Giancarlo Locarno: TAPE MARK I – Poesia e Computer di Nanni Balestrini

Nanni Balestrini

Rileggere questa poesia del 1962 di Nanni Balestrini, pubblicata nell’ “Almanacco Letterario Bompiani”, a distanza di tanti anni, mi riempie di tenerezza, perché anch’io sono un vecchio informatico, ho cominciato la professione nella seconda metà degli anni 70, quando si scrivevano dati e programmi sulle schede perforate, non esisteva il personal computer, e noi si girava tutti con questi “deckettini” di schede nel taschino.
Il computer non era una cosa per tutti, quelli industriali erano lunghi anche 10 metri e venivano raffreddati ad acqua, mi sembravano delle cattedrali.

Bisogna pensare a questo nel considerare queste sperimentazioni, che oggi mi sembrano anche un po’ ingenue, ma allora erano qualcosa di innovativo, e sicuramente fuori dalla portata della maggior parte degli scrittori. Balestrini ha predisposto tre testi piuttosto brevi, di Michihito Hachiya, di Paul Goldwin e di Lao Tse, composti da due o tre unità metriche delimitate dal simbolo “/”.

Ad ogni verso è assegnato un codice di testa e un codice di coda, questi codici sono scelti preventivamente per indicare come, dato un verso, questo possa essere collegato con il verso successivo, la regola è che il codice di testa del verso successivo deve avere almeno un valore del codice di coda del verso precedente.

I testi sono i seguenti:

Le operazioni col calcolatore sono state effettuate presso il Centro di elaborazione CARIPLO di Milano, dal Dr. Alberto Nobis. Con questo metodo possono essere composte innumerevoli poesie di 6 strofe di 6 versi ciascuna, ogni verso è composto da 4 unità metriche, quindi 2 versi originali scelti, sono sempre consecutivi, ma spesso spezzati nell’ enjambement. Balestrini descrive così il cuore del meccanismo:

“Vengono controllate le corrispondenze dei codici Testa-Coda e l’appartenenza a gruppi diversi di due elementi consecutivi. L’operazione avviene successivamente per ogni legame: l’elemento che non rispetta le istruzioni viene “sospeso”, ed è rimesso in ricerca l’elemento precedente fino a che si ottiene un legame rispondente alle descrizioni”. Dopo di che viene riconsiderato l’elemento “sospeso”, e così di seguito fino all’esaurimento della catena. Se la combinazione in esame non soddisfa le istruzioni, viene scartata.”

Uno dei possibili risultati, quello riportato nel libretto è il seguente, sembra un po’ un pantoum irregolare :

TAPE MARK I

La testa premuta sulla spalla, trenta volte
più luminoso del sole, io contemplo il loro ritorno
finché non mosse le dita lentamente e, mentre la moltitudine
delle cose accade, alla sommità della nuvola
esse tornano tutte, alla loro radice, e assumono
la ben nota forma di fungo cercando di afferrare.
I capelli tra le labbra, esse tornano tutte
alla loro radice, nell’accecante globo di fuoco
io contemplo il loro ritorno, finché non muove le dita
lentamente, e malgrado che le cose fioriscano
assume la ben nota forma di fungo, cercando
di afferrare mentre la moltitudine delle cose accade.
Nell’accecante globo di fuoco io contemplo
il loro ritorno quando raggiunge la stratosfera mentre la moltitudine
delle cose accade, la testa premuta
sulla spalla: trenta volte più luminose del sole
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra assumono la ben nota forma di fungo.
Giacquero immobili senza parlare, trenta volte
più luminosi del sole essi tornano tutti
alla loro radice, la testa premuta sulla spalla
assumono la ben nota forma di fungo cercando
di afferrare, e malgrado che le cose fioriscano
si espandono rapidamente, i capelli tra le labbra.
Mentre la moltitudine delle cose accade nell’accecante
globo di fuoco, esse tornano tutte
alla loro radice, si espandono rapidamente, finché non mosse
le dita lentamente quando raggiunse la stratosfera
e giacque immobile senza parlare, trenta volte
più luminoso del sole, cercando di afferrare.
Io contemplo il loro ritorno, finché non mosse le dita
lentamente nell’accecante globo di fuoco:
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra e trenta volte più luminosi del sole
giacquero immobili senza parlare, si espandono
rapidamente cercando di afferrare la sommità.

Il risultato ottenuto è una buona poesia, soprattutto perché sono state studiate preventivamente le possibilità di connessione dei versi, il computer correttamente è stato usato solo per scandire le combinazioni possibili, lavoro che svolto dalla mano di un autore sarebbe improbo.

