Malos Mannaja, Stefano Giorgio Ricci: Mondi Impossibili? (2)

Jacek Yerka

 
Mondi impossibili (2)?Inatteso e solare, il grande luminare Dottor Mallus, dall’alto del suo metro e novanta abbondante, fece ingresso nell’anticamera del purgatorio numero sei.
– Bene, bene, bene…vedo che la bella paziente di Monte Calvo gode di ottima salute…
Nilde arruffò gli occhi, strabuzzando le ciglia per mettere a fuoco le sembianze del gigante controsole.
– B-buongiorno… dottore…veramente, veramente io n-non sono di Montecarlo… magari! Non me lo posso permettere, ho v-visto il circo, però, di Montecarlo, su Rai Tre.
– Capisco.
Blonk! La porta della stanza schiantò sferzata da una corrente d’aria. Il medico si scosse.
– Gran vento, oggi, eh? Peccato non aver con me neanche un fermaporta in puromanzo.
– C-come dice?
– Oh, nulla. Nulla che non possa alludere a qualcosa. Non è d’accordo?
Con moto sussultorio-ondulatorio, il dottor Mallus s’accostò serpiginoso ad una sedia presso il letto della donna, sondando l’aria con la lingua biforcuta. Nilde s’immaginò un pensiero antivipera capace di immunizzare un senso alle parole squassate dal sisma.
– Sì. No… non.
– Ohi: non ha mai notato che il libro non scritto della vita è spesso suddiviso in capitolazioni?
– …
– Non c’è altro dentro. E allora, se è vapore, se è colpevolmente eterea, intendo, allora non si possono che consumare le apparenze. Precipitiamo?
– Mi sento un po’ c-confusa.
– Bene. Benissimo. Sentirsi è un segno di prognosi fausta: mi dica ad alta voce di dov’è la sua famiglia.
Nilde lottò contro l’assurdo istinto di rispondere gridando “di dov’è la sua famiglia”.
– Di Pavullo.
– Ecco. Si è sentita, mentre parlava?
– Sì.
– E si è sentita la voce disturbata come su un cellulare senza campo, o s’è sentita bene?
– Mi… mi sono sentita bene.
– Olà, vede? E’ già sulla buona strada. Continui a battere la campagna in cerca di un sentiero praticabile, tra le macerie.
Nilde, le guance imporporate da insolita timidezza per l’umile origine del suo casato, cercò un pensiero agibile nel suo armamentario di frasi fatte e calembour: l’encefalo terremotato era un tappeto di risposte diroccate e calcinacci dialettici.
– N-non c’è poi nulla di male a battere. E’ il modo più spontaneo d’andare appresso al cuore, no?
– Giusto: il cuore batte sempre. Per contro, la pendola batte in un albergo ad ore, la lingua batte dove il dente duole, la zeccola, pardon, la zocca batte moneta, e chi è contrito, beh, si batte il petto.
E detto fatto, con scatto da polpo-sìscion, il medico svolse i tentacoli eseguendo, a partire del seno della donna, un’accurata palpazione total body.
Mesmerizzata dal fascino severo del luminare della medicina, la mente di Nilde si smarrì nella quintessenza dei polpastrelli del viso. Guardalo un po’, quant’è bello in quel suo sorriso ruvidamente nobile incorniciato da mani da manovale. Mi sento nuda davanti a lui. Mi fa sentire nuda. Vorrei essere impastata nuda, dalle sue mani. Non riusciva a pensare ad altro e dovette fare sforzi immani per rimanere concentrata sulle dita di ciò ch’egli stava dicendo.
– Un bel ricamino di ferite superficiali… peraltro in luoghi poco visibili… suvvia, le è andata bene in fondo… non è d’accordo? – concluse il medico, sfoggiando una leccatina di labbra che ebbe su lei l’effetto miracoloso dell’alito di San Padre Pio.
– Eh, dottore… ho mallus un po’ dappertutto, e non è che sia del tutto spiacevole… ehm, credo di doverla ringraziare: so che lei si è prodigato su di me anche q-quando ero incosciente.
– “Su di lei” ho adempiuto alle mie mansioni di sanitario, scrupolosamente.
– Gliene sono grata… le sue cure sono state prodigiose per la mia salute fisica e… e forse anche morale: sono sicura che il mio ragazzo la ringrazierà…
– Il suo ragazzo?
Una smorfia carapace incurvò a dorso di testuggine il labbro inferiore dell’uomo.
– Sì… solo che non s’è ancora deciso a farmi visita. Da questo punto di vista, lei, dottore, invece, è stato molto più premuroso: m’ha visitato eccome! Beh, magari lo conosce…il cavalier Barzotto, tessile…
– Ma il cavalier Barzotto della “Sarta Barzotto”? Quel vecchio furfante… hai capito – esclamò ironicamente.
– No, il figlio… il mio Silvietto adorato.
Nilde si rese conto che quella piega verbale non le piaceva, ma non riusciva a cambiare discorso. Provò a stirarsi tutta, mettendo in mostra le ghiandole sebacee delle ascelle.
– Quindi lei è la ragazza di Silvio…giovane scavezzacollo…- uno strano sorriso sottolineò quest’ultima affermazione.
– Esatto…
La donna stava per guarnire la sua affermazione con soffici meringhe affettive, quando la porta si aprì: era la madre della bambina, di ritorno, col pigiamino a fiori, biancheria pulita e due peluche, un ippopotamo e un delfino azzurro.
Pochi secondi, e dal capezzale affianco si levò un urlo di ventre squarciato, mentre il delfino guizzava in alto, sfregiandosi il muso contro lo spigolo del comodino.
Il Dottor Mallus si levò lesto dalla sedia dove era seduto, invero scomodamente vista la notevole statura, e picchiò la testa contro il lampadario. Nel medesimo istante, la madre della bambina entrò in risonanza con le oscillazioni della luce, accasciandosi al suolo.
– Infermieriii! Cazzo, cazzo, CAZZO! La bambina è morta! Chiccazzo c’è di turno? Infermieriiii!!!!
Silenzio.
Ringhiando una bestemmia il medico ritrasse la mano dal polso ormai freddo della piccola paziente… inutile tentare di rianimarla. Quindi volse la sua attenzione al pavimento: accanto al delfino agonizzante al suolo, ancora intendo a dibattersi, le condizioni della madre non destavano particolare preoccupazione.
Qualche attimo più tardi, l’atmosfera si pizzicava tesa quanto una corda di violino.
– Non riesco a concepire come qui si violino le più elementari norme di monitoraggio del paziente critico!
– Ma… dottore, era…
Un altro camice bianco stormì nella tempesta della stanza.
– Denuncia e provvedimento disciplinare assicurati! Ma che mandria di coglioniii! Adesso andremo nei casini tutti!!
– Puoi dirlo forte!
– Ma sia chiaro che non copriremo le negligenze di nessuno.
– Giusto! Eccheccazzo!
Apparve un separé a schermare le operazioni di rimozione della salma. Non che Nilde *vedesse* coscientemente ciò che stava accadendo attorno a lei: aveva l’impressione di galleggiare oltre la volta del soffitto, su su su fino agli strati più alti dell’ozonosfera, dove il vento solare batte più forte.
La concitazione aumentò ancora, all’arrivo del padre della bambina, quindi pian piano il tourbillon si trasferì nel corridoio, lasciando Nilde al silenzio della propria incongruenza, in compagnia di un ippopotamo in peluche sopra una sedia, indifferente a tutto.*

