Fausta Genziana Le Piane – Hiroshima mon amour

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“Bisogna evitare di pensare a tutte le difficoltà che il mondo presenta talvolta, senza questo, tutto diverrebbe insopportabile.”
Hiroshima mon amourScheda del film: Regista: Alain Resnais; Soggetto e sceneggiatura: Marguerite Duras; fotografia: Sacha Vierny e Takahashi Michio; scenografia: Esaka, Mayo e Petri; musica: Georges Delerue e Giovanni Fusco; montaggio: Henri Colpi; interpreti: Emanuelle Riva (lei), Eij Okada (lui), Bernard Fresson (il tedesco), Stella Dassas (la madre), Pierre Barbaud (il padre); produzione: Argos Films/Daiei Motion Pictures Co./Pathé Overseas Prod; origine: Francia, Giappone; durata: 90′
Il soggetto e la sceneggiatura sono della scrittrice Marguerite Duras, candidata all’Oscar alla migliore sceneggiatura originale nel 1961.
Un’attrice francese è a Hiroshima per girare un film pacifista e, dopo anni di matrimonio spiritualmente e sessualmente arido, vive un’intensa storia d’amore, che dura solo 24 ore, con un giovane giapponese. I due amanti si incontrano ma su di loro incombono l’orrore e il ricordo della guerra e della bomba atomica. Come nati da questo nuovo amore, affiorano nella donna ricordi struggenti e dolorosi, mai confessati neppure al marito, dell’antico amore a Nevers per un soldato tedesco durante l’occupazione (amore per il quale fu duramente punita dai concittadini a guerra finita). Ma la donna deve partire e l’amante cerca di trattenerla, inseguendola di giorno e di notte per le strade di Hiroshima, tormentando lei indecisa e se stesso. La donna esita, ma alla fine parte e si stacca insieme, in questo modo, dal presente e dal passato.
Tratto, come già detto, da una sceneggiatura della scrittrice (e poi regista) Marguerite Duras, il film di Resnais, recentemente scomparso, si organizza attorno alla problematica della memoria e dell’oblio che già aveva caratterizzato i cortometraggi del regista: bisogna dimenticare, ma anche ricordare, per vivere. Su questa antitesi, Resnais elabora una complessa struttura che contrappone e mescola passato e presente, Nevers e Hiroshima, il tedesco e il giapponese. La voce off della protagonista costituisce l’elemento unificante che dà alle immagini l’andamento del flusso della memoria.
Vorrei analizzare tre aspetti fondamentali della scrittura di Marguerite Duras, Nevers, le mani, la notte. Nevers è la città per antonomasia. E’ una città che ha la misura dell’amore: “L’amore vi è sorvegliato come in nessuna altra parte”, così precisa Duras in un testo prima delle riprese. Una Nevers immaginaria in cui nasce un amore imperdonabile. Proprio prima della fine della guerra, l’eroina ha amato un giovane soldato tedesco. Amato malgrado sé, nella vergogna e nel disgusto. Amato nei boschi, nei fienili, nelle rovine, nelle camere: “Noi ci siamo baciati dietro le mura. La morte nell’anima, certo, ma una incontenibile felicità, io ho baciato il mio nemico”. Paura, piacere, attesa della morte indissolubilmente legati: “A Nevers, scrive Duras, la sola avventura è quella dell’attesa della morte” (traduzione di Fausta Genziana Le Piane da Laure Adler, Marguerite Duras, Gallimard). Dai dialoghi del film: La francese: “… non ci tornerò più, mai più. A Nevers sono stata giovane come non mai. Sì, giovane a Nevers e poi una volta pazza a Nevers. Nevers è l’unica città al mondo che la notte sogno di più, l’unica cosa al mondo alla quale penso meno.”
Il giapponese: “E’ là, mi sembra, che tu fosti così giovane da non appartenere più a nessuno e questo mi piace. E’ là, mi sembra, che io ho rischiato di perderti, di mai più incontrarti. Mi sembra d’aver capito che tu hai dovuto cominciare ad essere così come sei oggi.”(…)
La francese: “La città si estende lungo un fiume che si chiama Loira. Nevers, 40.000 abitanti, costruita per essere una capitale, ma un bambino può farne il giro. Nata a Nevers, sono cresciuta a Nevers. Ho imparato a leggere a Nevers ed è là che ho avuto vent’anni.”
