Faden Kele – FESTIVAL IL MONTESARDO

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FESTIVAL IL MONTESARDO

Dodicesima edizione, 2011

Regione Puglia, Città di Alessano, Accademia di Terra d’Otranto

26 AGOSTO – Massarone di Montesardo, ore 20.30

Faden Kele

liberamente tratto dal romanzo “Allah non è mica obbligato” di Amadou Kouruma

testo e regia di Paola Surace

interpretato da Abou Tourè

 musiche Giulio Candiolo, Patrizia Conversi,

prodotto da Affabulazione

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ALLAH NON È MICA OBBLIGATO
( – un brano del romanzo – )Ahmadou Kouruma
(…) La notte in cui nacque mia madre, mia nonna era troppo indaffarata anche a causa dei brutti segni che apparivano un po’ dovunque nell’universo. Quella notte c’erano troppi brutti segni in cielo e in terra, come gli ululati delle iene sulla montagna e i versi dei gufi sui tetti delle capanne. Tutto questo per predire che la vita di mia madre sarebbe stata terribilmente e sfortunatamente sfortunata. Una vita di merda, di sofferenza, da dannata, ecc.
Balla ha detto che i sacrifici offerti non sono bastati a cancellare tutta la cattiva sorte della mamma. I sacrifici, non è detto che Allah e i mani degli antenati li accettino sempre. Allah fa quello che vuole, non è obbligato ad acconsentire (acconsentire significa dare il proprio accordo) a tutte le preghiere dei poveri umani. I mani fanno quello che vogliono, non sono obbligati a star dietro a tutti i problemi di chi prega.
A me, Birahima, la nonna mi adorava, come il prediletto. Mi voleva più bene che a tutti gli altri nipotini. Ogni volta che qualcuno le dava delle zollette di zucchero, dei manghi dolci e saporiti, delle papaie e del latte, erano per me e per me soltanto: non li mangiava mai. Li nascondeva in un angolo della capanna e me li dava quando rientravo tutto sudato, stanco, assetato, affamato come un vero ragazzaccio di strada.
La mamma, quando era giovane, vergine e bella come un bijou, viveva in un villaggio dove il nonno trafficava in oro e dove c’era un gran numero di mercanti d’oro, banditi che stupravano e sgozzavano le ragazzine non ancora escisse. Per questo motivo lei non ha aspettato a lungo. Non appena il vento caldo del deserto ha iniziato a soffiare, è tornata ai villaggio per partecipare all’escissione e all’iniziazione delle ragazzine, che ha luogo una volta l’anno, quando soffia il vento del Nord.
Nessuno nel villaggio di Togobala sapeva in anticipo in quale posto della savana avrebbe avuto luogo l’escissione. Fin dalle prime luci dell’alba le ragazzine escono dalle capanne. E così, in fila indiana, entrano nella boscaglia e camminano in silenzio. Giungono sul luogo dell’escissione proprio al sorgere del sole. Non c’è bisogno di trovarsi sul luogo dell’escissione per sapere che, laggiù, si taglia qualcosa alle ragazzine. Hanno tagliato qualcosa a mia madre, e purtroppo il suo sangue non ha smesso di uscire. Il suo sangue zampillava come un fiume che straripa dopo il temporale. Tutte le sue compagne avevano smesso di sanguinare. Quindi la mamma doveva morire sul luogo dell’escissione. E così, è il prezzo che va pagato ogni anno a ogni cerimonia d’escissione, il genio della boscaglia si prende una delle escisse. Il genio la uccide e la considera come un sacrificio. Viene sotterrata sul posto, là nella boscaglia, sul luogo dell’escissione. Non è mai una di quelle brutte, è sempre fra le più belle, la più bella escissa. La mia mamma era la più bella fra le ragazzine della sua generazione; è per questo motivo che il genio della boscaglia l’aveva scelta per la morte.