Soltanto a fine turno, il dottor Mallus si riaffacciò alla stanza sei.
– Si prepari, domattina la dimettono…
– M-ma non so, dottore. Mi sento strana. Come in un sogno. Poi la bambina… sono sconvolta.
– Comprensibile. Resterei a fare quattro chiacchiere, ma sto smontando.
Nilde ebbe l’impressione che la sagoma allampanata del medico si decomponesse, come in un esploso di disegno tecnico. Prima sorrise, poi si mise a piangere.
– Suvvia, non faccia così. Per consolarla, se posso, domani sera si faccia trovare pronta che la porto a cena al Durlindana, da Orlando, a mangiare il pesce spada.
Sconvolta dall’inattesa offerta e persa nel marasma degli eventi, la donna si lasciò andare ad una remissiva ecolalia.
– D-domani… sera…- balbettò… pensando, e cosa cavolo mi metto per essere all’altezza?? Mi serviranno i tacchi a spillo da quattordici centimetri!
Per un momento si ritrovò schiava di quell’unico problema, mentre fantasticava ancheggiamenti da pantera e anomalie da grande seduttrice. Poi l’immagine di sé tornò a virare dalla fiera in mongolfiera, gonfiandole la testa da ogni lato, finché, grattandosi il cuoio capelluto, non lacerò il pallone con gli artigli.
Il sibilo acutissimo del gas che fuoriusciva dal buchino, s’articolò di gola, urlando nelle orecchie un acufene incessante. La notte passò senza che riuscisse a prender sonno e l’alba la sorprese quasi sgonfia sul cuscino.

