La Versione di Giuseppe – nota critica di Loredana Savelli

Scrivo alcune righe per gratitudine di lettrice nei confronti di questi ventuno splendidi poeti che hanno omaggiato la figura di don Tonino Bello e anche in qualità di “persona informata dei fatti” perché tra il 1982 e il 1993 abitavo a Molfetta, città di cui don Tonino fu vescovo, fino all’anno della sua morte (appunto il 1993). Davanti alla ricchezza sgorgata dalle sue parole in quel leccese così gradevole, persuasivo e deciso, don Tonino non potrebbe trattenere sorrisi straordinariamente aperti, mentre gli occhi, dimessi, si stringerebbero di più per la commozione. Ciò che hanno compiuto questi poeti notevoli è lasciar risuonare lentamente il canto di don Tonino disteso sul mondo, la sua innocente astuzia, la sua poesia. Ecco dunque le loro voci, ciascuna raffinatissima nel suo personale registro, elevarsi come controcanto alla voce di don Tonino. Fernanda Ferraresso canta elegiaci lamenti per il corpo oltraggiato, esposto, sconosciuto in questa nostra oscena civiltà dell’immagine: “esposti corpi non ancora raggiunti che prestiamo/senza paura né coraggio alle mani del silenzio”… Margherita Ealla riveste con un’acuta metafora, pregna di rimandi simbolici, i materiali, i gesti e gli arnesi dell’antico mestiere di falegname: “un nodo di tempo/ chiude il passaggio/ un cerchio del tronco./ Fa il segno”. Iole Toini, con tono deciso, afferma: “Perdono è chiedere alle mani che raccolgano/noi nel nostro grano”: limpido messaggio, quasi spietato. E poco prima, con tono sapiente: “Ricca è la pazienza dell’inverno, nei vecchi/che hanno secchi gli occhi; ricco il tenersi indosso/cose vecchie” Vincenzo Mastropirro, nella lingua di Ruvo (qui in traduzione), sentenzia: “ Il mondo è una ruota/che gira senza fermarsi mai.//Facciamola girare bene, sogniamo sempre/e diamoci la mano tutti insieme per non cadere/per non cadere sul niente.” Il volto di don Tonino si illuminerebbe paternamente davanti a tanta saggezza popolare, a cui lui stesso ha attinto. “Ovunque/pare stia vincendo il male./Ma forse non è vero e c’è chi ama/davanti a un forno mentre cuoce il pane”: così Cristina Bove si abbandona ai ricordi di un’infanzia desiderabile, l’infanzia dell’umanità con la sua intrinseca purezza, che ci sfugge e ci ammonisce allo stesso tempo. Stupendi i quadretti di Fernando Della Posta, per esempio la “parabola” della costruzione della prima chitarra in un ambiente caro ai cristiani, il deserto, con le carovane, i berberi, e quel calore umano che ancora scalda i secoli: “Vi racconto di quel berbero e suo figlio,/ che costruì tra i primi una chitarra”. Dice Domenica Luise: “tutti vorremmo/lasciare qualcuno o almeno qualcosa: un figlio/un amico, una poesia”. Ritengo che don Tonino abbia lasciato ben di più, come attesta lo stupore di questa poetessa. E Abele Longo :“chi è braccato impara a spargere tracce”. Si può ben dire riguardo i testimoni e i martiri (perciò anche di Giuseppe, il fuggitivo), e il pensiero si estende a don Tonino, braccato da chi ne temeva il carisma. Ma non braccato dai braccati, che anzi cercava, offrendo riparo nel palazzo vescovile e scorazzando con loro sulla sua utilitaria. “Ai tempi delle botteghe”, dice sempre Abele Longo, “l’amore/ contava i rintocchi del ciabattino/prima che la notte lo sorprendesse/con i chiodi ancora tra le gengive”: immagini che evocano dolori umani e immani, divinizzati per sempre attraverso il sacrificio di Cristo. Giancarlo Locarno dà voce al silenzio dei tanti Giuseppe: “dopo tanto silenzio/le parole risaliranno da sole/scostando questa luce da eclissi di sole. Non è il sole (verrebbe da aggiungere) che si è eclissato, sono i nostri silenzi a moltiplicare le ombre. Gli fa eco Nina Maroccolo: “Questo è il dramma del dire, del troppo dire./La verità nel silenzio…” Poi accenna alla follia omicida e, più direttamente, infanticida: “Ancora bambini tra la bussola e le tenebre” e