Bruno Clocchiatti: Il pensiero debole

1.

Sèguita a chiamarlo lavoro. Potrebbe chiamarlo sfacelo, abbruttimento, potrebbe anche non
chiamarlo affatto. Quando gli chiedono qualcosa, qualsiasi cosa, sa già – è un’anticipazione
istintiva, senza scatti di pensiero o d’esperienza – che quel qualcosa sarà stancante e futile e distruttivo. Il problema risiede nel fatto che tutto ciò che gli è richiesto sia del tutto distruttivo; potrebbe essere aberrante, superfluo, perfino stupido, ma non tragicamente distruttivo, perché al di là della distruzione, lui pensa, non c’è più molto. O forse c’è una ricostruzione, ma da fondamenta fragili non è facile che sorgano dei palazzi. I palazzi della zona sono intervallati da negozi coi tetti più bassi, in genere piatti più che spioventi, all’interno dei quali certa gente si affatica per far felice
altra gente che è troppo indaffarata per essere felice. Non trovo una categoria, una categoria professionale o una categoria di pensiero, con la quale relazionarmi: non so con chi parlare, perché ognuno parla di sé e lo fa sempre come se fosse la fine del mondo, una cosa tanto urgente che rimandarla vorrebbe dire interrompere la fine del mondo, e nessuno oserebbe farlo, nessuno oserebbe interrompere la fine del mondo. La loro fine del mondo inizia alle 9 di ogni santa mattina e nullifica lo spazio circostante fino alle 8, alle 9 di sera circa di ogni giorno feriale. Arrivato alle 9 di sera, la mia fine del mondo non è mai una cosa certa: non so cosa ho fatto, è fisiologico che non me lo ricordi, a parte il dato sconfortante di alcuni pesi spostati da un luogo ad un altro, in genere luoghi privi d’interesse, ma di ciò che ho fatto e dei luoghi e della gente che ho incontrato ricordo di solito solo un colore, un vestito, nessuna parola fatta eccezione per le urla. Le urla sono parole, sono un metalinguaggio – immagino – nel momento in cui rendono possibile la comunicazione tra persone che si esprimono attraverso le urla stesse; qualcosa del genere due urla per dirti di sì, oppure tre urla smorzate per dirti di levarti di mezzo, e tra le urla si insinuano spesso un suono di clacson, una
sventagliata di saracinesche chiuse e le grida immagazzinate con cura certosina nei viluppi del cervello. Le orecchie contraggono un’otite particolare per la quale non c’è alcuna medicina, come se le urla fossero acqua calpestata da bambini molto nervosi nei padiglioni adibiti all’udito; in quei padiglioni non vendono oggetti, vendono suoni ivi stipati a prezzo di saldo, e io venderei volentieri i miei, ma non c’è mai nessuno che faccia visita ai miei padiglioni e si compri i miei suoni. Quei suoni significano qualcosa, ma non vogliono dire niente. E’ distruttivo, tutto questo? Non ne sono certo: non si pretende che ogni parola abbia un senso preciso e che conduca ad un’azione commisurata e che quell’azione abbia poi un senso compiuto e via discorrendo, fino alla nausea.
Pretendo troppo da me stesso. Devo imparare a fare a meno dei pensieri, ad agire e basta senza che il resto delle cose mi arrechi disturbo. Il resto non interessa a nessuno tranne che a me. Quando il mondo dei lavoratori finisce, intorno alle 9 di sera circa, ci si dà appuntamento nei padiglioni delle orecchie: ognuno ascolta la registrazione minuziosa dalla propria giornata, ci trova un sacco di errori e si arrende a ripetere un’altra fine del mondo domani, alle nove di mattina spaccate, con la ferrea volontà d’incrementare, di migliorarsi, di donare la propria felicità a qualcun altro.

2.