*

La sera successiva al Durlindana, sia il dottor Mallus che l’infermiera in via di guarigione, mostravano le pagine del volto vuote, non-segno inconfondibile della nottata in bianco.
Eppure, nonostante la stanchezza, l’uomo non mancò di sperticarsi in pronte mallusioni sessuali.
– E’ strano come a volte, le disavventure dei pazienti ti colpiscano, ti tocchino nell’intimo.
– Mi sembra ancora di sentire il grido della bimba.
– Veramente mi riferivo a lei, o meglio a te, Nilde, se posso darti del tu naturalmente.
Non era una domanda e, perché lei lo capisse, proseguì senza accordarle il tempo di rispondere.
– Bene, la tua bellezza… la tua bellezza è devastante.
L’intima accoglienza di quel ristorantino fuorimano, alla periferia cittadina, lo rendeva particolarmente adatto a chi cercasse una discreta complicità: solo due coppie di anziani all’altro capo del locale e una famigliola, a due tavoli di distanza da loro. Una bimbetta curiosa, prese a osservarli con impudenza redarguita dal genitore.
– Come mai mi hai invitato a cena?
– Come mai hai accettato?- ribatté Mallus prontamente, per poi soggiungere mellifluo – perché m’hai incuriosito…e affascinato.
Nilde, forse per i recenti viaggi in pallone aerostatico, si sentiva stranamente intimorita, quasi disorientata. Le pareva di essere ritornata alla goffaggine adolescenziale.
– Mallus…che cognome è? Sembra di famiglia nobile…- fu la prima cosa che le venne in mente. Tutto ciò che aveva pensato, per tutto il pomeriggio, era svanito. Le frasi ad effetto; le sortite fra le righe di qualche libro per carpirne frasi importanti; la visione di Sky…tutto resettato.
– Mallus…origine sarda. Solamente origine: io sono nato, cinquant’anni ormai, in un paesino del basso Piemonte. Mio padre, Gavino Mallus, proveniente dall’interno della Sardegna emigrò per sfuggire ad una faida familiare. Venne nella penisola e, con la complicità di mia madre, realizzò l’opera colossale di 13 figli. Io sono il più piccolo.
– Figuriamoci gli altri: non passavano neanche per la porta!
Il medico si produsse in un ghigno altezzoso, continuando a rievocare la propria sega familiare.
– Mio fratello maggiore, Ubaldo, sperperò il provento delle sue fatiche in mille avventure appresso a compiacenti signorine. Morì nel tentativo di combinare le sue due maggiori passioni sportive: il paracadutismo e il salto della quaglia. Eh, gli amici lo chiamavano *Ubalzo*… Mi hanno narrato che l’ultima frase da lui pronunciata fu: “ma vieni…” subito dopo il lancio. Purtroppo il paracadute non si aprì, e lo spigolo d’un comodino fece sì che il ventre della terra al cimitero rimanesse incinta di lui.
– Oh, poverino.
– La maggiore delle mie sorelle, Filippa era dotata di una sessualità prorompente… Eh, mentre noi fratelli la sfuggivamo per le sue verbose ramanzine, tutti i maschi del paese le giravano intorno. Nonostante il suo carattere posato, per una disfunzione nervosa, nel momento della gioia sessuale, perdeva ogni controllo, nitrendo e scalciando come un cavallo. Aveva il soprannome di *Filippica*. Si agitava, in trance orgasmica incontenibile, tanto da diventare manesca, strappare lenzuola e rovesciare armadi, graffiare a sangue i compagni di piacere, nonché provocare a se stessa ferite e contusioni dolorose.
– Mmmm… quando si dice “venire alle mani”.
Nilde s’accorse che le proprie labbra si muovevano senza comando, sillabando le battute suggerite dall’autore, come in un doppiaggio mal riuscito. C’era qualcosa di inquietante nel rumore di fondo del locale: la donna cercò invano tra le note a margine che cosa non andasse, rileggendo alcune pagine passate.
– Una donna di spirito. Mi complimento: ciò non può che renderti ancora più ammaliante, Nilde.
– Non so. Certi momenti ho l’impressione che mi manchi il foglio sotto i piedi… come se galleggiassi. Come in un incubo in cui sono colpevole della morte della bimba.
– Non dire stupidaggini, Nilde. Non solo non eri in servizio, ma eri semi-incosciente.
– Se solo avessi notato qualcosa… ero lì… potevo chiamare aiuto.
– Ti ricordo che c’ero anch’io, nella stanza. Ora, parliamo d’altro. Finisco di narrarti della mia famiglia… in fondo manco io all’appello.
– Già.
– Beh, in poche parole ho avuto una giovinezza normale, statura a parte: a quattordici anni già sbattevo la testa passando sotto i cavalcavia. Poi i miti dei miei tempi, le mie passioni canore: Beatles, Stooges e Rolling Stones. L’amore per la medicina. Ed eccomi qua: testimonianza che non tutti i Mallus vengono per nuocere…- un risolino compiaciuto, per una battuta certamente collaudata, stava affiorando sul suo volto quando, dal tavolo della famigliola, la bambina iniziò a piangere.
Bastò qualche minuto, perché dal pianto inconsolabile sbocciasse l’urlo.
Devastante. Inconfondibile.
Nilde non riuscì a trattenere a sua volta un urlo di terrore, entrò in sinergia con quel piccolo corpo convulso. Quindi portò le mani alle tempie e uscì correndo dal ristorante, farneticando.
– D’urlindana… D’urlindana… D’urlindana…

*

– Ne abbiamo ricoverati una trentina, solo stanotte. Il pronto soccorso è andato in tilt.
– E in pediatria?
– Un disastro. Due medici hanno mandato malattia: pare che nessuno di quelli che hanno sentito l’urlo riesca più a dormire.
Nilde si protese oltre il ciglio dello sguardo, mimando di saperla lunga, in proposito. Marco chiese conferma.
– Neanche tu? Neanch’io.

