Pasquale Vitagliano – Volevamo essere statue (Abele Longo)

Pasquale Vitagliano, Volevamo essere statue (Eumeswil, 2012)

“Se anche una vita può essere una cattedrale incompiuta, allora quell’irresoluta architettura umana sono io.”

Volevamo essere statue, di Pasquale Vitagliano, è un romanzo “generazionale” sulla scia di una tradizione che ha in Boccalone (1979), di Enrico Palandri, uno dei suoi capostipiti e in Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994), di Enrico Brizzi, l’epigono più famoso. Un genere che si inscrive nella frammentarietà del postmoderno e che viene spesso definito in termini di rifiuto esistenziale della maturità. Il libro traccia i percorsi di chi, nato negli ideali e negli slanci degli anni Sessanta/Settanta, si è scontrato/adeguato ad anni di materialismo strisciante e cambiamenti epocali come la caduta del muro di Berlino. Ed è, infatti, nel 1989 che la storia prende inizio, durante i festeggiamenti del bicentenario della rivoluzione francese; quando, in un triangolo alla Jules et Jim, un ragazzo e una ragazza pugliese, Angelo e Laura, incontrano un ragazzo bosniaco, Nico. Prima di separarsi, ognuno di loro scrive un desiderio per il futuro, da svelare vent’anni dopo nello stesso luogo. Un canto del cigno del Novecento, ma anche, come dice Vitagliano, sulla “perdita dell’innocenza, privata e collettiva”, contenuta nelle maglie di una narrazione essenziale, con ritmo e piglio da reportage.

Il romanzo si ispira alla realtà, alla vicenda, ad esempio, di Maria Ausilia Piroddi, sindacalista sarda condannata all’ergastolo in quanto mandante dell’assassinio di colleghi che ne ostacolavano la scalata politica, e alla tragica fine di Beppe Alfano, coraggioso giornalista siciliano ucciso dalla mafia. L’ambientazione ha come referente il vissuto dell’autore che, come il protagonista principale della storia, Angelo, lascia la Puglia per studiare giornalismo a Milano e lavorare poi per il Corriere della sera. Non si tratta, tuttavia, di un romanzo autobiografico. Le esperienze dell’autore fungono da materiale da cui attingere ma anche prendere le distanze.  Ciò che emerge come tema ricorrente è l’incapacità di capirsi, di venirsi incontro. I personaggi creano tra loro distanze incolmabili, racchiudendo nella loro sfera un “segreto” scomodo, un grumo di emozioni e sentimenti che non riesce a districarsi e raggiungere l’Altro. Difficile capire, ad esempio, come Laura abbia potuto ordinare l’uccisione dei suoi rivali, o come la moglie di Angelo decida a un certo punto di “sottrarsi” al mondo, cadendo in un’anoressia a cui neanche lo stesso protagonista, tanto consapevole delle sue insicurezze quanto inerme di fronte al dramma della compagna, trova delle risposte.

La cattedrale incompiuta – la cattedrale di Venosa, voluta da Federico II e mai completata – che rispecchia nell’incipit lo stato d’animo di Angelo, si fa metafora di vite senza centro, appigli e punti di riferimento solidi. Rimane il viaggio di chi voleva cambiare il mondo. “Volevamo essere statue” è, infatti, l’aspirazione di un’intera generazione. Statue interiori, “classiche” e perfette, capaci di ergersi come modello per tutta la vita. E in questo essere degli incompiuti, il romanzo raccoglie altre “cattedrali umane”, i padri, come sottolinea il finale con la visita alla cattedrale di Venosa di Angelo insieme al padre e allo zio, fratelli divisi da un astio profondo quanto il loro affetto. Padri da cui non ci si libera, monumenti fin troppo invadenti, accomunati con i figli da ciò che non sono mai riusciti a essere; anche loro, irrimediabilmente, dei grandi incompiuti.

 

 

3 Comments on "Pasquale Vitagliano – Volevamo essere statue (Abele Longo)"

  1. Grazie Abele. Mi ritrovo nella tua lettura.

  2. ma è da ex libris! stupenda presentazione..

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