11 Apostoli. Quando il calcio diviene un’anti-demagogia. Nota critica di Pierluigi Boccanfuso

11 APOSTOLI (Zona contemporanea, 2016)

Poesie sul Calcio

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Pasquale Vitagliano è vero poeta della contemporaneità. Ancora una volta la smentita non giunge e, anzi, amplia l’urgenza di prospettiva secolare su di un tema, come quello calcistico toccato più volte, da più mani nel susseguirsi di una tradizione, anche letteraria, tuttavia capacissimo nel saperlo rendere in una forma nuova, materia grezza che, lavorata con modus finissimo, ne fa scaturire un manufatto di pregiata fattura. Un minuscolo poemetto, il manifesto ideale in sole 11, vibranti composizioni, il cui numero ovviamente non è casuale, segue una sua logica, una cornice invisibile, mascherata dalla delicatezza di cui il Nostro è esperto ma il cui accesso non è immediato, la traduzione non è subitanea come può sembrare. Il daimon calcistico, come in un’antica e pagana liturgia, viene sconvolto, rovesciato, preso per le corna secondo le esigenze di questo tempo, in una chiave di lettura che è anti-demagogica par excellence.

Come un novelloTucidide, che definiva “demagoghi” tutti gli Ateniesi che, in seguito alla morte per peste di Pericle, cercavano di prendere il suo posto ingannando e seducendo l’assemblea popolare ateniese, tramite false promesse ed istigazione contro gli avversari politici, Vitagliano fa esattamente lo stesso, ma contro un sistema nazional-popolare corrotto, racchiuso in entropia, che non si sforza di uscire, di esplodere da sé. Perché il calcio, oggi, è la più autentica manifestazione di demagogia che ci sia; seduce le masse, le ipnotizza, crea schiere di fedeli-tifosi, aizzandole.
Quest’opera, in una liricità sottile, quanto potente, ne smorza in pieno, e con pieno titolo, la veemen-te virulenza, come siero imprescindibile, senza che alla fine, il morbo, possa conoscere un’ulteriore diffusione.
Lontana dai toni aspri, esasperati, della più classica delle guerriglie domenicali, invita, negli undici minuti di lettura che richiede, a scalzare, da una parte, quei luoghi comuni nel quale sarebbe facilissimo scivolare, senza però mai mettere in cattiva luce quello che resta pur sempre il più bello e spettacolare (nonché spettacolarizzato) gioco del mondo; dall’altra riesce, in un perfetto equilibrio da trampoliere, a dare una voce a quegli spettri arrivati ultimi e dimenticati, quegli invisibili rei soltanto di essere stati spettrizzati da un sistema che, risulta, alla fine il vero germe da estirpare.
Il nostro non ha la presunzione di riuscirci e probabilmente nemmeno se lo pone come obiettivo. Di sicuro, la cadenza che fluisce tra i versi come un ballo lento e decostruttivo degli usuali sintagmi dello sport, favorisce un’ottima, alternativa, visuale di quelli che sono i suoi valori. La presa filosofica, a questo proposito, è fondamentale. Scientemente scorrono nero su bianco versi come:
nera la notte di Hegel/; Penso che senza Marx/non ci sarebbe stato Sacchi/E il gioco a zona; Ma che grazie a Weber/ il gioco ad uomo resta insuperabile/Anche se non c’è più lo stopper. Diviene quasi un azzardo quando vi accosta una predominante componente cromatica di nero (un nero hegeliano badate bene! non da lutto): l’arbitro era nero/; con i neri non ci sarebbe partita/. Qui allora la scientificità della filosofia, in una battaglia contro ogni forma di trascendenza, affidandosi alla parola poetica, al suo esprimibile, che ci offre una conoscenza ben distinta e innovativa.
S’insinua così il sospetto di un’abilità nell’incastrare più registri senza però che si crei un pretenzioso gioco metatestuale. La fusione avviene in maniera tanto solida quanto scorrevole. Il lettore, ancor prima di accorgersene, viene ghermito e ci si accanisce, arriva a crederci, si sofferma a pensare: “Forse è proprio così…”
Tramite la potente (e ottimamente rivisitata) metafora del calcio, quest’ara che si erige maestoso sulle folle e che indistintamente ingloba, nel modo più assoggettante possibile, credenti, miscredenti, eretici (E penso che il calcio più bello/Sia quello che non si vede in natura/Come il cerchio esiste, ma non c’è/), profeti più o meno obliati (E figuriamoci se nominassi i miei/ Filisetti, Podavini e Miele/) carpiamo un altro suo aspetto, l’altra faccia della sua vita, che guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé stessa nell’assoluta devastazione.
E se un poeta riesce in questo, fa centro!

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