Quella mattina, come in una sequenza di repliche infinita, irruppero centinaia di barelle ornate dal candore di lenzuola urlanti. Bimbe e bambini dai tre agli otto anni, le linee di espressione e le fisionomie del volto impersonali, cagliate pallidissime d’intorno alla voragine ululante.
Più d’una volta, mentre di nuovo andava con la testa nel pallone, Nilde temette di precipitarci dentro.
Cloralio-ipnosi-cloralio-ipnosi-cloralio…
Anche il pensiero del suo piccolo riccio, ormai, invece di restituirle un minimo di conforto, era una spina nel fianco, col rischio pungente di trafiggere la sfera ingovernabile che aveva al posto della testa.
Quella sera, Nilde ricorse a una massiccia dose di Valium, quindi s’accoccolò sfinita sul divano. Domani era il suo giorno di riposo all’ospedale: ne avrebbe approfittato per mettersi alla ricerca di Silvio, visto che il suo amore non s’era più fatto sentire dal giorno dell’incidente e, fatto ancor più irritante, non rispondeva alle sue telefonate.

*

Come ogni giorno, dietro il fast food di fronte, il sole sorse sorseggiando l’insegna gigantesca d’una coca-cola. Nilde s’affacciò alla finestra dell’appartamento e in cielo riecheggiò il boato gutturale d’un aereo supersonico.
Anche la donna liberò un ruttino roco, lasciando che la tensione nervosa della parete gastrica sgravasse: bando agli indugi, era tempo, seppur serbando le dovute precauzioni, d’andare alla ricerca del suo amore. Indossò il suo vestito più sexy, quello che “non deve lasciare niente all’immaginazione… una pura bomba ormonale… per dizione sicura in silhouette ben *pronunciata*”, come lo definiva il suo Silvio.
Calzò un regale abitino al suo riccio, mentre l’animale la guardava con quell’espressione un po’ così, tipica di chi proviene da un lontano asteroide.
– Ah… mio piccolo principe, tu sei l’unico testimone dei miei sogni.
Il riccio annuì, poi tirò su col naso e pensò a una rosa molto esigente, vanitosa e spavalda. Nilde riprese, alitando sugli aculei.
– Tu sei l’unico testimone della mia bella storia d’amore, nonché di qualche incontro vietato ai minori. Eh…
Lo mise dentro la borsetta più comoda, fra rossetto e sigarette, per un viaggio che non necessitava di biglietto, ma che certo prevedeva voli e atterraggi. Il piccolo principe s’arrotolò a palla.
– Disegnami una pecora.
La donna cristallizzò nel passo, il piede sinistro e quello destro contemporaneamente in aria: chi aveva parlato?? Si guardò intorno stranita, cercando l’origine di quella strana vocetta che le rimbalzava nella testa dal profondo. Nulla. Niente e nessuno.
Sbucciando una banana di silenzio, riprese a camminare circospetta per non scivolare sui pensieri inquieti. Forse, ignorandoli, poteva sperare di lasciarli cadere nel vuoto: attese il tonfo, che non venne, quindi sbottò stizzita, ad alta voce.
– Frigido d’un tonfo, che ti venisse un colpo…
Montò su una bicicletta che non ricordava d’avere e s’immaginò nell’atto di raggiungere un orgasmo pirotecnico a cavallo del suo Silvio. Il botto del portone alle sue spalle, le restituì un minimo di lucidità: ‘*Nildfomane*’ s’ammonì, ‘come puoi essere caduta così in basso?’. Nel contempo, per una strana alchimia d’opposti, il profilo allampanato del dr. Mallus si sovrappose alla sagoma del suo amante…

*

Il primo posto da setacciare, era sicuramente Villa Occulta, come la chiamava Silvio, il rifugio segreto, l’angolo di paradiso sconosciuto ai più… compresa la finanza. Era assai probabile che si fosse rifugiato fra quelle pareti: era il luogo in cui, talvolta, cercava di riorganizzare la sua vita per essere più determinato nel lavoro e negli affetti. Nilde pigiò bartaleggiando sui pedali, filando verso la collina.
Non l’avesse trovato, decise che la cosa migliore sarebbe stata d’attenderlo lì: possedeva la chiave che, in segno di fiducia, lui le aveva regalato.