poco più in là: “Viviamo gli ingranaggi del calcolo, Giuseppe”. Commovente il rimpianto di Giuseppe di non potere essere madre, di non potere “seppellire un figlio non putativo”, lui, “maschera sudata di tutte le storie” (Pasquale Vitagliano). Antonella Montagna rievoca la marcia della pace compiuta da don Tonino nel dicembre 1992 in una Sarajevo in guerra, con i seguaci, i 500 “pazzi”, “solo i pazzi”, “corpi di pace/per la pace”. Da don Tonino si passa di nuovo alla fulgida figura di Giuseppe, dipinta da Anna Costalonga, immortalato nell’attimo del sì: “Tu Giuseppe prendesti Maria// E fu un piovere petali/e segatura”. Prega a tu per tu col Padre Simonetta Bumbi, con parole sincere e leggere come quelle di un bambino: “vorrei avere più mani, per ricordarmi che l’esistenza è un girotondo, e meno tasche in fronte, per apprezzare del finito il suo giogo, senza vivere con la speranza del ritorno…” Malos Mannaja, con una scrittura originale, carica di un certo sarcasmo e di autoironia, giocata sugli equivoci di senso delle parole e sulla loro scomposizione, così descrive il suo sogno: “M’apparve Dio, ritratto mentre usciva a prendere le sigarette/il giorno del *Big Bang*/lasciando il gas aperto in universo”. E conclude, confessando: “Ebbene sì: per sopravvivere/m’aggrappo a uno sberleffo a te”. Carmine Vitale: “Ma è nel cuore che non posso entrare/E’ stato chiuso/Come un locale pronto alle ferie” (come a dire: attenzione, ci stiamo giocando la vita) e poi: “Qualche giorno fa per strada ho pensato/Che non morivo da parecchio”). Si leva alta la voce di questi poeti, sentinelle del mattino (per richiamare il titolo di un altro scritto di don Tonino), ad allertarci prima che sia tramontato il giorno. Stefano Giorgio Ricci in “Carezze trattenute” liricamente afferma: “Acqua, pane, vino attraversano l’uscio,/socchiuso al viandante, /facendosi mano/ che carezza spezza versa/ straripando le periferie degli ultimi”. Sembra di riascoltare le omelie di don Tonino, la sua voce ha attraversato il caleidoscopio delle anime di questi poeti e ne è uscita con riflessi multicolori, liberi, con una luce moltiplicata. Annamaria Ferramosca vagheggia il “tempo del riparo”, il “ritorno della cucitura/che guarisce lo strappo grido/della sedia appena reimpagliata/ che vorrebbe ancora germogliare/ ma parlerà solo di attesa/ a chi vi si riposa”. L’antico mestiere del falegname è qui invocato come ombrello che protegge le cose (e le anime) dal degrado inarrestabile. Marilena Cataldini torna sul tema delle parole inutili (come non pensare al silenzioso Giuseppe?): “Troppe parole furono date al Dio/perché con certezza/indicasse la strada”. La conclusione è ecumenica: “Ma quando egli le restituì/non erano più le stesse/ma altre cose/ e per altri uomini/che mai prima/gliele avevano chieste”. Antonio Sabino apre al tema della schiavitù moderna, affermando paradossalmente: “e forse meglio era essere schiavi antichi/nati/dentro la casa o comprati piccini”. La schiavitù moderna, si potrebbe considerare, oltretutto ci trova inconsapevoli. Infine Doris Emilia Bragagnini così conclude: “C’è un piccolo dono per la festa nei campi/forse un nome da stella, senza ciuffo ribelle”. E riecheggia il suono del cognome di don Tonino, Bello. Invito tutti a questo nutriente banchetto nel nome di don Tonino, uomo solido (e anche buona forchetta!) che non smette di elargire il suo insegnamento “dolce”, “teporoso”, che regala “messi di risposte” (cito ancora Bragagnini). Particolare non insignificante, gli autori si presentano in modo spigliato e semplice, parlando in prima persona, alcuni scoprendo il loro “vizio” (scrivere, curarsi con la scrittura) e nessuno esibendo titoli e riconoscimenti. Anche in questo si concretizza la “lezione” di don Tonino, la sua autentica umiltà, il suo volersi confondere per crescere insieme agli altri, corresponsabilmente. Grazie anche al curatore, nonché autore, Abele Longo.

