Francesco Greco: La Resistenza nel Salento spiegata alle generazioni 2.0

 

Rodolfo D’Ambrosio

 

La Resistenza, questa sconosciuta. Specie presso le generazioni 2.0, quelle del tablet e l’hashtag. C’è un “buco” nella loro memoria, allargato dalla subcultura dominante? A quasi 70 anni da quel movimento popolare, eventi che col sangue degli eroi ci hanno dati valori immortali (libertà, democrazia) e definito il nostro dna, due meccanismi corrono paralleli: la rimozione ex abrupto delle radici, la formattazione dalla memoria e il revisionismo alla Giampaolo Pansa che estrapolando fatti accaduti in contesti diversi li rilegge in chiave settaria, derubricandoli, peggio, usandoli nella macelleria politica quotidiana.

   La Resistenza è stata tradita? Dal ventre oscuro del Paese, segnali contrastanti: ai funerali del br Prospero Gallinari mille militanti cantano “Bella Ciao” a pugno chiuso. Dal 2009 giace inevasa al Comune di Maglie (Lecce) una lettera dell’Anpi di Lecce per ricordare i partigiani della città di Aldo Moro, mentre è giunto alla seconda edizione “Partigiani e antifascisti in Terra d’Otranto”, di Pati Luceri (le presentazioni sono frequentate soprattutto da giovani ) e quella in progress conterrà una ricerca allargata anche alle province di Bari e Foggia.    

   Oggi, 25 aprile, nel 68mo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, ne parliamo col prof. Maurizio Nocera, leccese, storico, segretario dell’Anpi (Associazione nazionale Partigiani) di Lecce.      

Domanda: Nel Salento come si sviluppò e quali fasce sociali animarono l’opposizione al nazifascismo?

Risposta: “Agli inizi del ‘900, in Terra d’Otranto, che allora comprendeva le attuali province di Brindisi e Taranto, le forze politiche che si contendevano il potere erano il partito socialista, il partito liberale e il partito popolare cattolico. Sostanzialmente queste forze politiche confermeranno la loro presenza nel panorama politico italiano anche dopo la fine della prima guerra mondiale (1918). Ad esse però si aggiungono due nuove forze: il Partito comunista d’Italia (1921) di Antonio Gramsci e il partito fascista di Mussolini (1922). Proprio nell’ottobre 1922 il partito fascista fa il colpo di stato con la marcia su Roma e, colpevoli i Savoia, prende il potere con un manipolo di deputati sostanzialmente al servizio della Confindustria. Qui nel Salento, dove forte era il ruolo del partito socialista e del neonato partito comunista, nasce un’opposizione al fascismo che vede scendere in campo personaggi illustri: a Taviano il socialista avvocato Rodolfo D’Ambrosio, che lotta a difesa della classi deboli; a Gallipoli, città natale del gerarca Achille Starace, per quasi dieci anni segretario nazionale del partito fascista, lottano i pescatori guidati dal socialista Tullio Foscarini; a Galatina si oppone il primo comunista salentino, l’avvocato Carlo Mauro; a Lecce c’è la famiglia degli antifascisti socialisti Stampacchia; a Maglie nasce un’opposizione al fascismo grazie al ruolo di personaggi antifascisti della famiglia dei De Donno; a Copertino grande fu il ruolo di oppositore di Giuseppe Calasso che, dopo la Liberazione fu per anni deputato del Pci. Ma anche in altri piccoli centri l’opposizione sarà presente, quasi sempre soffocata e repressa dalle squadracce fasciste. Per quanto riguarda la presenza dei nazisti nel Salento c’è da dire che è sostanzialmente irrilevante. Alcuni episodi su di loro li ha raccontati l’antifascista Vittorio Rizzo, che ha scritto: «Vicino alla mia casa, all’interno di un grande palazzo (oggi caserma della Questura di Lecce) c’era ubicato un reparto di nazisti tedeschi, dove avevano installato una cucina da campo. L’8 settembre 1943 fu firmato l’armistizio. Da vicino a casa mia, notai i soldati tedeschi che traslocavano in altre città. Seppi dopo che erano diretti a Bari, dove si attestavano a fronteggiare la guerra. Da lontano ho assistito al loro trasferimento vedendoli riempiere i camion di varie cose, tra cui armi. Fu allora che mi venne l’idea di avvisare i miei compagni di gioco, dicendo loro che Radio Londra aveva annunciato che molti soldati italiani avevano deciso di abbandonare il fascismo e recarsi in montagna a fare i partigiani. Certamente incoscienti per l’età che avevamo, decidemmo di salire su una terrazza che dava l’affaccio su viale Otranto portando con noi delle pietre prese da un vecchio cantiere abbandonato. Aspettammo la partenza dei camion per cominciare a lanciare le pietre stando nascosti, per cui non vedemmo dove andarono a finire. Subito dopo il primo lancio, udimmo due sventagliate di mitraglia. Fu in quel momento che prendemmo coscienza della paura. Da lontano sentimmo i rumori dei motori dei camion che si affievolivano e capimmo che il pericolo era passato».

