Francesco Tontoli: Jazz

Valerie Vescovi


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Entrai, entrammo tutti e cinque.

Dentro c’era una nebbia spessa e densa a causa del fumo delle sigarette. Qualcuno dei miei amici tossì per sottolineare il fastidio della cosa.

continua qui

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8 Comments on "Francesco Tontoli: Jazz"

  1. Immagino un po’ tutti abbiamo avuto il nostro periodo jazz (allora e spero non ancora lo pronunciavamo gezz). Come dice giustamente Francesco: “Il jazz è una musica bellissima e crudele, che opera una selezione darwiniana tra i suoi adepti. Ognuno tende a migliorarsi con altri che ritiene migliori, e chi non è all’altezza viene allontanato e isolato.” Io l’ho scoperto da ragazzo ascoltando alla radio un programma a puntate dedicato a Duke Ellington. Studiavo pianoforte allora (il clavicembalo ben temperato di Bach fu il mio apice), e quando sbarcai alle lezioni di civiltà musicale afroamericana al dams di Bologna, pensavo seriamente di fare jazz. Superai brillantemente l’esame (ricordo che tra i miei appunti avevo riportato religiosamente le espressioni usate dal mitico prof per descrivere il legame tra il blues e l’atto sessuale), ma la mia selezione come pianista cominciò non appena ebbi modo di ascoltare una ragazza del corso che contraddiceva palesemente quanto cantava Paolo Conte: Le donne odiavano il jazz /non si capisce il motivo”/du-dad-du-dad
    Mi scuso per questa digressione, Francesco, ma te la sei cercata 🙂 Il tuo racconto andrebbe letto dai ragazzi che vogliono avvicinarsi al jazz e saperne di più sui misteri dell’amore.
    abele

  2. Molto piaciuto questo racconto in cui Francesco racconta una serata all’insegna del jazz ma con sguardo vigilassimo all’impatto “ambientale” vissuto dai compagni d’uscita, privilegiando nella descrizione quello subito dalla componente femminile. Francesco si aggira nel ricordo con fare felpato e non si lascia sfuggire nulla, con agile noncuranza ci rende le note della sua passione per questo genere musicale, ci porta per mano in un’atmosfera fumosa e vibrante. Da tempo chiedevo a Francesco ancora qualcuno dei suoi racconti, avendolo recentemente scoperto anche come narratore (e non “solo” poeta): grazie!

    Doris

  3. Salve a tutti,
    partecipo per la prima volta a questo blog e volevo subito lasciare la mia su questo racconto che ritengo ben scritto (anche se trattasi di un genere narrativo “troppo poco metaforico” per piacermi del tutto…) Sarà anche il tema; sai, io sono sardo e in Sardegna il jazz spopola da anni ormai (Paolo Fresu è una star), da queste parti sembra quasi che chi ambisca allo status di intellettuale (ihihih) non possa fare a meno di apprezzare il jazz… che se dici: “Ma che palle il jazz, e soprattutto che palle i pecoroni che stanno là ad ascoltare senza capirci una mazza!” sei tagliato fuori!
    Allora io dico che non mi piace, dico che è troppo lontano dalla mia cultura: sarebbe come immaginarsi un ballo sardo ballato dai neri di New Orleans, o una danza Navajo fatta da qualche siberiano in mezzo alla neve, o un rito vodoo strillato dagli eschimesi al polo nord… Credo sia qualcosa di nicchia, credo sia qualcosa che se invasa e avvelenata dalla massa e dal consumismo perda ogni motivo di essere…

    Ma questo è solo l’occhio di un giovane ribelle!