Sono tanti gli autori che hanno costruito delle macchine per consentire al lettore di costruirsi la propria poesia, uno di questi è Queneau con “Cent mille miliards de poesie”, un libro costituito da 10 fogli, ciascuno suddiviso in 14 bande ciascuna delle quali a sua volta contiene un verso. Sfogliando le bande, si compone una poesia con la stessa logica dei vecchi schedari per l’identikit.

Distinguo due filoni in questo tipo di ricerca, l’uno che esalta la razionalità strutturando il testo in formule e in permutazioni, che immaginosamente consentono di tassellare il piano poetico, e anche di saturare la possibilità di lettura, lasciando la maggior parte dell’opera come non composta, e quindi non letta. C’è un altro filone, ed è quello che esplora il caso, si avvicina alla ricerca delle parole come “objects trouvèe” nello sterminato patrimonio lessicale.

Penso a una modalità simile a quella usata da Joseph Cornell, ai suoi oggetti recuperati casualmente nelle peregrinazioni lungo le strade di NY, e poi selezionati e inseriti nelle scatole.
Si tratta di un “caso” selezionato, non viene usato meccanicamente tutto quello che si trova così d’emblée, ma l’atto poetico è la scelta tra le innumerevoli offerte del caso.

Il capostipite di questa letteratura è l’I King, sulla base del caso sotto forma del lancio di dadi, si compone la letteratura del responso, ogni volta diverso, centomila miliardi di responsi.
Un’esplorazione approfondita degli effetti del caso sulla produzione linguistica e poetica mi sembra la strada più interessante nel campo diciamo così della “Poetica computazionale”, rispetto alla strada combinatoria.

Nel link seguente:
Nanni Balestrini tiene la lezione magistrale all’inaugurazione di Poesia Festival ’14, leggendo il testo “Il pubblico della poesia”, al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola (MO): 25/09/2014. www.poesiafestival.it

7 Comments on "Giancarlo Locarno: TAPE MARK I – Poesia e Computer di Nanni Balestrini"

  1. un post davvero stimolante per argomento e sviluppo, quello proposto qui da Giancarlo Locarno, su cui mi piacerebbe leggere anche le riflessioni di altri autori/lettori di Neobar.
    interiorizzando le righe dell’articolo, non ho potuto fare a meno di rafforzare la mia sensazione che “delle due l’una”: o la poesia è una sega mentale per parolai (e allora si può correttamente affermare che “il risultato ottenuto dal calcolatore di Nobis, dai centomila miliardi di Queneau e da I King sono poesie) oppure la Poesia non esiste. delle due ipotesi, personalmente preferisco la seconda. o meglio, in una scala di grigi che più correttamente traduca in realtà gli assoluti ipotetici – bianco/nero, 1/0 – del ragionamento binario per categorie del cervello umano, personalmente preferisco un colore grigio scuro più vicino al nero.
    : )))
    peraltro, l’idea che il pensiero artistico non si trovi più nel testo, ma nella regola (provocazione strutturata in quasi corrente lettetaria dai francesi dell’Oulipo negli anni sessanta, animati da una vera e propria vocazione matematico-scientifica-letteraria) mi ha sempre lasciato un po’ freddino. anche perché, se poi andiamo a leggere le opere più alte di Calvino e Queneau, tanto per fare due esempi, è evidente come in tali fortunate declinazioni del pensiero artistico, il testo si prenda la sua inevitabile e sconfinata rivincita sulla regola.
    d’altro canto, ciò che maggiormente contraddistingue il pensiero artistico è proprio la sua originalità, il suo deviare da uno schema prestabilito di regole e di ambiti mentali. non a caso, infatti, ironia e sarcasmo (ingredienti che assai spesso danno il giusto sapore alle pietanze mentali dell’homo isipiens insipiens) accompagnano l’opera di geni assoluti della letteratura mondiale come Kafka e Vonnegut; e *proprio* ironia e sarcasmo sono tra i voli pindarici del cervello umano più difficili da riprodurre con un calcolatore, un computer o un’intelligenza artificiale.
    con ciò non voglio dire che la sperimentazione matematica/informatica in letteratura sia inutile: qualunque sperimentazione è foriera di insegnamenti e di esperienze di cui fare tesoro. ma il pensiero artistico è un processo mentale molto più intuitivo (e quindi molto meno riproducibile) del metodo sperimentale tanto caro al mio ragionamento scientifico.

