Pasquale Vitagliano: Apprendistato alla morte, Salvatore Toma e Simone Cattaneo

 

*

I poeti, quelli veri, non crescono mai. Sarà per questo che, come i giovani, non percepiscono la morte come un evento irreversibile. Per questo i suicidi sono frequenti. Vale per i giovani, come per i poeti. Certo è che quando un giovane si toglie la vita, è come spezzare un’ala ad un angelo. Se poi questi era un poeta, ma uno vero, la perdita è inestimabile. “Di poeti”, dice Moravia parlando ai funerali di Pasolini, “ne nascono tre o quattro in un secolo”. Salvatore Toma e Simone Cattaneo, sono stati due poeti. Tutti e due sono scomparsi troppo presto.

Salvatore Toma

Salvatore Toma nasce a Maglie nel 1951. Prende il diploma di maturità classica, ma subito si isola e comincia un dialogo intenso e solitario con la lingua, la scrittura e la natura antica della propria terra. La sua esistenza si è dispiegata per intero all’interno delle Ciàncole, il querceto di famiglia, nel quale allevava i suoi animali. Muore a 36 anni, il 17 marzo del 1987. La sua breve vita è stata un apprendistato alla morte, mediato unicamente da un rapporto primordiale con gli elementi naturali. Se i poeti sono dei “mostri” rispetto alla normalità del contesto storico-sociale nel quale vengono a trovarsi, senz’altro anche Toma lo è stato.  Come Pasolini, egli è stato una forza del passato, una intemperie della natura.

La produzione poetica è stata notevole. Ha messo in versi tutto se stesso e il suo piccolo universo, talvolta con risultati discutibili, spesso toccando stupefacenti vette poetiche. Dobbiamo la sua notorietà a Maria Corti, che promosse la pubblicazione postuma del Canzoniere della morte presso Einaudi nel 1999.

Visionario e onirico, eppure lontano da suggestioni decadenti. Il sogno è una dimensione reale e parallela rispetto all’esistenza biologica. Il disadattamento sociale non esprime altro che lo sforzo magico di penetrare dentro la dimensione onirica. Il medium di questo transfert dell’anima sono gli animali. Si potrebbe parlare di “realismo magico” se non fosse che l’incantesimo non funziona. Anzi, la disperazione di Salvatore deriva proprio dalla consapevolezza di non riuscire, per quanti sforzi facesse, a passare oltre la cavità che lo avrebbe condotto fuori della realtà inaccettabile nella quale era piombato. Ci riuscirà con la morte. Ma senza poter tornare indietro.

L’evento della morte è comunque diventato oggetto di un piccolo giallo letterario, anzi di una leggenda. Toma, da tempo ormai alcolizzato, sarebbe morto di cirrosi epatica. L’evento del suicidio sarebbe stato un’invenzione della Corti, la quale oggi non potrebbe più confermarlo o smentirlo. Ma a leggere questi versi, si capisce subito che alla fine poco aggiungerebbe alla forza magica che indelebile è rimasta impressa nella scrittura.

Il poeta è uno scienziato
coi piedi sulla terra,
sulla luna c’è andato
da appena nato.

Il poeta è un uomo
un poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per questo ride di voi
di tutti voi.

*

Spesso penso alla morte
al modo in cui dirò addio alla vita
a come avrò la bocca in quell’istante
le mani il corpo.
Vorrei morire mi dico
senza saperlo
a tradimento
in un momento
in cui non me l’aspetto.
Ma ecco che l’alba
riaffiora assurda
e la vita ridiventa
l’incontenibile gioco.

 *

Il falco lanario

Come un aereo solare
senza rumore
se non fra le ali
il canto di un vento luminoso
circondava il lanario
il vecchio casolare
desolato in collina
tra le spine e i papaveri.
Assorto
stavo lì a guardarlo
roteare a spirale
lento come sospeso
a caccia del rondone.
Si spostava
ogni tanto
anche più di là
fra gli ulivi e il raro verde.
Un silenzio di fiaba
avvolgeva la collina.

