o dell’“universalismo linguistico” (il pensiero ad influenza la lingua). storicamente, alcuni studiosi di spicco (ad esempio Chomsky) hanno portato dati e argomenti a favore dell’universalismo, mentre altri studiosi di spicco (ad esempio Sapir, Bowerman o Worf ) hanno portato dati e argomenti a favore del relativismo. negli ultimi anni, gli studi sull’apprendimento del linguaggio nei bambini hanno dimostrato in modo chiaro che l’idea di una “grammatica universale” non è sostenibile, facendo rintoccare a morto le campane per gli universalisti integralisti alla Chomsky: il linguaggio recluta sistemi cerebrali che non si sono evoluti specificamente per tale scopo, plasmando il cervello (vedi recenti articoli di Lera Boroditsky, Paul Ibbotson e Michael Tomasello). un interessante articolo di Saygin et al. uscito su Nature Neurosciences nella seconda metà del 2016, ha preso in esame bambini dai 5 agli 8 anni, indagando col neuroimaging funzionale le modificazioni cerebrali nella VWFA (visual word form area) prima e dopo l’aver imparato a leggere e a scrivere. lo studio conferma che le aree cerebrali che elaborano le parole sono aree visive che proprio per le loro strette connessioni con altre aree cerebrali implicate nel linguaggio sono state “riconvertite a nuovo uso” dalla pressione evolutiva, passando da una generica elaborazione di immagini alla specifica elaborazione della parola scritta. ebbenesì, la parola scritta cambia il cervello.
    scrivi: “ma se il mondo nel quale sono passati i narratori di pensieri che citi lo definisci ancora “uguale” vuol dire che queste storie non l’hanno ancora modificato” – era una battuta un po’ sarcastica, nel senso che non cambia l’eterna lotta di classe, cambiano le strategie con cui essa si realizza, cambia il nostro modo interpretare la realtà e la vita sociale. pensa solo a come “Orgoglio e pregiudizio” della Austen, un romanzo del milleottocento, ha plasmato il pensiero romantico/amoroso contemporaneo in senso neoliberista.

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