Luciano Tarasco: 169 all'alba

169 all'alba - by Luciano Tarasco

APPLAUSI

Come gusci di noci instabili
veleggiando su acquitrini putridi
siamo stati succhiati in vortici
scomparsi come entità inviolabili
riemerse deità fantasma
incerte tormente d’animi
sparute stelle sterili
assiti imploranti cantici
impenetrabili rimbombi vuoti
vacui sorrisi allo scadere
suonati ammaccati confusi
d’imprevisti ardori
di sacrosante felicità
stagioni tralasciate alla polvere
di archivi sgangherati della mente
nei bordelli della polpa grigia
estrapolata con cucchiai d’argento
tirata a seccare su porfidi
sezionata e numerata per confonderci
volontari disertori con le ossa al muro
assoldati plotoni, ahahahahah!
branchi di lupi abortiti
con le cerbottane a tracolla
astri feroci a perpendicolo
a creparci a cremarci a fotterci con i nostri attributi
a lasciarci maciullati di sorrisi
beoti mano nella mano, clavicole con clavicembali
il corno chiama a raccolta, non è ancora il momento
di sparare sui vermi che nutriamo
faticosa la cernita tra le piaghe
tra i bubboni inesplosi
tra gli alberelli di Natale
nelle zolle fumanti di concimi nucleari
c’è ancora un paladino alato
a lato della sala
alcune poltroncine e…certi sgabellini…
liberati da inutili zavorre
appoggiamo i nostri caldi glutei
e teniamoci pronti ad applaudire.

ALZHEIMER-COLT

Il vecchio fece 4
polverosi passi
strascicati e lenti
sulla terra secca
intorno alla sua roulotte
scaracchiò il sugo
scuro del sigaro
direttamente sul panciotto
e rimase immobile
 a fiutare l’aria
una tortora planò
voci confuse alla deriva
maledette mosche
nessuno telefona
estrasse dalla fondina
la sua ” Virginia-colt ”
da sceriffo aveva ammazzato
più d’un bandito
ma il riverbero
sulla vecchia lamiera
e l’Alzheimer
lo trassero in inganno
sparò
direttamente in fronte
al ragazzo del latte
il motorino capitombolò
sparpagliando bottiglie
non ci sono più
i cavalli di un tempo
disse il vecchio
e schizzò altro
sputo marrone
sugli stivali
quando la police arrivò
era ancora immobile
con la colt in mano
e il sorriso soddisfatto
di chi ha compiuto
ancora una volta
il proprio dovere.

BIZZARRO INCIDENTE CONDOMINIALE

In alto
a sinistra
c’è un intonaco
che cola instabile
come un guanto molle
di paraffina lattiginosa
e s’allarga a macchia ampia
una infame rogna da controllare
anche per un arguto professionista
del mio calibro, costretto al fiatone fondo
mentre invento barriere compatte e costanti
di materia alcalina e muriccioli tirati a seccare
per contenere l’evolversi esponenziale e inarrestabile
dell’imminente flusso con incipiente gorgoglìo erogatore
invano, quando la prima chiazza di melassa avvolse slordando
la prima e la seconda e la terza piastrella di maiolica utile consecutiva
il pavimento sino ad allora regno incontrastato dei miei errabondi
frementi malleoli,cambiò fisionomia candore spessore senso
venni intrappolato per lunghe ore, costretto a catalogare
i maggiormente disparati incubi, sogni, cose irrisolte
mentre la maledetta cera c’era, o forse ci  faceva
a scendere gradini dopo aver valicato l’uscio
con sinuosa facilità ed estrema arroganza
un balzetto, una cascatella subdola , fino
all’ascensore per 14 piani più 2 ripiani
in dote alla portinaia su cui teneva
i migliori ricordi della gioventù e le
peggio  bollette della vecchiaia
niente si salvò da quella che
venne archiviata come la
più bizzarra catastrofe
a memoria d’uomo
condominiale
al punto che
nessun altro
amministratore
ne volle sapere, dopo
che il nostro fu trovato
esanime e lucente come
una statuetta raffinata di cera
del presepe della chiesa del quartiere.