*

Chi muore
lentamente in fondo al lago
fra l’azzurro e i canneti
non muore soffocato
ma lievita piano in profondità.
Avrà sul capo una foglia
e su di essa un ranocchio
a conferma dell’eternità.

*

Vento leggero che parli
con voci di foglie
che apri i germogli
e li fai trepidare
nella primavera.
Vento che asciughi
i panni, bianchi
come visi di bambini,
e a volte con dolcezza
il sudore della fronte,
fa che la mia morte
sia liscia, serena
come il tuo respiro.

 *

Il poeta esce col sole e con la pioggia
come il lombrico d’inverno
e la cicala d’estate
canta e il suo lavoro
che non è poco è tutto qui.
D’inverno come il lombrico
sbuca nudo dalla terra
si torce al riflesso di un miraggio
insegna la favola più antica.

 *

 Ultima lettera di un suicida modello

A questo punto
cercate di non rompermi i coglioni
anche da morto.
È un innato modo di fare
questo mio non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre certezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi s’ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole il tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.
Perciò non state ad inventarvi
fandonie psicologiche
sul mio conto o crisi esistenziali
da manie di persecuzione
per motivi di comodo
e di non colpevolezza.
Ci rivedremo

ci rivedremo senz’altro
e ne riparleremo…
Addio bastardi maledetti
vermi immondi
addio noiosi assassini.

*

Un giorno di questi
farò di tutto,
tutto farò filare liscio,
i pensieri e gli occhi
anche le nuvole raddrizzerò.
La mia ascia
sarà inesorabile.

Un giorno di questi
comanderò,
come un Dio
tutto vorrò
a me comparato.
Capre galline
voleranno sulle teste
umane come rettili nei fiumi
e fra le aride rocce
un giorno di questi comincerò.

Simone Cattaneo

La vita di Salvatore Toma si è giocata su uno scarto. Come quella di Simone Cattaneo. Lo scarto tra realtà e sogno. Tra vita e scrittura. Tra oggetto e soggetto. Se in Toma lo scarto si misura nel costante dialogo con la morte, vissuta, prima ancora che chiamata. Lo scarto di Cattaneo è l’ironia, la rappresentazione cinicamente ludica di una realtà contemporanea “orribile”.

Simone Cattaneo muore suicida nel 2009, dopo una vita brillante e ordinaria. Il suo primo libro di poesia, Nome e soprannome, è stato edito nel 2001 nella collana di poesia della casa editrice Atelier. Suoi testi, con una presentazione di Roberto Roversi, sono presenti nell’antologia Dieci poeti italiani (Pendragon, 2002), a cura di Maurizio Clementi.

La poesia di Cattaneo descrive paesaggi urbani e situazioni individuali e collettive. E’ una scrittura narrativa che attraverso codici poetici poliformi e post-moderni, links sincretici, mira a scardinare tanto la distanza mimetica della rappresentazione, quanto la forza mistificante della realtà. Egli scrive poesie civili solo in superficie, più intenso e profondo è lo sforzo di ristabilire un rapporto senza mediazione tra soggetto e oggetto, tra realtà esterna e vita. Forse, proprio dall’inanità di questo sforzo nasce la disperazione di Cattaneo; si scopre il vuoto letale per la stessa esistenza.

