Marco Aragno: Zugunruhe

 
Zugunruhe è un termine tedesco che indica, letteralmente, un’ansia di movimento, un’irrequietudine che coglie gli animali migratori e soprattutto gli uccelli quando la stagione li chiama a partire e qualcosa lo impedisce. Di fronte a questa raccolta d’esordio di Marco Aragno verrebbe subito da chiedersi che cosa imprigiona e che cosa muove l’autore, e verso quale luogo. Iniziamo cercando i confini entro i quali sono riuniti questi testi composti tra il 2007 e il 2010. La dedica che apre la raccolta rinvia da subito al centro degli affetti, ad un’origine. Se poi guardiamo la struttura del libro, ci accorgiamo che le cinque sezioni che lo compongono disegnano un cammino: da un «chiarore di cellula», da una luce «appena velata dall’ombra», fino al buio di Ipocentri, di un punto profondo da cui s’avverte nascere una scossa, un tremore che distrugge la trama sottile su cui si reggeva lo sguardo. In un continuo inseguimento dell’assenza, di ciò che la vita e il suo ricordo depositano in zone d’ombra, Marco Aragno ci conduce attraverso immagini colte in movimento, sfocate, nella scossa di un risveglio, tra le sagome del sonno e i contorni del reale. Un fermo immagine che si sgrana, che si apre al silenzio, tra bagliori e apparizioni. È come se il tempo si dilatasse per mostrarsi nel suo scorrere, con i gesti del presente, uniti e confusi con quelli del ricordo, del desiderio, nei contrasti di luce e ombra della giornata, delle stagioni. C’è un tu impalpabile a cui aggrapparsi: un amore tenace ed evanescente, torna con la fermezza di una fede ed è subito pronto a rientrare, a confondersi sulla soglia dell’inesistenza. Soltanto nell’ultima sezione, quando l’autore sembra avvertire i segni di un terremoto che devasta e scardina il proprio mondo poetico, inizia ad affiorare uno spessore maggiore di realtà: dall’incontro di riflessi sul finestrino di un tram notturno si passa a «due corpi sfiniti, sfatti nel buio». L’ultima poesia dice proprio di un risveglio, di un inizio che si vorrebbe «fuori dalla mente», in una terra che ancora si presenta sconvolta, come dopo un’aratura, e che prelude ad una stagione diversa. Zugunruhe è un libro aperto, una gabbia in cui l’autore si è dibattuto alla ricerca di se stesso, guidato da una forte fiducia nella parola che sostiene la realtà, che le dà un fondamento. Restano intuizioni non sempre portate alla luce, e tracce delle letture di cui si è nutrito (soprattutto Montale, Sereni, Luzi, Celan), ma quando Aragno riesce a bucare il velo della letteratura e a seguire il tono, già nitido e ben calibrato, della propria voce, una nuova rotta si disegna, obbediente all’istinto che la chiama.
Franca Mancinelli

*

Per questo siamo stati, per non perdere
il vizio di ricordare,
per dare i nostri nomi alle strade
mettere gli infissi alle porte
quando s’oscura il cielo sulle case.

Ma questa mattina traspare
con un chiarore di cellula
sulla nostra vita.
Ogni volto si riapre
con la stessa pace – esula
nel colore atteso. Tu mi guardi
trascorsa da questo tempo
e ti accendi nella forma di sempre.

Dietro le cose nulla agita il vento,
solo la luce traversa le nostre mani.

*

Non invecchia nel sonno
il pensiero di venirti a cercare.
Stanotte la strada è bufera:
prima del giorno, qui non finirà.
Ma se a inizio mattino
il rosso del melograno riaffiora
al portone della tua casa
saprai quali convogli dal confine
trasalivano le ronde notturne
quali tracce ostinavano
il cacciatore ai bordi del buio.

*

Capita spesso di incontrarsi
nel vetro dell’autobus,
l’ultimo della sera
quello che risale il sole scomparso
tra mille curve accavallate.
Così ti fermi nell’ora del guado
senza sapere
tra quante fermate finisca la città,
chi dovrà poi rimanere
tra i sedili deserti
ad immaginare lampioni nelle periferie
perché quelli del mattino
si possano svegliare
senza precipitare nel vuoto.

*

Gli oleandri

Ancora lentamente usciamo qui
in questo mondo, usciamo dalle pale
di un ventilatore, dal suo sbuffo
quando tutto il sonno dell’ospedale
raccoglie il suo silenzio
nelle sedie verdi della sala d’attesa.
Ma troppo vaghe le mani, le porte
non hanno maniglie e qualcuno fugge
nel colore delle tende, nel rosso
degli oleandri che s’accende
dal fondo dei corridoi, in penombra,
se un po’ di vento riporta la vita.

