Simonetta Bumbi: Mi chiamo Goran – Orlando Andreucci: Il talento di Goran

 

 

 

le guerre non sono solo quelle che si fanno con le armi, e poi arma è tutto ciò che uccide, ché a volte basta una parola, anche a uccidere un sogno.

c’era morandi che cantava di ragazzi e di un grande prato verde, e poi c’era il cortile di casa mia, e le panchine che ci aspettavano, e piedi che ancora non toccavano per terra.

il montacarichi non c’era, in farmacia, e sollevavamo pesi assurdi, lo avrei scontato dopo, ché due brutte ernie al disco mi impediscono anche di godere.

godevamo dei nostri sorrisi, mentre raccoglievamo i soffioni, e anche quelle spighe selvatiche, e poi ce le tiravamo dietro le spalle, e quelle che rimanevano attaccate alle giovani vesti, si contavano. quel numero, quello sarebbe stato il numero dei figli che avremmo avuto. credenze di un tempo.

la credenza raccoglieva molliche dure, bicchieri spogliati della coppia, e una caraffa color arancio. la tovaglia era appoggiata di fianco, tra le posate e il bicarbonato. lì c’era un profumo d’antico, e c’è ancora, almeno così spero.

speriamo che domani si dimentichi di ieri, e si tira avanti. si tira avanti. che buffo, non si dice più oggigiorno. oggi si dice altro. oggi si usano vocaboli stranieri.

oggi ho sentito parlare di mobbing. ne ho sentito parlare anche ieri, e ieri l’altro. ho le spalle coperte di ieri, e di mobbing.

resetto il cervello, sono connessa troppo, col passato. e scrivo, scrivo di come dante ha fatto i suoi gironi. non sono beatrice, mi chiamo SIMONETTA, si-mo-net-ta. come fate a non ricordare.

ricordo le lezioni di italiano, e la mia professoressa che ripeteva: non saprai mai scrivere. e allora per le vacanze mi dava decine di temi da svolgere. e tra una faccenda e l’altra, nella casa di campagna, svolgevo anche i temi. c’era un divano blu, in fondo a destra, un po’ appartato, e loro si baciavano lì. lui lo chiamavo orsetto, e lei sorella. io facevo i compiti al tavolo rotondo, quello che ora è in cantina, e si trovava di fronte alla cucina: mamma mi teneva d’occhio.

ho gli occhi neri, come la notte, ma sono troppo libri aperti, e allora tolgo la luna e porto lenti a contatto, così camuffo il giorno.

giorni fa sono stata al mare. quando ero piccola stavo per affogare, ed è per quello che non so nuotare, ché la paura m’ha bloccato, e se sento il vuoto.

ci sono stati giorni vuoti, anni, di giorni vuoti, e pensavo, pensavo che tutto fosse colpa mia. ora le ore non le lascio passare, ma continuo a pensare.

penso che ogni bambino sia un figlio senza sesso, e nemmeno da adulto, se riesce a restare bambino, ma per ottenere questo deve combattere, e allora ha bisogno, anche di vincere qualche guerra, oltre che perdere le battaglie.

la battaglia è solo il passo falso che la vita regala, e per mettersi in regola devi pagare un dazio, o le tasse, come si dice oggi, ma possiamo chiamarlo come vogliamo, tanto sarà sempre il bambino, che paga quel passo, e non si appagherà mai, se non trova un compagno, un sostegno, per appoggiare quel momento che gli getta il mento nel fango.

ho infangato memorie, col mio comportamento, forse sono state dettate dall’istinto animalesco che ho dentro. un sacerdote, un giorno che ho accantonato, mi disse che ero solo una leonessa che si difendeva. mentiva, forse era di parte, ché non so difendermi, anche se a volte sembro aggressiva coi pensieri.

penso al natale, e ai baci, sotto al vischio, e a quelle ghirlande che imbandiscono le porte, a chi le esce e a chi le lascia aperte, magari sperando che passi di lì, anche una speranza.

speravo, e mi sono trovata di fronte uno specchio, ed ho visto, anche il bambino che ho ancora dentro, e quello che mi guardava mi raccontava, e mentre raccontava sentivo sciogliere il filo spinato.

ho chiuso gli occhi, ho cancellato la parola “parole” ed ho allungato la mano, ed ho sentito che aveva due canestri nei polsi…

http://iostoconletartarughe.splinder.com/post/18119708/mi-chiamo-goran

5 Comments on "Simonetta Bumbi: Mi chiamo Goran – Orlando Andreucci: Il talento di Goran"

  1. C’è un’intesa naturale tra le canzoni di Orlando e la scittura di Simi come testimonia un libro davvero bello, Note di parole, pubblicato dalla Smasher http://www.edizionismasher.it/andreuccibumbi.html
    casa editrice “segnalata” a Facebook, dall’idiota di turno, per i materiali “offensivi”
    http://gliocchidiblimunda.wordpress.com/2011/07/24/la-censura-al-tempo-di-facebook/
    Un’intesa tra due grandi personalità artistiche, un cantautore raffinato che ha seguito la sua strada fregandosene della fama e una scrittrice che scrive, per un bisogno suo intimo, cose di una limpidezza struggente.
    grazie a simi e ad orlando
    Abele

  2. simonetta bumbi | luglio 31, 2011 at 16:56 | Rispondi

    caro abele, qualcuno mi ha detto che “mettiamo paura” perché con la semplicità facciamo pensare troppo. io non lo so se questo è vero, ma so che la diversità (ma poi, chi è che decide la normalità?) non rientra nei canoni di nessun regime.
    è vero, andreucci è un artista, ma io non sono una scrittrice, però abbiamo in cumune una cosa ed è, per usare il tuo termine, che ce ne freghiamo della fama. certo, negare che ci fa piacere l’apprezzamento sarebbe da bugiardi, e noi non lo siamo, ma non è vitale.
    non riesco a dire altro, se non grazie per la tua immensa bontà, ed anche il tuo “coraggio”.
    sono contenta che questi brani si trovino qui, ché so che non saranno mai soli.
    ciao abele, un abbraccio da me, ed anche da parte di orlando.

    simy

  3. confessiogoliae | luglio 31, 2011 at 17:24 | Rispondi

    beh, terrena Simonetta, non temi certamente l’annegamento fra le parole…ne fai musica, azzardando note impossibile e traendone suoni magnetici…beh, aerea Simonetta, quanto sai far giocare quel bimbo che, libero di vagare dentro te, è così saggio da non indicare la rotta…

  4. “speravo, e mi sono trovata di fronte uno specchio, ed ho visto, anche il bambino che ho ancora dentro, e quello che mi guardava mi raccontava, e mentre raccontava sentivo sciogliere il filo spinato.

    ho chiuso gli occhi, ho cancellato la parola “parole” ed ho allungato la mano, ed ho sentito che aveva due canestri nei polsi…”

    (non posso fare a meno di sottolineare, proprio non posso)

    Si- mo-net-ta- disarma, il suo scrivere è qualcosa da cui non si esce illesi, come non si esce illesi dallo sguardo di chi vero, si mostra senza difesa e ti guarda dritto dentro e si mostra, mostra quella parte del sé vulnerabile e cosciente del proprio dolore, infinitesimale a volte, senza speranza o perfino indefinito “territorio”, tale “l’adesione” avvenuta durante la lettura. La musica si fonde bene con questa pagina, non se ne discosta, diretta e semplicemente intima. Qualcosa stringe, emozione.

    Doris

  5. simonetta bumbi | agosto 2, 2011 at 16:10 | Rispondi

    grazie.
    grazie.

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