Stavo scrivendo una lettera a Dean Martin
così per ragionare sui sistemi massimi dell’esistenza
quando mi fermai e decisi di uscire di casa.
Incontrai un tipo dai capelli fulvi e lo sguardo da assassino,
allora intonai una vecchia ninnananna per rassicurarmi e
deciso mi infilai nei cessi della stazione.
Oltre ai soliti marchettari, puttane, spacciatori e compagnia bella
vidi un tizio che inzuppava furtivo pane nell’orinatoio appena usato da altri
per poi mangiarselo con gusto. Aspettai una buona mezz’ora fuori dai cessi
prima che uscisse, volevo parlargli, chiedere spiegazione sulle sue direttive dietetiche
e domandargli quale fosse la sua posizione sull’imminente invasione aliena e sui vegani in generale.
Ma appena mi vide mi scambiò per un semplice marchettaro e lì per lì non sapendo cosa fare
accettai. Per cento euro gli feci un pompino, e dopo una buona ora
passata a sentire della musica
metallara brasiliana mi fece il culo. Tornai a casa soddisfatto.

*

Fiera dei suoi denti d’oro,mi guarda sorridendo una vecchia ucraina
sull’autobus diretto alla Bovisasca. Parla e non capisco nulla
ma annuisco sorridendo pure io, poi mi mostra le fotografie che tiene
nel portafogli. È mia figlia dice orgogliosa, studia all’università
di Kiev e queste parole le scandisce in un perfetto italiano.
Peccato che conosca sua figlia.
Spompina dietro la stazione Garibaldi per comprarsi Chanel n°5
e imitare Marilyn Monroe. Ma suppongo che la giovane ucraina
non si scopi nessun presidente americano né qualche senatore antiabortista.
È strana la vita in primavera, i sensi si svegliano e il cielo sembra
un grande defibrillatore.

*

Gli amici si sposano, finiscono in qualche comunità riabilitativa non ben definita,
diventano dottori in legge, spacciano, pretendono il 41bis e
tu speri che qualcuno ti possa lasciare a marcire in una discarica
abusiva per uno sguardo sbagliato o un giro sfortunato
come fosse questa la costante stella cometa che indica la tua schiena
ma non c’è da stare male, nessuna donna ha annegato
il suo bimbo nella lavatrice in questo momento, nessun uomo
dagli occhi a spillo mi può fare evaporare come acido inaridito
a questa ora della sera.

*

Non luogo a procedere.
Guardo dalla finestra di casa lo scheletro di una lavatrice
partorire sotto i platani del viale una nidiata di conigli elettrici,
alzo la testa e vedo un soffitto di stagno rosso arancio
sbilanciarsi in avanti con rumori assordanti, cammino rasente i muri
con la paura di inciampare nel materasso di lana arrotolato e
fracassarmi di nuovo la clavicola.
Vorrei che qualcuno mi picchiasse sulla schiena con degli
asciugamani bagnati
e mi scaricasse fra le macchine abbandonate in zone isolate.

*

Lampade al sodio guaste sul pavimento della cucina
e intorno al mio corpo macchie d’olio che sembrano vermi
gli occhi lucidi come bigiotteria
e una specie di bitume che sigilla il cielo del Mediterraneo,
mentre parlo sempre con le braccia tese davanti a me
come per spingere via un corpo assente.

*

Ma tu scorgi la planimetria di qualsiasi città prima ancora di svegliarti:
un’attitudine naturale a cacciare la testa nel forno
per sensibilizzare l’olfatto, un’audacia nel passare un ferro rovente
sul braccio per acuire il tatto, soldi regalati ai cartomanti
e chiodi al posto degli stivali che si infilano fino ai polpacci.
Poi busso alla tua porta aperta e anche la gravità mi sembra
uno scherzo di cattivo gusto mentre ti guardo in accappatoio
sussurrarmi – Oggi tocca a te, domani tocca a me. –

*

La mia donna crea dipinti con i suoi capelli castani
sul mio petto scuro,
aspetta sulla soglia della mia carne ogni suo errore,
mi conforta dicendomi che soffrirò da solo,
cadrò e non mi solleverò,
ucciderò sette persone e avrò tanti giorni di carità
quanti un cane in un canile, rimarrò solo senza più denti,
farmaci né sentimenti
finirò come quello straniero incontrato un lunedì pomeriggio
in un caffè di Milano centrale.
Più o meno la sua vita era andata così – I had a woman,
she left me –. Nulla più di questo.

