Maurizio Manzo: Padre Nostro (Bollettini Indigeni)

piazzetta_by_m_manzo

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PADRE NOSTRO

Anche se inverosimile non poteva che essere così per il signor Oreste, tanto che decise di non pensarci più e definirsi un indebitato congenito.

Il primo ricordo di debito del signor Oreste, risale a quando da bambino riuscì a imparare la preghiera Padre Nostro, lì, si accorse che doveva qualcosa a qualcuno e non semplicemente alla sua memoria che conservava quelle parole.

Non esiste un primo pensiero nel risveglio dell’uomo indebitato, ma la somma dei saldi, che lo porta a dormire tardi e male e a svegliarsi prima di essersi placato nei sogni; anche i sogni dell’uomo indebitato sono svolgimenti di transazioni sperate e di risoluzioni fantascientifiche.

Il tempo del signor Oreste passa come quello delle persone normali, solo che a lui chiede indietro sempre alcuni momenti. Lui, per esempio, sa già che a ogni attimo di, non dico felicità perché è un concetto sconosciuto all’indebitato, serenità, dovrà restituirne altrettanti di angoscia.

L’angoscia è, tra gli stati che subisce l’indebitato, quello che squarta con più violenza ogni parte che possa dirsi di lucidità, di pensiero, di proposito.

Il signor Oreste, fin da ragazzo, faceva ogni giorno degli esercizi allo specchio, studiava il suo aspetto colto dall’angoscia del debito. Notò tra le prime evidenze che le palpebre tendevano ad annerirsi; questo cambiamento invasivo lo spaventò non poco, quando gli capitò di accorgersene la prima volta.

Era già buio quella sera che Oreste rientrava da fare la commissione che il padre gli aveva imposto, andare a comprare una bottiglia di vino. Per Oreste fare quei servizi era come continuare a giocare, a stare fuori in strada persino col buio, solo che quel giorno si era dondolato così tra sé e sé, che la bottiglia gli scivolò di mano e si ruppe. Pur sapendo di non essersi fatto male, l’impressione fu quella di terrore nel vedere scivolare, dalla piccola discesa che lo portava verso casa, il vino rosso sangue.

Così Oreste, pensò alla cosa più semplice e immediata da fare, per rimediare al danno e a una sicura sberla, risalì fino alla bottega del vino, e chiese al signor Donato, l’uomo del vino, se gli poteva dare un’altra bottiglia di Parteòlla, perché mentre rientrava era caduto e la bottiglia si era fatta in mille pezzi: “Poi domani le riporterò il vuoto e i soldi, grazie!”

Rientrando a casa, Oreste, si era imposto di non ciondolare tra un passo e l’altro e vide alcuni fossi sulla strada che non aveva mai notato prima, ma soprattutto si accorse, per la prima volta, che stava ragionando su come fare a rendere sia il vuoto della bottiglia, ma in particolare escogitare il modo per pagare il debito al signor Donato, oltretutto uomo esageratamente burbero.

Quel giorno, poco prima di andare a letto, Oreste vide il manifestarsi del debito sul suo corpo, un’invasione tangibile, che riusciva a sfiorare.

Fu verso i cinquant’anni, che il signor Oreste cominciò ad avere dei dubbi su quanto il suo stato di indebitato cronico, potesse affiorare ed essere visibile a chiunque lo guardasse. Per alcuni periodi, ebbe la sensazione che il suo aspetto tempestato di debito, apparisse addirittura affascinante; invece per alcuni, lunghi periodi, il signor Oreste pensò di suscitare compassione e iniziò a evitare gli sguardi, a scegliere gli spazi desolati.

Qui accanto ci sono delle strade, che senza motivo apparente, vengono attraversate da ombre veloci, figure che la gente dice che fanno più paura del debito, quelle che chiamano: le ombre Oreste.

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