La bambina cieca e la rosa sonora – Intervista di Carlotta Zanobini

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La bambina cieca e la rosa sonora

LietoColle Faloppio (2010) – Collana Il Graal

Libro CD DVD 

 testo per musica di
Anna Maria Farabbi

musiche
Vincenzo Mastropirro

interventi visivi
Massimo Achilli

disegni di
Paolo Sciancalepore 

Il volume, con nove tavole a colori, è abbinato a CD AUDIO e DVD

 La stessa scrittrice annuncia l’opera: “Lo stupore infantile di chi si sporge nell’anello del pozzo. Del pozzo cosmico. E chiede come un atto istintivo, allarmato, tenerissimo: dove da dove perché. E chiede dalle profondità del sé, con voce fragilissima. E questo chiedere fa un’eco impastata di vento e di frullo d’ali. Si modula, si orienta, si precisa, si potenzia come un velocissimo stormo vocale fino all’ombelico della pancia madre che è la vita mater, la vecchia, vecchissima, ancestrale mater. La durata del viaggio è la rosa sonora. Dentro cui agisce tutta la cultura del mito, della sensorialità, del simbolo, del suono e del silenzio organico.

Gli artisti offrono soltanto un tappeto volante per la lunghissima, intensa, spirale del viaggio. Io, l’idea e la tessitura delle parole.”

Mastropirro Ermitage Ensemble

Enrica Rosso voce recitante

Vincenzo Mastropirro flauti/direzione

Nicola Pisani sax sopr/bar

Domenico Bruno pianoforte

Luigi Morleo percussioni

Intervista agli autori

 a cura di Carlotta Zanobini

“La bambina cieca”…in questo caso che cosa predomina: lo stupore e l’incanto dell’essere bambino oppure l’handicap come imperfezione dell’Uomo?

 Annamaria Farabbi:

In ciascuna nostra esistenza c’è una ferita profonda, tremenda, che a volte squarcia la nostra imperfezione fino a spingerci ai bordi  dell’abisso: verticali al vuoto. A me interessava cogliere una condizione esistenziale dentro cui la sensibilità fosse estremamente intensa, così come lo è sempre nei bambini, così come talvolta in noi adulti dentro alla tragedia. In più, togliere definitivamente la vista, l’immagine, amplificando questa vertigine fisica e interiore. Non c’è, quindi,  prevalere ma confluenza. Ho colto una sessualità specifica del femminile perché il mio io è femminile.

Come si rappresenta musicalmente la cecità? Esiste nell’udito una sorta di compensazione dei sensi…quello della vista in particolare?

Vincenzo Mastropirro:

La musica è una delle forme d’arte più autonoma. Dico sempre che la musica serve se stessa. Nella storia della musica i musicisti però hanno trovato ispirazione in altre arti in primis la poesia o meglio la parola.

I libretti d’opera sono un esempio, quindi fin dalle prime canzoni dei madrigalisti per arrivare all’opera ottocentesca, la musica e la parola si sono fuse in un tutt’uno. Nelle mie composizioni spesso mi faccio “ispirare” da parole, immagini, sculture, opere d’arte ecc.

La poesia prima di tutto è stata al centro delle mie attenzioni amandola da sempre essendo anch’essa una forma d’arte autonoma.

In questo testo per musica della Farabbi ho rappresentato la cecità “d’animo” dell’uomo con una sorta di girandola di suoni a seconda quello che mi suggeriva l’autrice durante l’evolversi dei quadri. Le stesse parole sono state il motore ispiratore per la composizione della musica come una sorta di dettato musicale. Naturalmente secondo il mio sentire.

I ciechi, i non vedenti, hanno una particolare sensibilità verso la musica anzi è un’arte per la quale si approcciano molto facilmente. Il mio primo maestro è stato un cieco. E qui forse il cerchio si chiude rispetto al mio rapporto con la cecità. 