DUE COGLIONI E UNA POESIA

La poesia rompe i containers
è andata a farsi un giro
con le sue ali affusolate
di carta velina riciclata
di carta carbone bruciacchiata
finalmente solo mi attacco al frigo
e lo svuoto voracemente
ingoio e trinco alla rinfusa
la poesia è andata a ruba
dalla finestra l’ho vista aleggiare
attorno alle donne in attesa
pazienti dei bus
busso alla vicina pakistana
suo marito è più fatto di me
mi offre un grappino di riso
busso alla portinaia cieca
perchè la mia porta di casa
mi ha chiuso fuori
senza chiavi
lei cerca di farsi chiavare
non sa dove ha messo i doppioni
è successo tempo fa
ma adesso ho altre priorità
la sbornia, l’età, la verità
ma che cazzo di verità
domani contatto il fabbro
oppure lo scassinatore di quartiere
che si fa di ero a buco
magari risparmio
ma dovrei passare la notte
dalla portinaia
vado dal pakistano
che ha un letto libero
perchè suo figlio è morto
in Vietnam.
In Vietnam???
che cazzo ci faceva in Vietnam?
mi risponde con l’ennesimo grappino
e poi col liquore di soia al curry
è morto di tifo in una risaia
piange, prima di ronfare sul tavolo
perchè la moglie se n’è andata
a trovare i parenti in Pakistan
sento ticchettare sul vetro
è la poesia che adesso vuole entrare
ma la mia testa ciondola
prima di scivolare nell’oblio
e le prime luci dell’alba
rivelano due coglioni
disfatti sul tavolo.

EFFETTO INSETTICIDA

Sono fino alle clavicole
nel granoturco
e le scapole a godere
come lepri infoiate
nel grano saraceno
ho le pupille ammantate
di scintillanti lapislazzoli
ne ho contati quasi quattromila
mentre tengo d’occhio il paradiso
con le sue belle nubi dorate
e quelle stradine argentate
he si, così ho le costolette
struscianti su tutti i papaveri
e su parecchie varietà di girasoli
sono un rivenditore autorizzato
di cuori trafugati
sulle libere spiagge e sulle
impegnate montagne
e un battitore a cottimo
dei fuggevoli profumi dei fiori
sono spaparazzato del mio
in questa splendida vita
che succhia il sudore all’estate
scombussolando i porfidi del centro
sampietrini di comprovata precisione
e invita le femmine le femmine
a inselvatichirsi nei vicoli
ad esporsi nelle radure
con quei corpetti conturbanti
che mi strabuzzano il labiale,
per la barba di Santacapra!
mi stanno girando le ginestre
tra queste rubiconde entità
e mi rintronano mille e mille
e più uccelletti a incorniciare
il magico idillio dell’universo
stella più asteroide meno
è intervenuto anche Dio
accompagnato da suo cugino
entrambi ammantati di luce
candida come fiocchi di neve
e un dischetto d’alieni piccini
così piccini da stare in una mano.
Che sia l’effetto insetticida
che il comune spruzza a fiotti
nottetempo, contro le zanzare?

FILASTROCCA DA MARINAIO

Allargare le crepe a steccati
nell’ora del Dio che tramonta
e tramanda amuleti ai dannati
nelle stive già pronte per l’onda
non possiamo staccare gli ormeggi
la barriera è già alta nel mare
e scompare sul far della nebbia
la foschia che impedisce il remare
luce fioca traballa nel faro
che ci indica rotte aggiustate
verso isole mal decifrate
da nostromi che odiano andare
su barchette di sughero lieve
che assomigliano a fiocchi di neve
sopra un mare che puzza d’asfalto
e ti schiaccia sovente dall’alto
inducendo a tirare le braccia
su boccali che san di bonaccia
e tra canti e parole sconnesse
di salpare per terre promesse
ci si trova a smaltire le pene
affiancati a smaglianti sirene
che ci portano dentro l’abisso
con quel chiodo ch’è sempre più fisso
e già ruggine insiste a cianciare
quant’è bello nel mondo campare.