*

La cagna ha cambiato canile, mia moglie ha cambiato marito.
Così una sera di novembre, il mio amico Pino mi ha descritto
la sua vita sentimentale sdraiato sulla poltrona di plastica verde
della mia cucina. Poi ha spento la lampada al magnesio
macchiata dalle mosche, mi ha chiesto come stavo e
senza aggiungere altro se ne è andato.
È rincasato camminando sulla striscia a linea continua
della provinciale sperando che la notte si potesse tagliare.

*

A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e
il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,
cammino sulla strada crivellata di buche come fosse
un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,
la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado
dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori
e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.
Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.

*

La prima parola di latino che ho imparato è “silentium”.
Stava scritta su un pezzo di cartone giallo attaccato al muro del bar in cui
servivo da bere in estate. “Silentium” ossia “silenzio” in un luogo dove
grida, schiamazzi, scommesse e intrallazzi erano come luce all’alba,
suonava un po’ strano per un bimbo con i piedi sulle spalle come me.
Quando il bar chiuse decisi di portarmi a casa quel cartello ma
non lo volevo rubare, il proprietario era un amico che stava in piedi
per grazia ricevuta così gli feci la mia offerta, un’offerta più che
generosa per un pezzo di cartone logoro e sporco.
Almeno una ventina di persone prima di me avevano fatto lo stesso e
con cifre ben più consistenti. Perdigiorno, ubriachi, zingari e ladri
ad un’asta abusiva per un po’ di latino. Alla fine se lo aggiudicò
uno zingaro friulano in cambio di mezzo milione di lire in contanti.
La vigilia di natale incontro questo ragazzo nel bar sottocasa dove
festeggio sempre le feste comandate che mi tira fuori quel logoro cartello
avvolto in una busta da supermercato. È per te mi dice, ci tenevi tanto.
Non capivo se mi pigliasse in giro o volesse chissà cosa.
Mi sono girato e sono tornato a brindare con gli amici.
La cosa per me era finita lì. “Silentium”.

*

Il mio amico Giulio si arrangiava mangiando ragni per pochi soldi,
con qualcosa in più si scolava un bicchiere di detersivo davanti
ai clienti del bar, ha impegnato la fede nuziale e ha preso lo scolo
per potere mangiare, odiava politici, froci, zingari e musulmani
non si è mai capito per cosa parteggiasse
forse solo per quell’albanese comprata e smontata
a piacere sulla branda buttata in fondo al cantiere.

*

Non è importante ciò che resta o si è fatto,
sono le cicatrici suppergiù visibili
disegnate sul corpo come una mappa di punti interrogativi
che mi piombano addosso e mi inchiodano qui davanti a te,
frontiere avide di dubbi latitanti
che non puoi risanare né ingabbiare
nemmeno se ti plasmi una religione su misura
colma d’amore per i sudari e le leggi marziali.

L’evento drammatico della morte accomuna entrambi – ed anche sul suicidio di Cattaneo resta qualche dubbio . Se pur con stili diversi, per entrambi la poesia traduce all’esterno i proprio infiniti mondi interiori. Non c’è più scarto tra dentro e fuori, tra vita e realtà. La fine prematura ha realizzato nell’esistenza ciò che la scrittura realizzava sulla pagina.