La maga mutilatrice apparteneva alla razza dei Bambara. Nel nostro paese, lo Horodugu, ci sono due razze: i Bambara e i Malinké. Noi che siamo delle famiglie Kourouma, Cissoko, Diarra, Konaté ecc., siamo Malinké, Dioulé, musulmani. I Malinké sono stranieri; sono venuti dalla valle del Niger da tempi molto lontani. I Malinké sono brave persone che hanno ascoltato le parole di Allah. Pregano cinque volte al giorno; non bevono vino di palma e non mangiano né maiale né selvaggina sgozzata da un cafro stregone come Balla. In altri villaggi gli abitanti sono Bambara, idolatri, cafri, miscredenti, fattucchieri, selvaggi, stregoni. I Bambara talvolta vengono anche chiamati Lobi, Senufo, Kabiè ecc. Erano nudi prima della colonizzazione. Li chiamavano “uomini nudi”. I Bambara sono i veri autoctoni, i veri antichi proprietari della terra. La mutilatrice era di razza bambara. Si chiamava Moussokoroni. E Moussokoroni, vedendo la mia mamma che stava sanguinando, che stava morendo, ha provato pietà perché mia mamma a quel tempo era troppo bella. Molti idolatri non conoscono Allah e sono sempre troppo cattivi, ma alcuni sono buoni. La mutilatrice aveva buon cuore e ha lavorato. Con la sua arte magica, le adorazioni, le preghiere, è riuscita a strappare la mia mamma al cattivo genio assassino della boscaglia. Il genio ha accettato le adorazioni e le preghiere della mutilatrice e la mia mamma ha smesso di sanguinare. E’ stata salvata. Il nonno e la nonna, tutti erano contenti al villaggio e tutti volevano ricompensare, pagare profumatamente la mutilatrice; lei ha rifiutato, ha rifiutato con fermezza. Non voleva denaro, né bestie, né cola, né miglio, né vino, né vestiti e nemmeno cauri (cauri è una conchiglia originaria dell’Oceano Indiano che ha avuto e ha tuttora un ruolo importante nella vita tradizionale e che serve in particolare come moneta di scambio). Perché lei trovava che la mia mamma fosse troppo bella; e allora voleva darla in sposa a suo figlio. Suo figlio era un cacciatore, un cafro, uno stregone, un idolatra, un fattucchiere, un cafro al quale non si doveva mai dare in sposa una pia musulmana che leggeva il Corano come la mamma. Tutti al villaggio hanno detto di no. La mamma l’hanno sposata a mio padre. Perché mio padre era il cugino della mamma; e perché era il figlio dell’imam del villaggio. Allora sia la maga mutilatrice sia suo figlio, che era anche lui stregone, si sono entrambi molto arrabbiati, troppo arrabbiati. Hanno fatto il malocchio alla gamba destra della mia mamma, un koroté (significa, secondo l’Inventario delle particolarità lessicali, veleno che agisce a distanza sul bersaglio stabilito), un gibò (significa feticcio con influenze malefiche) troppo forte, troppo potente.
Quando la mamma si è sposata e ha iniziato la sua prima gravidanza, un punto nero, un piccolo punto nero è germogliato sulla sua gamba destra. Il punto nero ha iniziato a far male. L’hanno bucato. Si è aperta una piccola piaga; è stata curata; non è guarita. Ma ha iniziato a mangiare il piede, e poi il polpaccio
Senza perder tempo sono entrati da Balla, sono andati dai maghi, i veggenti, i marabutti; tutti hanno detto che sono stati la mutilatrice e suo figlio a gettare il malocchio. Sono andati nel villaggio della mutilatrice e di suo figlio. Era troppo tardi.
Nel frattempo la mutilatrice era morta, era bell’e morta e bell’e sotterrata. Suo figlio il cacciatore era malvagio; non voleva sentire nulla, capire nulla, accettare nulla. Era davvero cattivo, come un vero idolatra, un nemico di Allah.