D. Fu un’opposizione spontanea oppure organizzata?

R. “Fu di natura spontanea, salvo alcune situazioni, come ad esempio quanto accadde nella zona di Carmiano-Leverano, dove ci fu un’insurrezione per il lavoro e i giovani andarono a manifestare sotto la sede del fascio”.   

D. Perché i figli di chi morì nei lager spesso oggi non vogliono le spoglie dei congiunti per dare loro cristiana sepoltura?

R.. “Questa affermazione mi coglie di sorpresa. So di molte famiglie che, se aiutate dallo Stato, intendono far rientrare le spoglie del proprio congiunto morto nei campi di concentramento. Certo, ci può essere però chi ritiene di non voler ritornare su storie del passato. Anche questo tipo di decisione va rispettata”.

D. Perché l’ebrea Elisa Springer e il marito, dopo la guerra, tacquero del loro passato nei lager?

R. “La risposta è nel libro della Springer “Il silenzio dei vivi” (Marsilio) e sostanzialmente riguarda la condizione di noi che viviamo al Sud. Elisa si era sposata a Giovanni Sammarco, un giovane lavoratore di famiglia benestante di Manduria. Quando i due tornarono vivi e liberi dai campi di sterminio, conoscendo quella che era la realtà meridionale, decisero di non dire nulla di quanto avevano subìto durante la guerra per evitare, soprattutto al marito, di perdere il lavoro. Non bisogna dimenticare che qui al Sud si è vissuto un post-fascismo molto diverso dal Nord. Qui nessuno ha pagato per gli orrori del fascismo. In fondo quelli che erano stati i podestà di Mussolini, dopo la caduta del fascismo diventarono i sindaci del secondo dopoguerra, personaggi che il Meridione, la Puglia e il Salento se li sono dovuti tenere praticamente fino all’altro ieri”.

D. Lei spesso ripete che in Terra d’Otranto il fascismo non è mai finito: che vuol dire?

R. “Il fascismo così come si era configurato sotto la dittatura di Mussolini è ovvio che non c’è più. Ma esso è convissuto sotto altre forme. Un esempio. Se qualcuno di noi va a vedere quella che era la composizione della classe dirigente salentina sotto il fascismo, vale a dire va a leggere i nomi di quelli che allora comandavano le nostre comunità (capi della milizia, podestà, magistrati, avvocati, medici, ecc.) si accorge che sono gli stessi nomi di coloro che comandarono subito dopo il secondo dopoguerra e anche oltre quel periodo. In ciò è evidente la grave responsabilità della Democrazia cristiana, partito che, nato dalle buone intenzioni di don Sturzo, diventa poi un partito di potere per oltre 50 anni, con al suo interno molta di quella classe dirigente fascista di cui si diceva, a partire dai capi del partito”.