– Apri il mio regalino… – le aveva detto tempo addietro, porgendole la scatolina avvolta in elegante confezione.
– Ma???…- la sorpresa le aveva tolto la parola. Aperta la scatola, la prima cosa che aveva visto era stata un grosso vibratore bugnato che, con non poco timore, aveva immaginato violare le sue carni. Era stata lì lì per protestare ma, a fronte dell’espressione eccitata del suo uomo, non ne era stata capace, ripiegando su un sorriso smunto.
– Dai…fruga ancora…- l’aveva pungolata, carezzandole un capezzolo.
E ancora maggiore era stata la sorpresa quando, scoperta la chiave, lui le aveva detto che con quella avrebbe potuto aprire le porte del loro paradiso: una chiave tutta per lei…
Il paradiso, a volte, può attendere. Tuttavia, quel giorno, aveva dovuto aspettare poco più d’un minuto, perché entrambi s’erano presto lanciati in siffatti contorsionismi erotici da mettere alla prova estensioni articolari dei loro corpi che mai avevano sondato prima. Non v’è dubbio che era stata una visita guidata degli ambienti di grande piacere architettonico.

Il riccio s’agitò nella borsetta, cercando una sistemazione.
– Per piacere, disegnami una pecora.
– Chiccazzo è che vuole farmi uscire pazza!?!
Nilde si guardò di nuovo intorno senza esito, quindi in alto e in basso, laddove s’imbatté negli occhi suini del suo riccio, intento ad esplorarla dal profondo della borsa. Solo in quel momento colse l’impressionante somiglianza con lo sguardo di Mallus.
– Porco!spino…
Il cielo s’inclinò di lato, come se stesse per cadere in *trance* di pesce azzurro: l’ipnosi d’un attimo ed era arrivata. Varcò, con circospezione, il cancello della villa, sentendo le spine del suo riccio agitarsi nella sua stessa carne. Simboli massonici e geometrie esoterico-occultiste erano sparse in tutto il parco: Nilde percorse il vialetto che si perdeva nei cerchi concentrici del giardino degli hibiscus, poi superò una fitta cortina di siepi, curata in modo da schermare agli estranei la visuale dell’altare su cui convergevano dodici raggi che avevano origine da altrettanti dolmen.
Oltre il labirinto di verzura, le si fece incontro il grosso portone riccamente istoriato in riferimenti astrologici, d’un metallo così lucido da essere abbagliante contro sole. Tutto lasciava trasparire l’opulenza del luogo, oltre che suggerire la ricchezza interna, se non interiore, del massone proprietario.
Nessun segno di presenza umana. Nilde non ne fu sorpresa, anche perché, ad ulteriore garanzia d’anonimato, il suo Silvio si faceva spesso portare in villa dall’autista, che subito ripartiva senza indugi. S’introdusse, silenziosamente, all’interno: d’altro canto, se il suo uomo fosse stato in casa, gli avrebbe fatto una gradita sorpresa. In silenzio, misurando i passi, ispezionò stanze e logge, compreso il bagno nella speranza di trovarlo fra i vapori della doccia… Invano.
Stramazzò delusa su una poltrona, ad alta voce, le braccia penzoloni dai braccioli, le gambe distese i segno di resa.
– Che sfortuna.
Il riccio maledisse quel brusco tracollo, tornando ad agitarsi.
– Non importa. Disegnami una pecora…
– Aaaaahhh!
La donna balzò in piedi, stralunando il volto. Possibile? Non c’era nessun altro nella stanza…
Il lampadario le fece l’occhiolino, mentre la terza goccia di cristallo indicava il pavimento. Nilde si tese tutta nell’ascolto, udendo sbuffi di parvenze provenire dal piano interrato.
Che il suo adorato Silvio si trovasse giù in cantina?
Rinvigorite le speranze, si diresse verso la rampa che portava alla fonte delle voci immaginifiche: magari il suo papi stava lavorando ai nuovi capi della linea autunno-inverno e la radio gli faceva compagnia. Il televisore…ecco, poteva essere il televisore, sì. Forse il suo Silvio stava ascoltando, come faceva spesso in sua presenza, le registrazioni dei discorsi di Prodi. L’idolo del suo tesoro. A lei, a dire il vero, provocava profonda depressione ma, per amore del suo Silvio… era pronta anche a sorbirsi l’indiavolata oratoria tessile che ne decantava i Prodigi.
Appoggiò una mano alla parete per aiutarsi nello scendere i gradini e l’umidità della condensa rugiadò tra le sue dita, effimera guazza carnale. Con una rapida mossa d’accerchiamento, l’odore rubizzo delle botti di rovere piene di Sangiovese l’assalì da tergo.
Il riccio riecheggiava senza posa nell’antro buio del suo ricovero.
Ecco, finalmente: una luce filtrò oltre l’ennesima porta socchiusa. E le voci… erano voci presenti. Riconobbe, con un sussulto di piacere, la voce del suo amato, però le parve di conoscere anche quella dell’interlocutore. Sì, la conosceva senz’altro, ma di chi si trattava?

