Maurizio Manzo – Il parco (Bollettini Indigeni)

il parco by m.manzo

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IL PARCO

Così era il parco quella mattina. Zeppo di curiosi e di indiscriminati rumori. Zimbra non si era mai svegliata così disperata, nel caos. Poi, non capire esattamente cosa succede, aumenta l’inquietudine, alimenta l’inverosimile.

L’ora era quella in cui tutti si recano al lavoro o preparano i figli per la scuola, la scuola materna, gli asili nido; alcuni uscivano presto anche senza un impegno preciso, solo per sentire la luce e l’aria sul proprio corpo. Altri attraversavano la strada sperando di andare da qualche parte comunque; ma quella mattina, invece, tutti improvvisamente, venivano indirizzati dallo stesso rumore, verso il parco, tralasciando qualsiasi cosa stessero facendo in quel momento.

Molto presto iniziarono a circolare voci, motivazioni per quel comportamento, quel suono stridulo che catturava l’attenzione rendendoti preda dell’inconscio, annullando ogni volontà.
Una voce che circolava, era che sul parco fosse atterrato e avesse inglobato l’edificio del comune, una grossa palla trasparente e indistruttibile, impossibile da penetrare e impossibile da uscirvi, senza pensare minimamente che qualcosa di simile accadeva già in una serie televisiva, ma in quel momento probabilmente a nessuno veniva in mente; sembrava quindi una soluzione improbabile.

Un’altra diceva, insistentemente, che i rumori che richiamavano le persone come per incantamento, venivano da un grosso escavatore che aveva alla punta del suo lungo braccio non una benna qualsiasi, ma uno scalpello, e che con quello scolpiva una statua gigantesca del sindaco; quindi, continuava la voce, molti si recavano per distruggerla e qualcuno per difenderla.

Infine, la terza voce, che era riuscita a insinuarsi profondamente, riportava che il suono che richiamava la popolazione, fosse il lamento di una persona che raccontava di un’ingiustizia subita, ma che a ragionarci era oggettivamente evidente che non era così, ma in quanto lamento, non era il caso di discernere da che parte stesse esattamente la verità, e quindi più la voce si diffondeva, più le persone si recavano al parco, come una sorta di pellegrinaggio.

Accorse anche la televisione che però non riuscì a documentare più di tanto l’avvenimento, perché dopo un’ora, la gente iniziò a risvegliarsi e sfilare ognuno verso quello per cui quella mattina si era svegliato e predisposto a fare, solo che quel rumore, quel suono stridulo, era penetrato nella testa e si era adagiato in qualche luogo e stava lì vigile, trasformato in un opinione, un giudizio.

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