Incipit (Flavia Schiavo) – Un'arancia ad orologeria

 

Anthony Burgess (1917 – 1993)

Un’arancia ad orologeria (A Clockwork Orange)

– Allora che si fa, eh?

C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta.

Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge.

Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario.

O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po’ di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.

Si aveva le tasche piene di denghi e così non c’era proprio una gran necessità, dal punto di vista caccia alla bella maria, di festare qualche vecchio poldo in un vicolo e locchiarlo nuotar nel sangue mentre noi si faceva la conta dell’incasso e lo si divideva per quattro, né di fare gli ultraviolenti con qualche tremante semprocchia in un negozio e poi alzare il tacco col budellame della cassa.

Ma, come dicono, il denaro non è tutto.

7 Comments on "Incipit (Flavia Schiavo) – Un'arancia ad orologeria"

  1. Quanto di Burgess in Kubrick, e quanto di Kubrick in chi ha poi letto il libro?

  2. Vorrei sapere chi è il traduttore… In quegli anni in Italia nessuno parlava così!

  3. Ciao Verdiana, chiedero’ a Falvia il nome del traduttore. Bisogna naturalmente tener conto che il libro e’ ambientato in un futuro ipotetico e che l’intento del traduttore e’ stato di ricreare un gergo che richiamasse l’originale, infarcito di termini non certo correnti, inventati da Burgess. Ecco l’incipit dell’originale:
    “What’s it going to be then, eh?”
    There was me, that is Alex, and my three droogs, that is Pete, Georgie, and Dim, Dim being really dim, and we sat in the Korova Milkbar making up our rassoodocks what to do with the evening, a flip dark chill winter bastard though dry. The Korova Milkbar was a milk-plus mesto, and you may, O my brothers, have forgotten what these mestos were like, things changing so skorry these days and everybody very quick to forget, newspapers not being read much meither. Well, what they sold there was milk plus something else. They had no licence for selling liquor, but there was not law yet against prodding some of the new veshches which they used to put into the old moloko, so you cold peet it with vellocet or synthemesc or drencrom or one or two other veshches which would give you a nice quiet horrorshow fifteen minutes admiring Bog And All His Holy Angels Abd Saints in your left shoe with lights bursting all over your mozg.

  4. La traduzione e’ di Floriana Bossi (einaudi)

  5. Grazie Abele. D’altronde Burgess è un funambolo della parola e non dev’essere stato facile
    per Floriana Bossi riprodurlo in italiano…

  6. Giancarlo locarno | ottobre 23, 2012 at 09:22 | Rispondi

    Bella, oltre che interessante la costruzione di questo parlato in uno slang che non esiste, mi chiedo se anche in inglese faccia questo effetto.

  7. Sembra di sì, Giancarlo. Chiesto a mia moglie che è inglese.
    un caro saluto
    Abele

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