*

Nilde era un ricamo stordito.
Sbirciò all’interno.
Silvio stava di fronte, in piedi, mentre parlava con un’imponente figura, elegantemente vestita, che le rivolgeva le spalle.
– …penso nemmeno di sospendere la produzione.
– Occhio, Silvio. Con questo casino, ci saranno sicuramente controlli a tappeto. E sai benissimo che le certificazioni sanitarie che ti ho fatto avere sono false…
L’industriale non nascose un moto di dispetto.
– La vedi quella? – disse, indicando una voluminosa bobina di tessuto colorato, poggiata alla parete alla sua destra – ne ho tre magazzini pieni. Mi è costata quanto una figurina rara di Pizzaballa… mi renderà quanto una Ferrari Testarossa… eh, i cinesi fanno le cose come si deve…
Quell’accenno a Pizzaballa, la fece sorridere: la raccolta delle figurine dei calciatori, un’altra delle passioni del suo papi: era alla costante ricerca delle rarità. Comprava album completi o da completare… e li completava, custodendoli, poi, gelosamente.
L’uomo di spalle replicò con enfasi.
– Non può essere un caso: la linea Bimboutiques veste proprio dai tre agli otto anni!
– Cazzate, non esiste alcuna prova che…
– Però stamattina sul giornale, tra le ipotesi di Barabanti c’era proprio l’intossicazione da coloranti.
– E chiccazzo è ‘sto Barabanti?
– Il primario della Pediatria. Solo ieri oltre cento nuovi casi… devi sospendere le vendite. Almeno a scopo cautelativo – la voce dello sconosciuto era decisa e dura.
– Tu stai delirando!
– Tutt’altro. Esistono casi documentati di neurotossicità da coloranti.
– Merda!
– Esattamente. Se salta fuori qualcosa, siamo nella merda.
Silvio scagliò un posacenere contro la porta, a testimoniare il proprio disappunto.
Con un guizzo imprevisto, come fosse stato morso da uno di quei serpenti gialli che ti uccidono in trenta secondi, piccolo principe sgusciò fuori dal suo scomodo rifugio e, giunto a terra, infilò lo spiraglio verso la luce.
Nilde, immobile nel suo stupore stuporoso, stava intensamente zitta, sentendo il mondo crollarle addosso.