25 Comments on "Pasquale Vitagliano: Apprendistato alla morte, Salvatore Toma e Simone Cattaneo"

  1. Grazie a Pasquale per questa lettura puntuale e ispirata. Per quanto una morte eclatante, come un suicidio, possa esercitare una grande influenza sulla fama postuma di un artista, rimane il fatto oggettivo che la poesia di Toma e Cattaneo non può passare inosservata, incide dentro, fin dalla prima lettura. Dei due conosco soprattutto Toma, tra i miei poeti più cari. Che sia nato come me nel Salento, è soprattutto una coincidenza anche se quando dice nel suo Testamento poetico “Io sono morto per la vostra presenza”, capisco benissino cosa vuole dire. Il Salento infatti si “intravede”, soprattutto, nelle sue poesie , né tanto meno Toma ricorre a riferimenti geografici precisi o espressioni dialettali. I suoi paesaggi sono interiori, di mondi che sconfinano con gli spazi sconfinati dell’America; sono il viaggio di chi scrive ricorrendo all’alcol: “C’è da chiedersi se la realtà/sono gli occhi/ il naturale il tangibile/ oppure lo sgambetto l’alcol/ il perdono impossibile/. Prende sempre più consistenza la tesi a cui si riferisce Pasquale, che Toma non si sia suicidato. Di certo si è fatto morire che vivere non gli era dato in una terra dove altri poeti sono morti giovani (Claudia Ruggeri, Stefano Coppola e Antonio Verri).
    Abele

  2. pasquale vitagliano | aprile 2, 2011 at 12:48 | Rispondi

    Grazie a te Abele. I poeti non sono tristi. I poeti non amano la morte. Hanno solo il vizio di giocare a scacchi con essa. Hanno solo voglia di giocare…
    PVita

  3. simonetta bumbi | aprile 3, 2011 at 06:27 | Rispondi

    “I poeti, quelli veri, non crescono mai.” credo sia vero.

    non sono salentina (non so se si dica così), ma capisco perfettamente cosa vuol dire.

    ho letto con coraggio, ché so l’effetto che ha su di me la bellezza.

    i poeti, queli veri, non si uccidono mai, da soli. sono gli altri, a farlo. lasciandoli soli.

    abele, voi. e a voi.
    grazie.

    simy

  4. apprendistato che inizia dal primo battito, si ferma solo con essa..
    vi ringrazio entrambi, Abele e Pasquale.

    api

  5. carmine vitale | aprile 3, 2011 at 20:26 | Rispondi

    grande pezzo
    ho amato tanto cattaneo un grandioso poeta contemporaneo
    un caro saluto a voi tutti amici
    c.

  6. Poche parole per due giovani vite così precocemente interrotte, mi sento totalmente inadeguata… forse solo che i loro versi sono qualcosa di simile a una fiocina che ti arriva addosso nel modo più “naturale” possibile, a fare male fino all’attimo in cui riesci a separarli dalla memoria più vicina, rimanendo grata alla “bellezza” che si è fatta strada attraverso la sensibilità di chi ha saputo far parlare quanto taceva in un contesto (diverso o uguale per entrambi) capace di stringere d’assedio. Leggere e “annientarsi” nelle poesie di Simone Cattaneo, percependone tutto il malessere e ammirando la vigile capacità di rappresentazione scenica è inevitabile, così come farsi rapire dall’immaginario di Salvatore Toma. Mancherà sempre quanto ancora – avrebbero tracciato- ed è paradossale pensare che sia stata invece l’inarrestabile avanzata della non sopravvivenza a tutti i costi, la strenua suggeritrice della loro densità immaginifica.

    Un saluto a tutti, in particolare a Simone e Salvatore

    Doris

  7. La linea comune di poeti così è il sentirli muoversi entro una libertà di penserio che li rende capaci di vedere e dire;
    incedono alteri in una dignità che è superiorità estrema, o inferiorità suprema ( la medesima cosa).

    Non conoscevo Salvatore Toma.
    Grazie!
    i.

  8. Non conoscevo questi due poeti del ‘900 e ringrazio Pvita per avere realizzato questo post.
    E’ poesia che esprime un disagio forte che sembra non trovare un varco se non nella parola e nell’approdo precoce al “silentium”.