“Non credere che agli altri interessi qualcosa”, fa lo scaricatore più vecchio. “Ho imparato a conoscerli: è capitato che per puro diletto si interessassero ai fatti di un altro, non tanto per canzonarlo quanto per fondare ed impiantare un argomento che fosse solido, cioè i fatti di un altro, quando dei fatti degli altri è già piena la città intera. Il problema è che sono gente da poco: in trentotto anni spesi qui, solo due di loro mi hanno chiesto qualcosa che avesse un senso, e si trattava sempre d’informazioni che non riguardavano, in alcun modo, il lavoro. Uno fece, ora non so, un’osservazione sulla migrazione delle rondini, sull’alternanza sistematica alla guida della formazione in volo, e io pensai di getto Ecco una persona che sa osservare oltre il proprio orto, una potenziale vittima, della carne da macello. Non che ti facciano niente, sia ben inteso, è solo che ti lasciano in disparte al punto che vorresti i loro occhi addosso, sono qui e voi mi escludete, ma non ti escludono per il tuo male: di solito ti escludono per il loro bene, per il bene di tutti gli altri che sono come loro e che gli somigliano. Lo fanno anche per il tuo di bene, ché certe fantasticherie ti porteranno al camposanto, con tutte le tue rondini e le migrazioni verso l’Africa, quel posto di negri – pensano – e di giraffe. Questa è la loro Africa, e come dargli torto? Chi l’ha mai vista una giraffa nei magazzini, fuori dai magazzini, rincasando a notte fonda?
“Un altro mi chiese, non che la cosa allora mi turbasse, come mi sentissi a svolgere quel lavoro da trentacinque, trentasei anni – ora non ricordo – senza il dubbio che quel lavoro si fosse preso da me più di quanto io non volessi effettivamente dargli. Non so, immagino che si tratti di sofismi, non che il lavoro potesse chiedermi qualcosa e che io gli potessi dare una parte di me, si fa per dire, ma lui voleva sapere, insomma, se fossero esistiti degli anni nei quali, senza un intelletto o una coscienza o una memoria, io fossi sparito all’interno di questo lavoro. E poi ti chiedono perché t’incazzi, perché insozzi la sala mensa con i tuoi sguardi assassini e i calci contro i tavoli… e chi ci ha mai pensato a sparire, a farsi cancellare dalle mansioni, a farsi inghiottire all’interno del datore di lavoro… e che diavolo è, un cannibale? Mi chiese se il lavoro si fosse preso una parte troppo larga di me, di me che ho sempre dato al lavoro solo ciò che il lavoro mi ha richiesto, e io non seppi rispondere con altro che con un ceffone – mi schiocca in testa come una frusta al rallentatore ogni volta che ne parlo – e quello smise di parlare per un attimo, e il giorno dopo non c’era, e nemmeno il giorno dopo del giorno dopo, Sarà in malattia, pensai, ma la verità la conoscevamo entrambi, e spero che tu l’abbia capita, la verità, ammesso che ci sia qualcuno a questo mondo che possa spiegare ad un altro la verità, perché credo sempre più, specie dopo quei fatti, che la verità non sia di questo
mondo… Cosa ti stavo dicendo? Sono dei dilettanti…”
Mi ero ripromesso di chiedere una mansione più leggera, “Il genere di mansione che non hanno
ancora inventato”, ha detto il vecchio, e tutti hanno abbassato il capo al pensiero che il mio stesse per diventare un lavoro di concetto. La cosa li terrorizza, e spaventa anche me. Non ho intenzione di svolgere un lavoro di concetto, non ne sarei nemmeno in grado, e poi nessuno mi rivolgerebbe più la parola, perché chi lavora con la sua testa non comunica con chi lavora con le mani, ed io starei proprio nel mezzo, negli intermundia, ed in realtà so lavorare solo con le mani, ma non voglio che i lavoratori di concetto lo sappiano, benché la cosa si intuisca dalla forma e dal colore delle mie mani.
Le mie mani hanno il colore del buio, sono agili e furtive come le zampe dei ragni e a volte toccano nervi, nervi scoperti degli altri, che provocano la mia rovina, il mio dolore, che mi rituffano nella fatica ciclica del solito impiego usurante. Il lavoro mi ha chiesto più di quanto io potessi dargli?
Non credo, non voglio dare molto agli altri, all’altro in genere; ormai tengo tutto per me stesso, ed è sempre troppo poco anche per me, appena bastante al fabbisogno quotidiano, ma del resto ciò che avanza del giorno è sempre un tizzone bruno, un brandello che si assottiglia col passare del tempo, e non vale la pena che mi affanni per riempire quel che resta del giorno con tanti fittizi, inutili e stucchevoli traguardi professionali, con altre categorie di pensiero che non mi corrispondono.
Mi risolvo a non chiedere più niente a nessuno, a non parlare mai se non quando vengo
interrogato. Parlerò poco, tre parole al massimo, anche quando, infine, si decideranno a chiedermi qualcosa.

3.