La mamma ha partorito la mia sorella più grande. Quando la mia sorella più grande ha cominciato a camminare e ad andare a fare la spesa, siccome la ferita continuava a marcire, la mamma è stata portata all’ospedale del circondario. Era prima dell’indipendenza. Nell’ospedale c’era un medico bianco, un tubab con tre galloni sulle spalle, un medico africano che non aveva galloni, un ufficiale medico, una levatrice e molti altri neri che indossavano camici bianchi. Tutti i neri con i camici bianchi erano funzionari pagati dal governatore della colonia. Ma per far sì che un funzionario sia buono con il malato, il malato portava un pollo al funzionario. E’ sempre stata questa l’abitudine in Africa. La mamma ha regalato polli a cinque funzionari. Tutti sono stati buoni con la mamma, tutti hanno curato bene la mamma. Ma la ferita della mamma, con la fasciatura e il permanganato, invece di guarire continuava a sanguinare molto e a marcire troppo. Il medico capitano dice che bisogna operare la gamba della mamma, tagliarla al ginocchio e gettare tutto il marcio ai cani delle discariche. Per fortuna l’ufficiale medico, a cui la mamma aveva regalato un pollo, è venuto nella notte ad avvertire la mamma.
Le ha detto che la sua malattia non è una malattia da bianco, è una malattia da africano nero negro e selvaggio. È una malattia che la medicina, la scienza del bianco non poteva guarire: “La stregoneria del guaritore africano può chiudere la tua ferita. Se il capitano ti opera la gamba, morirai, morirai completamente e totalmente, come un cane” ha detto l’ufficiale medico. L’infermiere era musulmano e non poteva mentire.
Il nonno ha pagato un asinaio. Nella notte, al chiaro di luna, l’asinaio e il guaritore Balla sono andati all’ospedale e, come dei briganti, hanno portato via la mamma. L’hanno portata lontano nella boscaglia prima che facesse giorno, l’hanno nascosta sotto un albero in una folta foresta. Il capitano si è arrabbiato, è venuto in divisa militare con i suoi galloni e con le guardie tutt’intorno al villaggio. Hanno cercato la mamma in tutte le capanne del villaggio. Visto che nessuno sapeva in che punto della boscaglia l’avevano nascosta, non l’hanno trovata.
Quando il capitano e le sue guardie sono andati via, il guaritore Balla e l’asinaio sono usciti dalla foresta e la mamma è rientrata nella sua capanna. Lei ha continuato a camminare a strattoni sulle due chiappe. Faforò (cazzo di mio padre) ! Ora erano tutti convinti che l’ulcera della mamma era una malattia da indigeno africano nero. E non poteva essere curata da nessun fattucchiere. Stavano dunque per mettere insieme noci di cola, due polli, uno bianco e uno nero, e anche un bue. Andavano a portare tutti quegli oggetti sacrificali al figlio della mutilatrice che con sua madre, per gelosia, aveva gettato il malocchio, il koroté, contro la gamba destra di mia madre. Si andava a chiedergli perdono, di ritirare il maleficio, il gibò. Erano pronti.
Ma ecco che, sorpresa generale, il mattino prestissimo, si vedono arrivare tre vecchi del villaggio della mutilatrice. Erano autentici anziani fattucchieri, non musulmani. I loro bubù erano disgustosi, erano brutti e sporchi come il buco del culo della iena. Sgranocchiavano così tante noci di cola che due avevano le mascelle nude, completamente, come le chiappe di uno scimpanzé. Anche il terzo aveva le mascelle nude, tranne quella di sotto che aveva due zanne verdastre come feticci. Masticavano così tanto tabacco, che le barbe erano rossastre come i peli del grosso ratto della capanna della mamma e non bianche come quelle dei vecchi musulmani che fanno cinque abluzioni al giorno. Avanzavano come lumache, cadenti sui bastoni. Erano venuti con noci di cola, due polli, uno nero e uno bianco, e poi un bue. Erano venuti a chiedere perdono a mia madre. Perché il figlio della strega, il cacciatore troppo cattivo, era morto. Anche lui. Con il suo fucile aveva voluto uccidere un bufalo-genio nella boscaglia profonda. Il bufalo l’ha incornato, poi sbattuto qua e là prima di gettarlo a terra, di calpestarlo e di ucciderlo definitivamente con tutti gli intestini e le interiora nel fango.
