Maurizio Manzo: Fanali di coda (Bollettini Indigeni)

foro_ by m. manzo

I fanalini di coda delle macchine scivolavano strisciando sugli occhi di Rolando, mentre i fanali frontali riflettevano una luce tonda che si allargava come quando lanci un sassolino dentro uno stagno.

Rimase ore sul ciglio della strada, con la macchina bloccata, aspettando un aiuto o un passaggio che non chiedeva e osservando i colori del cielo farsi sempre più scuri fino a confondersi a mischiarsi tra loro senza stridere, si accorse della notte.

In fondo temeva di riuscire ad avere un passaggio; lo avrebbe portato dove non voleva, condotto verso un appuntamento di vitale importanza, la cui rinuncia avrebbe potuto dargli gioia solo per i minuti necessari a dirsi: non vado!, quando sicuramente per la sua vita sarebbe stato devastante non recarvisi almeno quanto lo è stato recarsi.

Un faro più accecante voltò lo sguardo di Rolando verso il buio, dove improvvisamente e inspiegabilmente, vide muoversi e animarsi ricordi, venirgli incontro attraverso le sterpaglie, baldanzosi e arroganti chiedergli con gesti fosforescenti di essere prescelti. Cominciò, Rolando Musu, che aveva appena compiuto trentadue anni, a lanciare indicazioni verso il buio: il ricordo a vaneg-giare.

Appoggiato al guardrail, cominciava ad annusare l’odore dell’urina dei gatti sotto i portici delle stradine del suo quartiere, vedersi bambino correre con altri bambini e le voci, le urla, le risa cominciavano a sormontare il rumore dei camion, delle auto, dei clacson, delle sirene, delle frenate impreviste che in mezzo a quella strada poco prima annientavano i suoi pensieri.

Di colpo, Rolando, si ritrovò come riunito in una tribù, accerchiati dal cielo e dall’aria del mare sopra lo spiazzo cotto dalla luce, discutevano di verificare la leggenda sul gatto e le sue sette vite.

Stridulo nero chiazzato di rosa veniva lanciato, il gatto, da sopra il bastione per appurare la sua reale immortalità; la sua rabbia diveniva sempre più terribile, angustiante, ingestibile allo sguardo, mentre le sue vite diminuivano perse per aria e tra l’immondizia regnante ai piedi delle mura.

Rolando iniziò a sentirsi freddo ricordando che arrivarono ad annientare fino alla quinta vita del gatto, facendolo volare e le altre due risparmiate, e non per pietà, ma perché nessuno dei bambini aveva il coraggio di pigliare quell’ammasso di sangue di gemiti di dolore di vergogna di orribile disumanità fatto volare laddove i suoi salti inciampavano nel vuoto.

Crescendo Rolando non ricordava esattamente chi altro fosse con lui né chi prese l’animale né chi riuscì a raccoglierlo e riportarlo di sopra, ma solo le urla, la tremenda curiosità gioiosa mista allo strazio negli sguardi del gatto, che perforava e sfasciava l’inconscio di quelle menti fragili senza un concetto d’umanità.

Rolando Musu spesso guardando gli uccelli avrebbe voluto sentirli miagolare, conoscendo l’inconsistenza delle nuvole.

5 Comments on "Maurizio Manzo: Fanali di coda (Bollettini Indigeni)"

  1. Finale mozzafiato. I fanali come gli occhi del gatto, dello spirito del gatto che tormenterà Rolando per il resto dei suoi anni 🙂

  2. Giancarlo locarno | gennaio 18, 2017 at 22:12 | Rispondi

    Bel racconto e terribile, il racconto di una nevrosi, da vecchio gattaro e maschio dominante di una colonia felina mi appare come la più terribile delle punizioni il perpetuarsi negli anni del ricordo degli occhi del gatto.

  3. eh, anch’io sono un gattaro, ma il male che si fa agli animali, non è un’invenzione nata per mettere video scioccanti su facebook.
    Ciao Abele e Giancarlo.

  4. brano davvero bello e ponderoso. nella parte iniziale, mi colpisce l’attesa stranita e straniante – quasi godottoide – di “aspettando un aiuto o un passaggio che *non* chiedeva”. e infatti tanto l’auto (“un faro più accecante” gli schiaffeggia lo sguardo spingendolo altrove), quanto l’aiuto lo colgono di sorpresa (“non chiedeva aiuto, la notte accorse” mi pare una parafrasi confacente al sopracciglio inarcato della strada quando scrivi “si accorse della notte”). è allora che mimetizzato nell’oscurità del passato, alle spalle dell’ormai mitico Roberto Musu, prende corpo il buio da cui balza fuori il gatto nero, ridotto ad un “ammasso di sangue di gemiti di dolore” neri uguali.
    mi piace pensare che le due splendide righe finali s’accollino il dovere di una qualche ricomposizione dell’umanità infantile (annichilita nella “tremenda curiosità gioiosa”) sub-liminando un elemento quasi favolistico come l’eventuale esistenza di gatti volanti. della serie: il gatto e la gabbianella che gli insegnò a volare.
    : )
    ma forse è troppo tardi e il cortometraggio della vita è già concluso, almeno a giudicare dal fatto che sullo schermo scorrono ormai i “fanalini di coda”…

  5. Ciao caro Malos,accollarsi un dovere, almeno da delle righe, “splendide” :), sarebbe giusto aspettarselo, visto che qui i doveri anziché accollarseli li lasciano accumulare sulle nostre vite, infantili, adolescenziali, adulte e anziane.
    Grazie, un abbraccio! 🙂
    mm
    (Rolando non Roberto)

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