    Rosaria Di Donato

  9. “I poeti non sono tristi. I poeti non amano la morte. Hanno solo il vizio di giocare a scacchi con essa. Hanno solo voglia di giocare…”

    che aggiungere?
    solo che è Poeta chi si esprime così!

  10. mi è partito il commento prima di poter ringraziare Pasquale di questa bella recensione ad altri due Poeti.
    e grazie ad Abele, anche.

  11. Vincenzo Mancuso | aprile 5, 2011 at 16:23 | Rispondi

    Gran bel lavoro Pasquale.Da tempo cerco parte della produzione di Cattaneo. In altra sede seppi della sua tragica decisione.Una voce unica, interessante. Di Toma apprendo adesso.Emozionato e incuriosito alla lettura dei suoi versi

    Il poeta è un uomo
    un poco morto
    e conosce cose orrende
    chissà come
    per questo ride di voi
    di tutti voi.

    Grazie.Un saluto;)

  12. quanta amarezza, eppure scritture che suggeriscono colori in metamorfosi..

  13. Giancarlo Locarno | aprile 6, 2011 at 09:37 | Rispondi

    E’ un post davvero interessante.
    Mi colpisce quello che accomuna i due poeti nella loro differenza.

    Una vita immersa nella natura, forse una natura che scorre brutale e indiffwerente.

    Un’altra vita così lontana dalla natura, nell’artificialità della città, così lontana dalla natura.
    Li accomuna forse un rapporto tra quello che è dentro e il fuori.
    Una sorta di introversione ed estroversione in contemporanea, quello dentro di me esce fuori, e quello che è fuori entra dentro di me. Come un’immersione nella totalità.

  14. pasquale vitagliano | aprile 6, 2011 at 16:16 | Rispondi

    Saluto e ringrazio tutti. @ Cristina mi scuote.
    @ Locarno coglie perfettamente, secondo la mia personale lettura, la chiave che lega questi due poeti: le coppie dentro-fuori; soggetto-oggetto. Credo che sia stata la loro irriducibilità ad uno, ad avere provocato un corto circuito. Convivere con queste coppie senza perdere la propria unicità è la sfida dei poeti-che-non-muoiono.
    PVita

  15. Grazie a Pasquale che, faccio mio il suo commento a Cristina, ci scuote. E grazie anche a voi tutti per l’attenzione con cui avete letto il post. Sarebbe bello tornare presto a parlare di Toma e Cattaneo, come anche di altri che hanno seguito la stessa traiettoria esistenziale (Beppe Salvia, ad esempio, e gli altri poeti salentini che ho citato nel mio primo commento). Vi segnalo il link ad altre poesie di Toma che avevo proposto su neobar tempo fa:
    http://neobar.wordpress.com/2009/12/07/omaggio-a-salvatore-toma/
    un abbraccio
    abele

  16. pasquale vitagliano | aprile 7, 2011 at 16:21 | Rispondi

    Grazie a te Abele. Ricordo bene il post su Toma. Sono partito di là.

  17. Fabio Barcellandi | aprile 17, 2011 at 15:04 | Rispondi

    Grazie!

    Che sono: per Abele e Pasquale; che sono: Salvatore e Simone.

  18. Grazie Abele !
    Un caro saluto.

  19. pasquale vitagliano | aprile 18, 2011 at 13:35 | Rispondi

    Un grazie ancora, a voi tutti.

  20. L’uno è acceso a un eccesso di mondo, l’altro è spento al fuori di sé.
    Grazie.
    Antonella

  21. A chi interessa, la casa editrice “Il ponte del sale” ha ultimamente pubblicato un libro di poesie di Simone Cattano. Il testo comprende tre raccolte: Nome e soprannome (Atelier, 2001), Made in Italy (Atelier 2008) e l’inedita ultima Peace & Love.
    Questo il link per maggiori informazioni: http://ilpontedelsale.csvrovigo.it/27-simone-cattaneo-–-peace-love/

Leave a comment

Your email address will not be published.


*