Era tutto talmente brutto e spaventoso che sono andati a trovare gli indovini e i veggenti che dicono la verità. E tutti quegli indovini e veggenti hanno detto che il bufalo cattivo non era altro che un avatar (avatar significa mutazione, metamorfosi) di mia mamma Bafitini. Come dire che mia mamma si era trasformata in un bufalo cattivo. Era la mia mamma che aveva ucciso e mangiato le anime della donna che praticava le escissioni e di suo figlio (mangiatore di anime significa autore della morte, che si suppone abbia consumato il principio vitale della sua vittima, secondo l’Inventario delle particolarità). La mia mamma era la più grande strega di tutto il paese: la sua stregoneria era più forte della donna delle escissioni e di suo figlio. Era il capo di tutti gli stregoni e mangiatori di anime del villaggio. Ogni notte insieme con altri stregoni mangiava le anime e l’ulcera della sua gamba. Nessuno al mondo sapeva guarire quell’ulcera putrefatta. Ecco perché la piaga non avrebbe mai potuto guarire. Era lei stessa, mia madre, che voleva camminare sulle chiappe con la gamba destra per aria per tutta la vita, perché la notte le piaceva mangiare le anime degli altri e divorare la piaga putrefatta. Walahé (nel nome di Allah) !
Quando sono venuto a sapere tutto questo, quando ho saputo della stregoneria di mia madre, quando ho saputo che si addentava la gamba putrefatta, ero così sorpreso, così disgustato, che ho pianto, ho pianto fin troppo, quattro giorni e quattro notti. Il mattino del quinto giorno me ne sono andato dalla capanna, deciso a non mangiare più con la mamma. Tanto… tanto la trovavo vomitevole.
Sono diventato un ragazzo di strada. Un vero ragazzo di strada che dorme con le capre e che rubacchia qua e là nelle concessioni e nei campi per mangiare.
Balla e la nonna sono venuti a prendermi nella boscaglia e mi hanno riportato a casa. Mi hanno asciugato le lacrime: mi hanno detto di raffreddare il cuore (raffreddare il cuore significa placare il sentimento di collera e di dolore), e hanno detto che la mamma non era, non poteva essere una strega. Dato che era musulmana. I vecchi Bambara non musulmani erano dei bugiardi di prim’ordine. Quello che mi hanno detto Balla e la nonna non mi ha convinto per niente, era troppo tardi. Un peto uscito dal sedere non si riacchiappa più. Continuavo a guardare la mamma con la coda dell’occhio, con la diffidenza e l’esitazione nel ventre, come dicono gli africani, e nel cuore, come dicono i francesi. Avevo paura che un giorno avrebbe mangiato la mia anima. Quando ti mangiano l’anima, non puoi più vivere, muori di malattia o di qualche accidente. Di una qualsiasi morte violenta, gnamokodé (bastardata) !
Quando la mamma è morta, Balla ha detto che non era stata mangiata dagli stregoni. Perché lui, Balla, era un indovino, un fattucchiere che scopriva gli stregoni, che conosceva gli stregoni. La nonna ha spiegato che la mamma era stata uccisa solo da Allah con l’ulcera e le troppe lacrime versate. Perché lui, Allah, dal cielo fa quello che vuole; non è obbligato a fare giuste tutte le cose di quaggiù.
Da quel giorno, ho saputo che avevo fatto del male alla mamma, molto male. Del male a una handicappata. La mia mamma non mi ha detto niente, ma è morta con la cattiveria nel cuore. Avevo la sua maledizione e dannazione. Non farò mai niente di buono sulla terra. Non varrò mai niente in questo mondo. (…)


(Brano tratto dal romanzo Allah non è mica obbligato, Edizioni e/o, Roma, 2002)

http://www.sagarana.net/rivista/numero15/spazio3.html

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