5 Comments on "Augusto Benemeglio: Giorgio Caproni"

  1. Belli i filmati, le interviste sono flashes che mi restituiscono un poeta come lo immaginavo , prosciugato , esiliato da tutto e tutti, anche da se stesso , nella sua cruda asciuttezza, nella essenziale bellezza dello spaesamento, del dolore , della “calma” disperazione.
    Grazie di averli postati, Abele.

    Un abbraccio.

    Augusto

  2. l’uomo della porta accanto, privo di saccenza e presunzione. Un grande

  3. rosaria di donato | gennaio 25, 2012 at 17:32 | Rispondi

    Interessante questo saggio/tesimonianza che svela particolari biografici inediti di Caproni.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  4. come al solito, col mio modem 56k i video non partono…
    : (
    passo allora a scaricare il pdf.
    bello ricordare caproni (e adorabile la zia rina). soprattutto, trovo importante non tralasciare il lato scomodo (oscuro?), ovvero quello meno accomodante dell’uomo fuori dagli schemi commerciali (caproni non si vende, non addolcisce la pillola e non si parla addosso, cosa ben documentata nel capitolo 6 “in televisione da mino d’amato”).
    come spunto di ulteriore discussione, però, non direi che egli voglia “capire, afferrare, intendere dio”. più direttamente, in linea con la testardaggine dei cervelli geometrici (Caproni), vuole mettere a nudo il bisogno e il superfluo nell’essere vivi (non è la stessa cosa). materia della sua poesia è il bisogno umanissimo dell’idea di un dio, ovvero l’atto di chi lo prega, non dio in sé (che è mero non essere “sta forse nel non essere/l’immensità di dio?”). il mio timore è quello che il travisamento romantico paventato da quel “capire, afferrare, intendere dio”, svilisca l’ironia sottesa alla domanda. non è dio che muore: muoiono gli uomini (i padri, le madri, *le mogli* e i figli). con identica precisione chirurgica, la parole di Caproni affrontano il tema del superfluo, vivisezionando mediante una bisettrice la società rintanata nell’angolo (“davvero un uomo d’oggi, soltanto perché… è più *civile* o *felice* d’un greco antico, d’un pigmeo o di uno schiavo…”). tradotto in termini attuali, direi che con la sua poetica, caproni parla senza pil sulla lingua…
    ergo, la disperazione in Caproni, spesso venata d’ironia, non mi pare scaturire dal sentimento dell’assenza di dio, ma dalle concrete situazioni della vita (“sii arguta e attenta: pia/ sii magra e sii poesia/se vuoi essere vita”, con quei siii! gaudenti e un po’ beffardi a fare della vita il servizio di trasporto di cui l’uomo è utente pendolare).

  5. sono d’accordo in tutto ( o quasi), caro amico. anche se mi sembrava
    bello conservare un angolo di profilo un filino meno cinico, diciamo più romantico,
    che apparteneva certamente al primo Caproni, a quello del passaggio di Enea
    e non più a quello scarnificato all’osso che io – di traverso – ho potuto conoscere.

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