    • caro malos – eppure, vista la natura polisemica e allo stesso tempo ambigua della poesia, tali espedienti/esperimenti possono generare poesia “vera”. Molto dipende dagli ingredienti della miscela, dai testi che si dispongono nel frullatore. I tre testi scelti da Balestrini hanno già in partenza grandi potenzialità (anche se secondo me la ripetizione de “la ben nota forma di fungo” stride un po’ e rivela il gioco). Alla fine, difficile a volte discernere quanto una poesia sia frutto del “caso” o di un’intuizione, di un processo mentale. Quanto in definitiva una poesia di Thomas venisse da un disegno prestabilito e non dal mettere insieme, sia pure consapevolmente, lacerti di poesie non terminate; o quanto le ultime poesie di Yeats siano il frutto di una “visione” e non del sistemare insieme l’accozaglia di farneticazioni che la moglie in stato di trance scriveva in frasi staccate, e che Yeats credeva, o gli piaceva credere, illuminazioni di misteriosi “istruttori”. L’ironia, il sarcasmo, rappresentano di certo uno spartiacque, ma a volte si insinuano o li troviamo comunque, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore.

  2. capisco il tuo punto di vista, e quello di Giancarlo Locarno quando afferma che “l’atto poetico è la scelta tra le innumerevoli offerte del caso”. eppure ho la sensazione che così finiamo per smarrirci in territori molto astratti. provo a spiegarmi.
    abbandonando per un attimo l’arte e chiedendo aiuto alle neuroscienze come punto saldo di partenza, possiamo sicuramente affermare che tutto ciò che “entra” ed “esce” dal nostro cervello è il frutto di interpretazioni soggettive dei mondi che ci circondano operato dalle nostre poltiglie grigie, cioè da noi stessi visto che siamo i nostri cervelli.
    per contro, quando scrivi: “difficile a volte discernere quanto una poesia sia frutto del caso o di un’intuizione, di un processo mentale” sembrerebbe che tu riconosca ai “processi mentali” una realtà disgiunta e disgiungibile dal resto, quasi fossero una componente accessoria, dei “cofattori” utili ma non indispensabili per l’esistenza dell’entità astratta “poesia” (lasciamo stare “vera” o “falsa”, che tanto poco cambia). tale idea è quantomeno irragionevole: anche quando crediamo di affidarci al caso o a un generatore automatico di poesie, la “poesia” nasce nel momento in cui la leggiamo ovvero nel momento in cui le parole scritte “entrano” nei nostri cervelli e noi gli attribuiamo significati ed emozioni che non ci sono, esattamente come quando interpretiamo immagini ambigue (tipo il pattern recognition e il test di Rorschach). il fenomeno ben noto ai cognitivisti viene definito “pareidolia” e corrisponde all’illusione subcosciente che ci porta ad “immaginare” una realtà poetica in qualcosa che può anche non averla. il fatto è che i nostri cervelli NON sono in grado di lasciar “entrare” parole, forme, eventi casuali senza cercare di *attribuirgli* un senso “in base al database” che i cervelli stessi possiedono (qualche minimo network innato e giganteschi dischi rigidi pieni di dati esperienziali). non è capitato anche a voi di imbattervi in una semplice macchia, un’ombra, un mero allineamento spaziale e di scorgervi invece un volto umano? ecco.
    questo riguardo ciò che “entra” nei nostri cervelli. riguardo invece ciò che “esce” dovrebbe esservi più facile accettare che, ovviamente, tutte le produzioni (compresi i deliri della moglie di Yeats) sono il frutto di processi mentali (più o meno disorganizzati e più o meno consci), che poi, tornando al punto precedente (vedasi: ciò che “entra” nei nostri cervelli) vengono reinterpretate secondo modalità rorschachesche.
    spero di essere riuscito a spiegarmi senza risultare né troppo palloso né troppo dottorale (se volete sputarmi in un occhio per il fatto di esserlo risultato solo un poco, nessun problema, sono comunque contento così)
    : )))
    ecco perché nel primo commento, un po’ provocatorio per vedere se riuscivo a smuovere qualche interazione costruttiva – cosa che ahimè non accade: sembra che ormai il web sia diventato il rifugio di neobarboni raminghi e solipsistici ai margini di una stazione ferroviaria – dicevo che delle due l’una: “o la poesia è una sega mentale per parolai (cioè è il frutto dei nostri arzigogolati processi mentali che associano sensi ed emozioni alle parole lette) oppure la Poesia non esiste. il che, se ci pensate bene, è la stessa cosa ed equivale a dire che “la Poesia in sé non esiste” neanche nei potentissimi iperprocessori Intel a 20 core con millemila mega di cache e velocità di clock di qualche gigahertz a spettacolare rendering 3D multi-threaded.
    : ))