D. Torniamo alla Resistenza: c’è un luogo comune, Carabinieri vicini al popolo, Polizia ai suoi aguzzini: è vero?

R. “Per quanto riguarda il Salento abbiamo un dato: su 160 partigiani combattenti, caduti per l’onore della patria e per liberare il popolo italiano dal fascismo, una buona parte di questi eroi della Resistenza sono carabinieri. Pochissimi invece sono stati i caduti provenienti dal comparto della polizia”. 

D. Su 6000 deportati solo il 2% passò alla Rsi: salentini antifascisti per dna?

R. “La risposta a questa domanda è nel libro di Pati Luceri “Partigiani e antifascisti di Terra d’Otranto”. Non si tratta di dna, ma di situazioni che si crearono oggettivamente: le persone coinvolte decisero del proprio destino in poche frazioni di secondo. Il fatto che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, solo il 2% dei salentini aderì alla Rsi fa onore alla nostra terra, perché significa che quei giovani soldati, in quel momento sbandati dalla fuga dei Savoia e dallo scompigliamento dei capi delle Forze Armate, vide bene quale scelta fare e non sbagliò”.  

D. Gli studi sul quel periodo, almeno per le istituzioni (Regione, Province, Comuni), sono fermi, salvo qualche eccezione. Perché questa smania di rimuovere?

R. “Il libro di Luceri, che ringrazio per il lavoro fatto, è solo l’inizio di una nuova presa di coscienza antifascista di quanti non vogliono dimenticare l’orrore del fascismo e vogliono continuare a lottare per una democrazia concreta nel nostro Paese. Dicevo è solo l’inizio perché, come Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, sezione di Lecce, col contributo dello stesso prof. Luceri, ci stiamo attrezzando per approfondire ulteriormente le ricerche, coinvolgendo soprattutto i giovani, ai quali spetta di vivere un futuro migliore di quello che toccato a noi”.

5 Comments on "Francesco Greco: La Resistenza nel Salento spiegata alle generazioni 2.0"

  1. ottima sentita intervista, la conserverò stampata nei miei archivi personali..

    • Francesco Greco | aprile 26, 2013 at 11:20 | Rispondi

      Grazie di cuore!
      Anche a nome del prof. Nocera e dei partigiani che per darci la libertà si sono immolati a 20 anni.
      Mio padre è riuscito a tornare vivo dall’inferno di Cefalonia!
      fg

  2. Caro Francesco, grazie per questo tuo bel contrinuto. Non credo che i ragazzi della 2.00 seguano neobar, ho pensato comunque di proporre un documentario sull'”Inferno di Cefalonia” (le altre puntate sono su youtube):

  3. Un contributo appassionato e accurato, quello di Francesco Greco, dal quale apprendo una parte di storia significativa, quella, per dirla con le parole di Florestano Vancini (nel suo film sul massacro di Bronte, ma l’espressione può essere applicata anche alla storia della Resistenza nel Salento), “che i libri di storia non hanno mai raccontato”, che viene raccontata spesso con riluttanza o che, con preoccupante frequenza, è preda di furioso e settario revisionismo. Grazie

    • Francesco Greco | aprile 27, 2013 at 06:16 | Rispondi

      La Resistenza forma il nostro dna culturale, marca l’identità, la memoria, le radici: relativizzarla fa parte di un oscuro e inquietante progetto del potere per farci vivere in un continuo talk show e dominare le nostre vite e l’immaginario, sospesi in un presente di squallore morale.
      Vogliono rubarci la Resistenza per metterci la spazzatura della tv e la sua estetica.
      Dobbiamo impedirlo con tutte le nostre forze e con ogni mezzo.
      Mio padre a 20 anni stava sul fronte greco e quando è tornato pesava 40 chili, manco sua madre lo riconosceva.
      Oggi e sempre Resistenza!!!
      fg

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