Vorrei che mi rivolgesse la parola. Ci ha girato intorno a lungo, con certa gente non ci sa fare. Il vecchio sostiene che acquisti più senso se osservata dalla giusta distanza, da troppo vicino ti fa tremare le mani e compromette un certo equilibrio, ma non ho ben capito a quale tipo di equilibrio si stia riferendo. Ha l’aspetto di una insegnante, coi capelli raccolti in un crocchio leggero e gli occhiali a triangolo isoscele rovesciato; non le do più di quarantadue, quarantatre anni portati con disinvoltura, senza particolare coinvolgimento, anche a giudicare dal rimmel sbavato, dal fondotinta dozzinale e dal rossetto molto acceso, che mi spingerebbe verso le sue labbra se solo lei non fosse così restia a rivolgerci la parola. Sono certo che la sua bocca sappia di sigaretta, so che fuma e che beve molti caffè, e il desiderio di una bocca al sapore di sigaretta mi ha tolto perfino l’appetito. Il vecchio ha colto l’occasione per ricordarmi che i bilichi vanno trasferiti entro il pomeriggio, che chiedere un’ulteriore deroga sarebbe da pazzi e da incoscienti, Ci hanno concesso più tempo del solito perché sanno che qui ci sono io a tenere le fila, ha detto, A te non avrebbero concesso più di un paio d’ore, sanno già delle nuvole che ti corrono per la testa. Riconosce i miei pensieri, e quando la segretaria s’avvicina lui mi colpisce sulla tibia con la chiave inglese, quasi a richiamarmi a più miti consigli, per poi farle un inchino noncurante e rabberciato e continuare il suo lavoro, mentre lei fatica a proferire parola, parla a scatti nervosi e a schizzi icastici nel chiasso usuale dei magazzini. Ha il fiato che profuma di sigaretta, come pensavo, e quel trucco pesante mi annebbia un po’ la vista, quarantadue anni non sono poi molti se una donna non se li sente addosso, e la bocca che sa di sigaretta sta prevalendo sull’ordine logico delle cose. Proprio quel certo equilibrio di cui parlava il vecchio, evidentemente, e del quale non avevo colto il senso: deve riguardare le braccia pesanti che ti cadono lungo i fianchi e le gambe spossate, vittima di un rilassamento patologico e crudele, che ti fanno difetto quando la bocca al gusto di sigaretta ti dice: “State svolgendo un buon lavoro, Il lavoro della vostra squadra è encomiabile”, e intanto la lingua alla sigaretta inciampa e si riprende per un paio di volte, “e siamo pienamente appagati dalla svolta, diciamo verso la base, verso la valorizzazione dell’impiego usurante, diciamo, che la Ditta sta operando in piena autonomia per, diciamo, venire incontro (mi concentro sulla sua bocca alla sigaretta, un sacco di sigarette in bocca) al congruo desiderio di riconoscimento da parte delle maestranze, della mano d’opera e dei suoi irrinunciabili e necessari (come vorrei sfilarle il golfino, penso, per capire esattamente dove cominci la sua carne, se nella camicetta aperta fino al pertugio del seno, se sul pancino appena convesso, se in prossimità delle
cosce inguainate…) sforzi atti alla perfetta funzionalità ed efficienza della Ditta, e la vostra gratifica personale è sempre in un certo senso, permettetemi, anche la nostra gratifica personale”.
La segretaria assesta una goffa manata sulla spalla del vecchio, e a lui piace pensare che si tratti di un rimprovero, ormai mi è chiaro il modo in cui ragiona, mentre nei miei confronti si limita ad uno sguardo e ad un cenno del capo, Vuole che tu la segua nei bagni – scherza il vecchio – per sistemarle il trucco. Vedo la sua bocca al gusto di sigaretta stampata sulle fiancate dei furgoni, sulle sponde dei camion parcheggiati a lisca di pesce, tanto da rendere più arduo il nostro lavoro e da farci meritare la molto ambita gratifica personale senza ombra di dubbio alcuno, senza recriminazioni o scetticismi dal parte del vertice, che ci è sempre vicino, per ogni genere d’evenienza o di necessità pratica.
Prima di affrontare un altro carico, tra una teoria di pesi sconosciuti ed una teoria di pesi noti e facilmente stimabili, il vecchio è solito farsi il segno della croce: lì, sul petto villoso percorso da venuzze violacee e da graffi rossi, campeggia il dagherrotipo impresso su foglia d’oro di sua figlia.
Sua figlia è nubile, appena quarantenne, dice lui, vive in casa e frequenta uno della periferia, uno con un’auto da ricco e una casa in fieri ferma da alcuni anni, sostiene il vecchio, solo per via della fottuta congiuntura. “Ci brucerà via tutto”, fa il vecchio, “e chi di noi sarà ancora vivo, alla fine di questo diavolo di circo, dovrà rivalutare il lavoro manuale, il sano lavoro delle braccia e della schiena”, e mentre mi parla penso al vecchio e a sua figlia, all’appartamento dei quartieri popolari dove lui dice di godere addirittura di troppo spazio, al giardinetto stentato nel quale il vecchio ha imbastito un paio d’alveari, Per produrci il miele in casa, insiste, mentre sua figlia (che non fuma, che non ha mai fumato) si fa sbattere sul sedile posteriore di una macchina costosa da un ganzo con la casa senza intonaco, senza infissi, un ganzo senza i molari inferiori, in fin dei conti un ganzo senza una vera e propria casa ma con un’auto che vale il suo prezzo, il prezzo della donna, e poi il miele non le è mai piaciuto, ma per far contento suo padre lei venderebbe un pezzo di cuore al primo che capita, con un’auto grossa, con un pezzetto di casa. Per far contento papà si farebbe strappare i vestiti di dosso
dal primo che capita, un ganzo con la macchina, mentre suo padre contempla la seria possibilità di continuare così, all’infinito, finché anch’io non avrò una figlia ed un alveare ai margini della città, dove anche le api si perdono e non ritrovano più la strada di casa. Come il vecchio, mi faccio il segno della croce e aspetto che il peso diminuisca, aumenti, si concentri sulla schiena e poi addirittura sulla mia mente spossata. Un peso che ci si porti orgogliosamente in testa, impresso su lamina d’oro nello spossato basalto delle nostre tempie, mentre il ganzo con la macchina costosa si sbatte sua figlia e noi pensiamo, e non siamo gli unici due, che nei tempi morti il costume di parlare sia una pratica davvero stupida, oramai obsoleta e perfettamente inutile.