*

– Ohi! Piccolo principe… palla di spine, vieni qui…
Silvio prese l’animaletto che, in posizione di difesa, si raggomitolò.
– Caro il mio riccio, t’ho colto in castagna, eh? Nilde? Nilde, su vieni a farci compagnia… non essere timida, ho un amico da presentarti…- un tono tagliente aveva snaturato la voce dell’imprenditore che si avviava verso la porta.
– C-ciao, ti stavo cercando…
– Beh, mi hai trovato… come stai? Mi spiace per l’incidente… ma sai gli impegni… comunque il nostro amico comune m’ha tenuto al corrente sulle tue condizioni di salute…- le mise un braccio attorno alla vita e la guidò verso lo sconosciuto, che manteneva una posizione defilata. La stretta aumentò la sua pressione impedendo alla ragazza qualsiasi deviazione.
– Ti presento il mio amico: il dottor…
– Mallus! – proruppe, sorpresa, Nilde
– Che sorpresa: la mia preziosa degente di Monte Calvo… la vedo in splendida forma…e forme.
Le parole ruscellarono melliflue, solcando il corpo di Nilde, mentre lo sguardo indagava tutta la sua bellezza. Preso in consegna il riccio, il dottore cercò d’accarezzarlo poi puntò il suo sguardo vischioso sulla donna.
– Certo, è più crinito della sua proprietaria ma, sicuramente, meno accessibile e succosa…- disse, fiondandola nel caos più totale – Piccolo principe… proprio un bel nome… qual è la sua origine?
Con disinvoltura affabulante, il medico le srotolò di fronte il caldo tappeto rosso colloquiale che già l’aveva stregata in precedenza.
– D-dalla lettura di un libro… di Antonio di Sans Suplì, mi pare… un, un bellissimo libro…- disse, allungando le braccia verso l’animaletto e impossessandosene. Silvio fece un cenno d’assenzio e un odore intenso di absintina uscì da due bracieri al centro della stanza.
– E…cosa ci fa qui?-
– Il riccio? E’ stato il posacenere, per lo spavento, credo – replicò confusa, portando il riccio all’approdo sicuro dei seni.
– Non il riccio… *Nilde* – il sorriso era scomparso dal volto del dottore.
La donna arricciò il naso, indispettita dall’ingerenza di Mallus nella sua vita sentimentale.
– Oh, ma questa è casa mia… piuttosto, cosa ci fa *lei* qui?
Un manrovescio nodoso schiantò all’istante la sua ribellione.
– I miei ospiti sono sacri… quando sono a casa mia, nessuno deve importunarli… scusami cara. Silvio si massaggiò la mano che si era abbattuta violentemente sul morbido volto.
Nilde vacillò smorzando gradualmente l’energia in cinque oscillazioni pendolari. Poi dopo un tempo indefinito fece un passo indietro, dolente ed impaurita.
Non l’aveva mai fatto. Cosa gli stava prendendo? Cosa stava succedendo?
L’orologio rintoccò la mezzanotte. Possibile!?! Era mattino fino a poco prima… Dipinto in bianco, un quadro alla parete si staccò, schizzando scaglie di vetro in ogni direzione. Il dottor Mallus colmò lo spazio vuoto con la sua solidità, prima che gli occhi pieni di lacrime di Nilde rompessero gli argini delle palpebre.
– Eh no, mio caro amico… una bella donna non si maltratta in questo modo…
Il medico l’abbracciò, offrendo l’appoggio fragrante del petto al capo reclinato della donna.
– Dimmi, Nilde, cosa hai sentito? Eri qui da molto?…- la voce aveva perso tutta la sua durezza ed era tornata alla sensualità che lei adorava. Sottolineava le domande con un lento scorrere della mano sulla sua schiena. La donna sentì il suo corpo accendersi: stava prendendo fuoco ed ebbe paura di se stessa, ma ancor più di Silvio, che osservava il siparietto compiaciuto.
– N-niente…assolutamente niente… ero appena arrivata, ve lo giuro… s-stavo per chiamare quando piccolo principe è saltato via… – le tremava la voce, le tremavano le gambe. I polpastrelli del dottore avevano iniziato a lavorarla ai fianchi. Levò lo sguardo e lo indagò nelle pupille altissime, sperando di scorgervi un alpeggio verde e bucolico dove distendersi sul manto erboso e riposare in pace, cullata dal rintocco lontano di campanacci e di isolati gridi d’aquila. No, gridi no, per Dio, quella parola odiosa le si era insinuata nei pensieri senza autorizzazione. Mallus ghignò v’erboso.
– Dimmi, amico Silvio, è una brava bambina? Dobbiamo crederle?
– Dobbiamo crederti, amore mio? Sei una brava bambina? – la interrogò l’amante di rimando, accarezzandola col dorso della mano, fredda quanto un torrente dolomitico, esattamente dove prima l’aveva colpita. Poi, tra rapide e cascatelle, proseguì il suo corso fino alla gola, oltre la quale s’incuneò tra i seni. Con delicatezza, afferrò il riccio e lo posò per terra.
– Sarebbe antipatico se la creaturina cadesse in un crepaccio, non è vero?
– G-giuro… non… non ho sentito niente, il grido… solo il gridooo, e-ero appena arrivata…
Nella distanza, oltre l’orizzonte, le cose stavano virando alpeggio. La mandria di Silvio scese verso l’inguine e si fece gregge pronto a brucarla assieme ai prati fioriti di erba medica, trifoglio rosso e muttelina.
– La pecora ha mangiato il fiore! La pecora ha mangiato il fioreeee!
– Chi ha parlato!?!
Il dottor Mallus aduncò il becco e si librò volando in cerchio sulla vetta della stanza: dall’alto distinse facilmente l’asteroide e il riccio. In un lampo, il rapace piombò sul piccolo mammifero, stordendolo con il violento cozzo degli artigli. Poi ritornò a avvitarsi sulla preda, lasciando che le truppe di terra completassero l’espugnazione.

*

Impotente, Nilde osservò quella iena di Silvio dilaniare il ventre morbido del riccio, dopo essersi leccato i baffi, mentre il piccolo principe, tramortito, tentava senza esito di raggomitolarsi in posa di difesa.
– L’essenziale è invisibile agli occhi! – riuscì ancora a gorgogliare il riccio, prima che l’aquila e la iena, nel contendersene il corpo, lo squarciassero a metà.
Il cielo si oscurò di nubi nere e nella notte in pieno giorno piovvero le stelle.
Di seguito, il dottor Mallus artigliò le spalle della donna sollevandola fin dentro il proprio nido. La donna, sotto shock, immaginò di essere soltanto una carcassa inanimata in balia dei predatori. Il medico spiegò compiutamente la sua regale apertura d’ali, mentre la iena ridacchiava e Nilde sondò dimensioni che non aveva mai creduto esistenti. Infine, sentì un bestiale frullar di piume quando, stanco e sudato, Mallus si adagiò sulla bobina di tessuto che le loro evoluzioni avevano fatto rotolare sul pavimento, sprofondando in un russare soffocato. Poco più oltre, anche la iena, aveva appena raggiunto l’orgasmo masturbandosi adagiata sulla scrivania.
Approfittando del sopore post-coitale che obnubilava i suoi aguzzini, Nilde caracollò fuori dalla cantina, seppure incespicando ogni tre passi, e lentamente giunse al piano superiore.
Il riccio, terrorizzato, le si fece incontro, cercando rifugio nell’antro caldo e umido del Monte Calvo.
– Ma… com’è possibile? N-non eri morto?!?!
Invece della risposta, poco per volta, emerse dal silenzio un pigolio di fondo, un urlo che cresceva attimo per attimo d’intensità. Nilde si portò le mani alle orecchie e corse fuori dalla casa, cadendo dal divano.