11 Comments on "La Versione di Giuseppe – nota critica di Loredana Savelli"

  1. Cara Loredana, l’insonnia mi ha stanata dal letto e ci ho senz’altro guadagnato leggendo questa tua bellissima nota dove, con acutezza, cogli un tocco genuino di ogni poeta che ha partecipato a questo libro. Non era impresa di piccolo calibro. Io sto aspettando ancora il libro, speravo ieri, ma niente ancora, uffa. Questo stretto di Messina da attraversare diventa un oceano. Conto di presentarvi uno per uno sul mio blog, insomma, faccio quel poco che posso secondo le forze. Vi faccio tante congratulazioni affettuose, la poesia dovrebbe diffondersi a macchia d’olio, specialmente quella di valore.

  2. Complimenti per la bellissima recensione, uno splendido concerto di voci personalissime. testi che emanano grande forza e spessore interiore. Ammirata ed estasiata.
    Mirella Crapanzano

  3. È più di una recensione questa, è qualcosa che ci unisce ulteriormente in questo pane della parola che si è fatto poesia nel nome di una ricerca di senso comune, attorno al nome e al pensiero di don Tonino. Assistere al propagarsi delle onde circolari dovute alla lettura del libro è davvero “Bello”. Grazie per questo dono Loredana, un modo complementare di essere con noi proprio nello spirito che ti è piaciuto: semplice e direttamente vicino.
    Davvero un piacere leggerti.

    Doris

  4. Com-movente. Appunto. Grazie.
    PVita

  5. vincenzo mastropirro | settembre 13, 2011 at 14:04 | Rispondi

    …che bella lettura, grazie davvero Loredana
    v

  6. Il libro l’ho ricevuto prestissimo e prestissimo l’ho anche distribuito a destra e a manca, in tutte le direzioni in cui la voce poteva moltiplicarsi.Ringrazio anch’io Loredana Savelli che da ogni spicchio di questo frutto ha preso e offerto il succo essenziale. ferni

  7. Molto sentita e attenta questa nota critica che sottolinea la coralità del poemetto “La Versione di Giuseppe”. Un dono poetico che rischiara i giorni suggerendo sentimenti nuovi e al contempo antichi quali la semplicità, l’innocenza; che scalda il nostro vivere infreddolito e spoglio con l’umiltà del quotidiano vissuto con amore e dedizione, come l’opera che più ci impegna, come servizio.

    Grazie Loredana!

    Un saluto a tutti i partecipanti,

    Rosaria Di Donato

  8. una lettura a piccoli densi sorsi, la tua, Loredana, che sembra averti con-mosso. ti ringrazio. soprattutto per aver messo al centro la semplicità -umiltà di don Tonino. il resto è stato solo un balbettare in coro, cercando inutilmente di emulare, ma con indicibile nostra gioia.
    annamaria

  9. Commozione, sì, perché questa lettura attenta e partecipe viene da una “persona informata dei fatti”. Il video che ho proposto dà un’idea di quegli anni che Loredana ha vissuto a Molfetta, una piccola dedica per ringraziarla del dono preziosissimo
    abele

  10. Loredana Savelli | settembre 15, 2011 at 06:33 | Rispondi

    Grazie a voi, cari poeti. Leggere i vostri meravigliosi scritti mi ha riaperto una voragine di ricordi e con il video (e gli altri ad esso collegati, presenti su youtube) ho avuto l’occasione di superare quella specie di blocco psicologico che mi teneva lontana dall’immagine fisica di don Tonino, dalla sua voce. Certi dolori o rimpianti se ne stanno buoni in certe profondità, ma quando riaffiorano hanno l’identica forza, sono vivi.
    Vi ringrazio, quindi, anche per avermi voi dato la possibilità di dialogare con certe mie zone interiori, in relazione a posti che ho “abbandonato”, persone che non vedo più, anni che ricordo pregni di promesse (e non solo perché ero giovane).

    Un abbraccio a tutti e a risentirci presto
    Loredana Savelli

  11. monica martinelli | settembre 16, 2011 at 21:44 | Rispondi

    Davvero una bellissima e viva testimonianza questa di Loredana, scritta con passione, grande sensibilità e commozione.
    E un ringraziamento a tutti i partecipanti a questo evento che mi hanno dato la possibilità di conoscere Don Tonino Bello!
    saluti
    monica

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