    🙂

  4. Ringrazio Abe per aver accolto su wordpress, un’umana ed arguta penna che nulla mai a nessuno ha chiesto e presumibilmente mai nulla nemmeno a se stesso.Ero al corrente da tempo del viscerale amore pastoralmente ‘sessuale’ di Francesco per il jazz, egli stesso, un buon Plettro a tracolla. Questo delicato reportage di una serata da lui promossa con intenti didattico-promulgativi finalizzati a sensibilizzare i suoi astanti verso questa musica ‘altra’ che ci affabula, ebbene, è stato un tripudio per la mia gola da tempo assetata di inediti stupori. La sincerità di Francesco, snidificandosi, ora si offre a noi nuda e disarmante; un omaggio in fondo-che egli dona con quella percettibile e rara modestia che sostanzia lo spessore qualitativo dei ‘grandi’-, alla sua percorrente crescita di uomo, di padre e di musicista. Egli, con queste coinvolgenti righe rinvenute con rimandi vagamente amarcord, vuol improvvisarci un nostalgico combo strumentatoci di testa, cuore e pancia. Ci invita a divaricare concettualmente, l’apparente incomunicabilità di queste note impennanti, febbrili, sincopate, virtuose, acide e, storicamente, raramente speculative. Questa sorta di sentimentale ‘elzeviro’ musicale di Francesco, sono convinto che riuscirà a far riflettere persino le anime più avulse o disinformate in merito a questa musica, musica la quale, dagli esplosivi albori folcloristici del Ragtime, poi seppe negli anni radicalizzarsi globalmente, germogliando altri promettenti butti, generatori di altri colti ed unforgettable spartiti. Il jazz, per ragioni sue profonde, altro non può fare che eleggere discriminatoriamente fra le sue fila, accoliti muniti di cuore ‘a prescindere’, nonchè dotati di affinati timpani imprescindibilmente d’ordine ‘intellettuale’.Quel mioclonico punta-tacco, ipnoticamente battuto e ritmato a terra dal suo rapito ascoltatore, ho ragion di credere che per Francesco-aldilà del senso ineffabile della seduzione musicale cui lui ne fu fortunosa vittima- possa esser considerato un dato proiettabile anche nella sua vita; una vita votata alla veicolabilità di una socialità ‘ragionata’ e indifferenziatamente declinata a discernerne, e pertanto poi ragionevolmente giustificare, ogni più sofferto o semplicemente disparato, landscape esistenziale. (Bro, 10 e lode con la +)

    g

  5. Bravo Francesco, bel pezzo, vena narrativa oltre che (e insieme) poetica. Sono contento di vederti qui su Neobar, che è una bella vetrina. Ne approfitto per salutare Abele.
    Ciao

  6. già detto ‘altrove’ ma lo ridico: Francesco scrive racconti come se stesse musicando parole. grazie, per trovarlo anche da te, Abele.

  7. monica martinelli | agosto 10, 2011 at 17:00 | Rispondi

    Mi è piaciuta molto la capacità descrittiva di Francesco Tontoli che fa parlare la musica anzichè evocandola, sentendola…questa rimbalzo continuo tra parole e musica in cui l’autore vive sulla propria pelle, sul proprio stato emotivo l’abbadono, lo stato di ebbrezza, il potere dionisiaco della musica e riesce a sua volta a trasmetterlo regalandone al pubblico/lettore le forti emozioni. E’ la potenza della musica che avvince e stordisce, proprio come la pulsione del desiderio, in un sottile gioco di seduzioni. E questo a riprova che il jazz non è freddo!
    Grazie per la proposta

  8. Sono rimasto particolarmente colpito dal paragone che ha fatto Francesco tra le interazioni umane e le interazioni tra gli strumenti. Chiacchericcio, cicaleccio, botta e risposta … imitazione dei toni, delle cadenze, dei movimenti inconsci, della gestualità, delle intese e dei battibecchi tra gli uomini. Il jazz tra i generi musicali riesce meglio degli altri a questo scopo, interpretando e improvvisando, costruendo senso e distruggendolo subito dopo nel dialogo continuo tra strumenti e musicisti, come succede in qualsiasi conversazione umana, anche a sfondo sessuale, cercando seduzione e conquista, cose che possono creare intesa o, nel peggiore dei casi, rottura del rapporto anche se appena nato. Francesco è riuscito nel migliore dei modi a comunicarci questa caratteristica del Jazz, narrandoci la sua esperienza personale con capacità indagatrici del background umano e introspettive eccezionali.

    Grazie ad Abele per averci presentato Francesco Tontoli anche sotto la sua veste di narratore.

    Ciao Abele, Francesco e tutti voi! 🙂

    Fernando

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