*

– Sogno, *portami via con me* – sussurrò al cervello ancora intorpidito, mentre cercava di orientarsi, tirandosi a sedere sul tappeto della sala.
Aprire gli occhi fu un’impresa titanica: mezzo flacone di Valium… forse aveva esagerato, ma il bisogno disperato di dormire aveva avuto priorità assoluta.
Sentì gli aculei del suo riccio carezzarle un piede.
– Piccolo principe… vieni qua, sapessi che incubo… Villa Occulta: ma come m’è venuto in mente?!
Poi l’illuminazione: ma certo! L’articolo che aveva letto sull’Espresso il giorno prima! Villa Certo-sa. Silvio e Silvio: eh, stupefacenti i grimaldelli dell’inconscio.
Strinse il mammifero al petto, guardandosi attorno per controllare che tutto fosse in ordine nel ventre dell’appartamento.
La colse l’inquietudine: qualcosa non se n’era andato insieme al sogno, ma cosa?
Il dubbio d’un secondo, ché l’urlo giunse penetrante al nervo statoacustico. Balzò in piedi, ciò nondimeno un impetuoso conato di vomito la sospinse in bagno. Accanto al cesso l’urlo era più forte: probabile trovasse un varco risonante lungo la colonna degli scarichi.
Dal piano sottostante. Sì.
Il flusso dei pensieri e dei conati s’interruppe, quando per strada il sibilo d’una sirena crebbe d’intensità, fino a fermarsi presso il suo stesso condominio, scortato dallo stridere di freni. Rumori concitati per le scale, poi l’urlo che le scende, chissà se in braccio o se in barella.
Nilde s’affacciò alla finestra sulla strada, in tempo per vedere la bambina del piano di sotto, caricata a forza sull’autoambulanza. Il grido spalancato si richiuse, assieme ai portelloni posteriori.

*

Gettando innanzi coriandoli di quiete innaturale, la donna tornò in bagno.
Nel silenzio del riflesso, osservò il particolare turgore dei seni allo specchio. Strano, pensò.
Già. Strano.
No.
Nooo…
Non poteva essere! In preda ad una trista frenesia, si precipitò dal farmacista, tre isolati oltre l’incrocio, e ritornò di gran carriera verso il proprio appartamento, stringendo nelle mani grondanti di sudore un test di gravidanza. Qualche minuto dopo due striscette rosa parallele sancirono l’imprevedibile: era incinta.
Continuò a fissare il bastoncino mentre rimuginava ‘rosa, come la rosa del piccolo principe…’ e a stento si trattenne dall’impulso d’ingoiare il test. Si rifugiò in camera, nell’accogliente nicchia formata dalle coperte del suo letto: come poteva essere? Più d’un ginecologo ero stato chiaro: la sua malformazione congenita… l’utero impalpabile, fumoso… sterile al punto da precluderle a priori qualsiasi sogno di maternità.
Si rannicchiò il silenzio al petto e, qualche attimo dopo, iniziò a sentirlo.
Non il silenzio. L’urlo.
Tutto attutito dalle carni, ma tangibile nel suo terrificante acuto ininterrotto. Dentro di lei.
Dentro.
Di.
Lei.

*

Munse l’altra metà del flacone di Valium, davanti allo specchio del bagno.
Quindi guardando il suono nel riflesso, schiuse le labbra immaginandosi mero amplificatore di segnale: la voce viscerale si straziò nell’urlo. Pensiero ventriloquo. Cassa di risonanza.
Guardò le grida uscire e rimbalzare sulla superficie priva d’appigli dello specchio.
– L’essenziale è invisibile agli occhi – disse, senza mai smettere d’urlare. 
 

2 Comments on "Malos Mannaja, Stefano Giorgio Ricci: Mondi Impossibili? (2)"

  1. col fiato corto… così si arriva alla fine della lettura. ecco.
    ma come vengono in mente simili esilaranti cose?
    e come le avete scritte, qual’è stata la procedura con la quale avete unificato le due voci?
    mi incuriosisce.
    dirvi bravissimi è banale
    ma lo(s) dico lo stesso.

  2. Quasi come un gioco:invio, con frammento…ricezione ed aggiunta di seguito…all’infinito nel divertimento più assoluto…
    con Malos è tutto più facile: Il talento della semplicità, complicato dalla grande genialità di maestro senza limiti…
    Mi rimane il ricordo del divertimento e dell’attesa.

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