La cecità fisica riesce da sola a “chiedere aiuto” all’altro, ma quella dell’anima, sarà mai in grado di raggiungere tale livello di umiltà? Intendo in forma così esplicita…”lasciarsi aiutare”…

A.F.:

Disporsi all’altra creatura, anche chiedendo aiuto, è sempre difficile. E’ un atto di apertura, di incontro. Persino quando è necessario richiede talvolta sforzo e umiltà. Anche per i non vedenti. Per chiunque. Le domande hanno eco e nascono e rimbalzano all’interno dell’opera: sono voci ma anche espressioni intime di un’interiorità orfana allarmata, sono lacrime sonore, suoni che viaggiano nel sangue.

In che modo vede Dio chi non ha occhi? Ha interferito in qualche modo la scelta religiosa di voi autori in un questo…viaggio “al buio”, oppure l’incognito “non visto” può rappresentare anche un Dio non riconosciuto?

A.F.:

Credo che nella dimensione divina non esiste tanto il verbo vedere ma sentire. La vista è una sensorialità che ci ubriaca spesso, ci distrae. La usiamo in modo consumistico senza più apprezzarne la meraviglia. Ogni cammino spirituale acuisce la potenza degli altri sensi, ne sviluppa altri. Personalmente, nella mia ricerca interiore, ho imparato moltissimo dai non vedenti.

In che rapporto alla solitudine cosmica interiore, cambia il poter guardare piuttosto che il saper guardare?

V. M.:

Qui poni due verbi “poter e saper” guardare. Già il guardare per un cieco non ha modo d’essere concretamente parlando. Qui la Bambina è la nostra anima che ascolta la mater terra e si fa guidare attraverso la voce della “nonnina”. La guida quindi, non poteva essere che la musica, così ho inteso il testo quando Anna Maria me lo consegnò. La musica motore dell’umanità perduta che dà sfogo alle mille domande che la Bambina pone. Si badi bene ho detto la “MUSICA” non quello che ho scritto io in quest’Opera perché ogni compositore può interpretare secondo i propri canoni linguistici in maniera estremamente diversa le parole della Farabbi. Quindi per quello che è nelle mie possibilità di musicista ho scritto “sapendo e potendo” guardare nel profondo dell’animo umano di questa Bambina sperduta nel cosmo.

Nel video di Massimo Achilli questo incontro viene esaltato da immagini stupende che avvolgono lo spettatore durante il Concerto.

 Avete mai lavorato insieme a persone disabili? Se la sentirebbe di insegnare musica a bambini ipovedenti? Riuscirebbe a impartire il suo metodo d’insegnamento come a bambini normo dotati oppure crede che sarebbe influenzato dalla loro disabilità?

A.F.:

Ho lavorato sì insieme a non vedenti ipovedenti e sordi.

V.M.:

Il mio primo maestro era cieco, il M° Cantatore di Ruvo diplomato in organo e composizione è stato lui che mi ha avvicinato alla musica.

Non so se saprei insegnare a bambini ipovedenti ma penso ci vogliano competenze specifiche che sinceramente non ho.

La copertina è stata disegnata dal pittore Paolo Sciancalepore, ritrae un labirinto…sotto un mantello più ampio, si può definire quest’opera a tutto tondo, dalla pittura alla musica alla letteratura…non manca neanche l’ironia amara e irruente di chi urla: “…almeno fammi le orecchie!!!….” Ma, siamo davvero in grado di ironizzare sulla nostra sorte?

A.F.:

Davvero mi fa piacere che Lei abbia interpretato ironia ciò che io invece imprimevo nel foglio come urlo a sanguigna. Non riesco a segnare la realtà, mio malgrado, con ironia. Ritengo che l’ironia sia un raggiungimento altissimo di sapienza perché è rovesciare in leggerezza  pesi di piombo. Soprattutto nella vita quotidiana, prima ancora che in letteratura. La mia voleva essere una preghiera esplosa per implorare lo sfondamento del dolore. L’uscita dalla solitudine, dall’essere soli in sé stessi, la liberazione dall’io solissimo verso l’io congiunto armonicamente al cosmo.

Paolo Sciancalepre e Vincenzo Mastropirro sono stati i fili d’oro attraverso cui la mia parola si è completata.

Grazie.

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