(Bruno Clocchiatti, marzo 2011)

5 Comments on "Bruno Clocchiatti: Il pensiero debole"

  1. Grande Bruno!

    “Le orecchie contraggono un’otite particolare per la quale non c’è alcuna medicina, come
    se le urla fossero acqua calpestata da bambini molto nervosi nei padiglioni adibiti all’udito; in quei
    padiglioni non vendono oggetti, vendono suoni ivi stipati a prezzo di saldo, e io venderei volentieri i
    miei, ma non c’è mai nessuno che faccia visita ai miei padiglioni e si compri i miei suoni. ”

    Validissimi questi tre spezzoni d’alienazione quotidiana, Bruno la seleziona distintamente, ci clicca sopra separandola da ogni congiunzione e ce la invia, per farcela guardare bene da vicino. Adoro questo Clocchiatti! Il suo stile.

  2. claustrofobico e avvolgente al punto giusto, nel senso che perfino la scrittura cola nelle intercapedini del senso (anche se non si pretende che ogni parola abbia un senso preciso). certo, se si potesse osservarla dalla giusta distanza… ma come fai, se ci sei immerso fino all’orlo della pagina e del collo? non resta che provare a tacersi addosso, nella speranza che l’onda passi e vada a sbattere altrove.
    mmm… magari il pensiero debole è uno strumento microscopico capace di scovare l’errore di concetto nel lavoro di concetto. chissà.

  3. bruno clocchiatti | luglio 25, 2012 at 16:19 | Rispondi

    @ Doris: grazie Doris, sei sempre la migliore. La stima è reciproca, ma questo già lo sai.

    @ malos: condivido tutto. E l’ultima considerazione, oltre che arguta, è anche giusta, estremamente e incontrovertibilmente giusta.

    Bruno

  4. E’ sempre un grande piacere leggere Bruno: scrittura minimalista, storie mai scontate, personaggi abbozzati ma che s’imprimono nella memoria in quella che arriva come un’epopea dei nostri giorni, di pensieri deboli come il pensiero “fisso” del protagonista. Non c’e’ più spazio per un bacio alla sigaretta, schiacciati da pesi enormi senza più parole.
    Grazie e a presto!
    abele

  5. bruno clocchiatti | luglio 26, 2012 at 17:24 | Rispondi

    Grazie Abele, gentilissimo come sempre.

    Bruno

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