Il giapponese: “E la Loira?”
La francese: ” E’ un fiume che nessuno naviga, sempre asciutto, regolare, a banchi di sabbia, la Loira è stato un fiume talmente bello soprattutto per la sua luce, se tu sapessi…” .
Marguerite Duras dà molta importanza alle mani: “Meno male che ci sono le mani. Le mani degli amanti durassiani, sono sublimi e Margherita le descriverà minuziosamente, mirabilmente. Le mani sono erotiche. E’ attraverso le mani che inizia la passione. Perfino il primo amante, il più grottesco, il più sofferente, il più patetico, è salvato dalle mani, “le mani piccole, erano curate, piuttosto magre, abbastanza belle”. Ricordatevi del primo incontro dell’amante e della piccola. Sono in macchina. Due corpi immobili. Fuori, la luce bianca. Dentro, il rifugio. Due presenze l’una accanto all’altra. Lui dorme? Fa finta di dormire? E questo respiro così dolce e così leggero. E’ lei, la piccola che va verso di lui. Gli tocca la mano, parte del corpo offerta, come abbandonata” (traduzione di Fausta Genziana Le Piane da Laure Adler, Marguerite Duras, Gallimard). Dai dialoghi del film: La francese: “Guardavo le tue mani mentre dormivi, si muovono quando sogni… Le mani diventano inutili in una cantina, grattano e si scorticano sul muro a sanguinare.”
Un altro elemento presente nella sua scrittura è la notte. Marguerite ha sempre detto di essere una che si alzava presto, di amare l’alba che le dava voglia di camminare, scrivere, respirare. Durante la sua infanzia e la sua adolescenza, sua madre le aveva intimato di non fare rumore al mattino: non bisognava svegliare il fratello che rientrava barcollante all’alba dalle fumerie d’oppio. Marguerite ha sempre avuto paura della notte. La notte scende molto velocemente in Indocina. E’ all’inizio della notte, a Vinh Long, che la mendicante gridava e correva; è nel cuore della notte, nel 1940, che dopo essere stata con un uomo, è caduta su suo marito tornato all’improvviso che l’aspettava dinanzi alla porta; senza dimenticare tutte le notti d’attesa e d’angoscia in seguito, a sperare sue notizie quando fu deportato poi, dopo la Liberazione, quelle notti di ebbrezza in cui talvolta le parole superano il pensiero, e la notte buia dell’insonnia fino alla fine della sua vita. La notte è lunga per chi l’occupa in modo diverso dal dormire… In Hiroshima mon amour, la Duras insiste sul tema della notte, notte nera dell’Occupazione, notte eterna della cantina in cui la giovane donna sarà rinchiusa dopo il suo crimine d’amore, tenebre che si allungano sul mondo dopo che lei ha fatto l’amore la prima volta.
Ci si ricorda della dolcezza dello sguardo di Bernard Fresson – che interpreta il soldato tedesco. Proprio prima di morire, lei gli sorride. “Sì, vedi, amore mio, anche questo ci era possibile”. Quando viene ucciso, lei si corica sul suo corpo un giorno, una notte (traduzione di Fausta Genziana Le Piane da Laure Adler, Marguerite Duras, Gallimard). Dai dialoghi del film: La francese: “La notte mia madre lascia che scenda nel giardino. Guarda i miei capelli ogni notte, guarda attentamente i miei capelli. Non sa ancora avvicinarsi a me, solamente di notte posso guardare la piazza ed io la guardo, è immensa, s’infossa al centro. Non passa molto tempo e mia madre mi annuncia che dovrò partire, fuggire durante la notte verso Parigi. Mia madre mi dà del denaro. Parto in bicicletta di notte, è estate, la notte è calda.”Fausta Genziana Le Piane
Marguerite Duras, Hiroshima mon Amour, Editore Gallimard, Francia, 2009

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