*

Cancellata, la luna si riforma
nel tuo monile che mantiene acceso
il globo di questa stanza. Mi tengo
in un lungo risveglio, stretto all’unghia
delle cose, alla tua pelle che cerco
con un’ansia da cieco.
                                           Non so
se qualche mano scava sopra di noi
se mai fui fuori per davvero, nel grande
specchio che risplendeva un volto
lontano da me.

*

Al sonno la tua immagine s’arrende
e si divide sempre più dal volto
pallido che hai lasciato
nella forma delle mie mani.
Perché sei uscita fuori dai nomi, adesso
e come da un fondo
ti inoltri nel buio delle cose.
Ma posso crederti ancora qui
se in questa cella chiusa dal tempo
ti trattengo per i capelli
ti afferro che scivoli fuori dal mondo
nel colore che non distingue.

*

Ora che è calma tutta l’aria intorno
e un fremito lontano, come un mare,
mi sveglia fuori dalla mente
l’inizio è camminare questa terra
questo mucchio di radici strappate.
L’unica certezza sarà saperti
rifiorire improvvisa da una zolla
come una rosa, un’impronta di luce
in cui ritrovarci per sempre.

  LietoColle – Collana Erato

 

10 Comments on "Marco Aragno: Zugunruhe"

  1. C’è una malinconia di fondo nel libro di Marco, che si specchia nei posti e nei volti della vita di ogni giorno. Un canto sommesso e puntuale nel cogliere ogni traccia e richiamo di un’assenza.
    Abele

  2. La scrittura sembra fare la spola tra un “dentro” e un “fuori”, come in cerca di una rinascita (orfica?). Mi chiedo se si possa parlare in termini di orfismo, in quanto ho letto troppo poco di Marco Aragno e la mia è solo un’impressione.

  3. Ciao Teresa, si tratta di un’opera unitaria che ha nell’Assenza il suo tema conduttore. L’Assenza come percorso dell’anima in un continuo passaggio dal tangibile all’invisibile, ma che indica anche, come sottolinei, un superamento, la “rinascita”. Un viaggio iniziatico, quindi, di cui si scorgono gli effetti catartici.
    Abele

  4. poeta decisamente interessante, da seguire..

  5. sono felicissima di questa pubblicazione! Marco è una voce davvero interessante, nel panorama della poesia contemporanea e, vista la sua giovanissima età, lascia sperare tantissimo.
    Il mio più grande in bocca al lupo a Marco e grazie ad Abele di questo spazio di bellezza e poesia.

    Francesca

  6. Francesco De Girolamo | novembre 25, 2010 at 18:30 | Rispondi

    “L’unica certezza sarà saperti
    rifiorire improvvisa da una zolla
    come una rosa, un’impronta di luce
    in cui ritrovarci per sempre.”

    Versi limpidi e dolci, che si delineano una scrittura affabile, personale, di genuino afflato di intima attesa e ricerca di una risposta non più elusa, di un incontro non più sfuggente, di un’epifania risolutiva e “tangibile”, in un’ansia trasognata, popolata di desideri e ricordi, splendidamente accennati, sapientemente evocati, nell’allusione misurata di una voce poetica sicura, esatta e persuasiva. Complimenti!
    Francesco

  7. Poesia bella che si acccende di sentimento e si impreziosisce di piante che fioriscono: il melograno, l’oleandro, la rosa, la…speranza. L’intreccio è simile a un ricamo sulla bianca tela del foglio.

    Auguri!

    Rosaria

  8. Una proposta davvero interessante, versi ricchi e il titolo della raccolta è splendido.

  9. a me sembra che tutto sia una stanza, sostanza della stessa medesima presenza, che non ha bisogno sempre di vedersi per parteciparsi anzi necessita di una misura di distanza,ampia quanto può sembrare un’assenza, dove l’essenza vive, intera, intatta e in-quieta perseveranza si forma e si riforma sformandosi liquefacendosi fino ad un stato che è lo stare aereo dei ricordi nel campo della memoria, fitta di strade senza nomi definitivi.
    ferni

  10. ringrazio tutti quelli che sono passati di qui e hanno dato il loro contributo con commenti ed osservazioni. In particolare Abele, per lo spazio che mi ha gentilmente concesso.

    Marco

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