  3. caro malos, stiamo forse parlando della stessa cosa? Condivido infatti, per file e per segno, quando dici: “il fenomeno ben noto ai cognitivisti viene definito “pareidolia” e corrisponde all’illusione subcosciente che ci porta ad “immaginare” una realtà poetica in qualcosa che può anche non averla. il fatto è che i nostri cervelli NON sono in grado di lasciar “entrare” parole, forme, eventi casuali senza cercare di *attribuirgli* un senso “in base al database” che i cervelli stessi possiedono (qualche minimo network innato e giganteschi dischi rigidi pieni di dati esperienziali). non è capitato anche a voi di imbattervi in una semplice macchia, un’ombra, un mero allineamento spaziale e di scorgervi invece un volto umano? ecco.” Non ho forse detto che qualsiasi macchia può diventare un uomo (poesia) indipendentemente dalle intenzioni dell’autore?

  4. grazie di cuore ad Abele per avermi fatto generosamente compagnia in queste utili (almeno a me) riflessioni (magari in testa le idee ce le avevo, ma come assai spesso accade, è il metterle insieme, lo strutturare un ragionamento che ci consente di comprendere cosa davvero sappiamo nonché di farci chiarezza in diretta, nell’atto stesso in cui ci riflettiamo su)…
    in conclusione, come spesso accade, è solo il diverso modo in cui ognuno di noi usa le parole (attribuendo loro diverse sfumature di significato) a darci l’impressione di dire cose diverse mentre invece stiamo pensando più o meno la stessa cosa. ad esempio, leggendo l’ultima risposta di Abele “qualsiasi macchia può diventare un uomo (poesia) indipendentemente dalle intenzioni dell’autore” il mio cervello parafrasa la macchia come soggetto attivo capace di *diventare*, e ciò chiaramente mi lascia perplesso. eppure, mi sembra di poter concludere, almeno in base all’ultima risposta, che anche Abele non creda nell’esistenza della “Poesia in sé”… quindi siamo più d’accordo di quello che sembra!
    : ))
    mmmm… vieppiù – improvvisa illuminazione johnbelushianaaaaa!!! – rievocando le diatribe sulla “cosa in sé” che da sempre appassionano i filosofi, possiamo a questo punto affermare che il nostro approccio più o meno condiviso ai “processi mentali della poesia” è più schopenhaueriano che kantiano? l’idea mi piace.
    : )

  5. Giancarlo locarno | gennaio 15, 2017 at 23:38 | Rispondi

    La mia definizione di poesia è del tutto banale, non è altro che l’insieme dei testi che nei secoli hanno scritto i poeti, e che si sono conservati nel tempo, e quindi contiene in sé tutte le differenze, ad esempio, tra quello che scrivevano i sumeri e e quello che scrive John Ashbery. Così la poesia è semplicemente quello che viene considerato poesia. Come la ruota di bicicletta di Duchamp, l’ho vista, è proprio una ruota di bicicletta, viene considerata arte, anche da me peraltro, un cortocircuito concettuale, è arte qualsiasi cosa decide l’artista. Se io mi presentassi al Louvre con la ruota della mia focus su un piedistallo, mi caccerebbero a pedate, ma questo perché il processo mentale funziona diversamente dalla ruota di bicicletta a quella di automobile? Il meccanismo è più complicato e non coincide con la reazione di una singola psiche.
    Io mi chiedo, se la poesia è il frutto di “processi mentali”, potrebbe anche essere il frutto di processi non mentali?, o di processi mentali “non coscienti” , come quelli che portano a completare una figura con dei tratti che non esistono. A me interessa la poesia come esplorazione della grande oggettività che ci circonda (per certi versi paurosa) e che è l’esatto complementare dei nostri “processi mentali”, e l’unico strumento per sintetizzare questa esplorazione a cui riesco a pensare è quello di sfruttare tutte le possibilità del linguaggio, per analizzare sarebbe invece il linguaggio scientifico. Io mi chiedo, per ritornare a Balestrini, se una macchina così invasiva come il computer, il cui uso nell’arte figurativa e nella musica è una realtà, possa inserirsi anche attivamente nel processo di costruzione della poesia, erodendo lo spazio ai processi mentali. Una macchina fa solo quello per cui è programmata a fare, se si lancia ad esplorare il linguaggio, non si lascia condizionare da qualcosa che è psiche, quello che trova trova.
    Una macchina così sono l’I King, il meccanismo funzione se una persona crede che la sua vita sia definita da una linea del destino, quindi, se lancio i dadi quello che trovo, paradossalmente, non è casuale, ma predeterminato dal destino, così come la costruzione del diagramma del responso sembra casuale, in realtà è rigidamente parte della linea di destino. Il processo di lanciare i dadi equivale allora ad avere una visione del proprio destino che è scientifica, se io credo alle premesse, e che ignorerei se non lanciassi i dadi, ma che comunque agirebbe ugualmente. Alla fine però non si capisce più se il processo mentale dipende dalla visione del mondo o viceversa.

  6. grazie anche a Giancarlo locarno per aver condiviso le sue riflessioni su un terreno così artisticamente e neurologicamente stimolante e appassionante.
    scrivi: “La mia definizione di poesia è del tutto banale” – oddio, le definizioni non sono mai banali, in quanto vorrebbero delimitare “ciò che vogliamo dire” e ciò che vogliamo dire assai spesso sfugge al nostro controllo. in particolare, tutte le volte che i nostri cervelli inventano parole *astratte*, tra cui ad esempio, poesia, amore, coscienza o bellezza, e poi pretendono di dar loro forme concrete e materiali, la complessità (irrisolta e irrisolvibile) è in agguato.
    scrivi: “la poesia è semplicemente quello che viene considerato poesia” – quindi, direi che siamo sulla stessa lunghezza d’onda schopenhaueriana circa la non esistenza della “poesia in sé”
    scrivi: “Il meccanismo è più complicato e non coincide con la reazione di una singola psiche” – importantissima precisazione, in quanto introduce il concetto di “popolazione”, da cui la statistica di popolazione (fondamentale punto d’ancoraggio metodologico per le soft sciences e utile punto di flesso anche per le dissertazioni artistiche) con corollario di panoramiche gaussiane.
    scrivi: “se la poesia è il frutto di “processi mentali”, potrebbe anche essere il frutto di processi non coscienti?” – direi proprio di sì. però mi sono permesso di taglia-incollare le tue parole, perché alla domanda precedente (“può essere il frutto di processi non mentali?”) avrei risposto fatalmente no.
    scrivi: “A me interessa la poesia come esplorazione della grande oggettività che ci circonda (per certi versi paurosa) e che è l’esatto complementare dei nostri processi mentali, e l’unico strumento per sintetizzare questa esplorazione a cui riesco a pensare è quello di sfruttare tutte le possibilità del linguaggio, per analizzare sarebbe invece il linguaggio scientifico” – questo è il passo scientificamente (e artisticamente) più controverso della tua risposta. con la poesia non esploriamo l’oggettività, ma le soggettività (per certi versi paurose) di una popolazione di cervelli, altrimenti dovremmo cancellare quanto detto finora e concedere alla poesia uno status di oggettività in sé (la “poesia in sé” di cui sopra). non so, a me sembra più interessante esplorare le soggettività che l’oggettività… gli esseri umani (perdonatemi la presunzione) sono molto più interessanti e divertenti delle cose in sé. peraltro, “sintetizzare”, ovvero “generalizzare”, è un’astrazione sintetica acrilica, a meno che tu non ti riferisca anche qui alla statistica di popolazione, che non ci parla però, della poesia in sé, ma, per l’appunto, della popolazione. pertanto l’idea che la poesia o il linguaggio consentano di studiare le proprietà fisiche della materia o l’oggettività attraverso “lo stampo artistico” impresso dal cervello creativo è affascinante ma priva di nesso logico causale ancor prima che scientifico.
    scrivi: “Io mi chiedo, se una macchina così invasiva come il computer, possa inserirsi anche attivamente nel processo di costruzione della poesia, erodendo lo spazio ai processi mentali” – la mia risposta è no, almeno al momento. il computer è uno strumento e come tale, come tu stesso affermi, non è grado di fare attivamente nulla che non sia già stato programmato a fare. le intelligenze artificiali del prossimo futuro, invece, chissà. molto dipende da come si interpreta e definisce “la coscienza”, una simpatica “proprietà causalmente emergente” dei sistemi neuronali complessi.
    scrivi: “Una macchina fa solo quello per cui è programmata a fare, se si lancia ad esplorare il linguaggio, non si lascia condizionare da qualcosa che è psiche, quello che trova trova.” – quindi può trovare ciò che non è stata programmata a cercare? mmm…. credo che sia difficile, nella ricerca di un approccio intersoggettivo che non si lasci condizionare dalla psiche (ovvero dalle esperienze personali), prescindere dalla statistica di popolazione.
    scrivi: “Alla fine però non si capisce più se il processo mentale dipende dalla visione del mondo o viceversa” – per dissipare questo amletico dubbio forse l’unica strada è quella di analizzare i momenti dello sviluppo del sistema nervoso centrale in termini sia di embriogenesi che di filogenesi. se ti/vi fa piacere ci torno stasera (batti un colpo), che il lavoro chiama…

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