IDILLIACO

Vasi comunicanti
attraverso balconi
straripanti fiori
si parlano danzando
coi volti colorati.
I petali volano
sulle strade del mondo
sui tetti sorridenti
accarezzati dal cielo
e direttamente baciati
dai raggi tenui
dell’astro serotino.
Gli insetti si rincorrono
presi dall’incanto
soffice delle nubi.
I giovani innamorati
si toccano sull’erba
composta dei giardini
indifferenti al frastuono
di bus puzzolenti
di bici che incedono silenti
di bimbi che sgranocchiano
merdine croccanti.
I petali proseguono
il loro vagabondare
trasportati per il globo
dalle correnti alterne,
fotografati da turisti
di norma nipponici
prima di inabissare
oramai appassiti
nel nero degli oceani.
Un quadretto terrestre
perlomeno idilliaco.

IL PULLOVER CHE M’HAI DATO TU

Ho smarrito il pullover
che m’hai dato tu
nelle distese del PIT
Parco Interrazziale Terrestre
ho appoggiato i glutei
su diverse qualità di legni
nonchè di ferri
del mestiere di fabbro
seggioloni, sgabelli, amache
assi piallate, tronchi scavati
piccoli tralicci caduti
preda di liane voraci,
per estasiarmi davanti
a visioni mozzafiato
intere foreste amalgamate
animalini in copiose entità
sommovimenti acquatici
a volo radente su rocce
bitorzoli acuminati
svettanti nel cielo
spumeggiante di nuvole immense
e accecanti ferite d’azzurro,
ma ho il cuore ingabbiato
nel bunker della disperazione
perchè ho smarrito il pullover
tra i rovi della fitta boscaglia
nei campi infiniti di dragoncello
di trifoglio ed erbaspagna
o peggio su una qualunque
panca tra miriadi di panche.
Il pullover che m’hai dato tu
sai mia cara possiede una virtù…
cantarellavo sommessamente
tornando nella bifolca civiltà
dopo giorni d’estenuanti ricerche
come un bastardino fradicio
con la coda tra le gambe,
senza pullover.

LUNEDI’

Misuro piastrelle
in comodato d’uso
a medie falcate
da alboreo pellegrino
avanti, di lato
a libere bracciate
sui muri del cesso
con la scodella del caffelatte
nella mano manca
(politicamente scorretto)
la passo un po’ nella destra
la mollo virtualmente a terra
(non sono un costruttore di scodelle
da permettermi cocci reali)
dopo averne lappato il contenuto,
con un occhio guardingo
alla breccia regolare nel muro
provvista di parete trasparente
da tempo chiamata finestra:
piccoli umani sottovento
con ombrelline divelte davanti la fermata
del dodici, direzione stazione,
qualche nera di ritorno
da notti sfasciate a battere
e i studentelli di sempre
a flirtare col cellulare.
Imbastisco intimi
rapporti telepatici
con le mie piante grasse
che mi vivono accanto
dal bordo della veranda
senza scodinzolare o
pretendere carezze,
infine evito di guardare
i dieci telegiornali identici
con le loro pandemie mediatiche
e piano piano piano
ma ineluttabilmente
il lunedì comincia a decollare.

LURIDI POSTUMI

Un passo di riguardo
un occhio che mi guarda
nel fondo del catino si specchia
un ragguardevole riflesso
dal portamento confacente
dai modi distinti, ma va
affanculo coglione
con lametta da barba
io sono già
nel cesso d’un altro emisfero
uno sbuffo acido
gli occhi a tuorlo scaduto
la testa scoppia
il cielo mi sputa sulla pelle
tutti gli improperi del creato
screanzato mi defeca
a bordate soffocanti
la scimmia mi spinge in fondo
slordato dai postumi soccombo
in un mare di merda
ad ogni movimento accresce
il livello fino alla gola
come un ratto dovrei ballare
emetto flebili squittii
finchè l’ultima scintilla sclera
e la nefasta tenebra
mi risucchia nel suo fetore.

NEANCHE L’EMAIL

Mi sono intascato il cervello
ho imboscato il bonsai
ho lucidato a sputo le persiane
ho rivoltato le mie sciarpe
in tweed di capra scozzese
ho bruschinato i miei mutandoni
soprattutto le parti lese
ho intonacato l’aria
dei miei castelli annuvolati
la campanella del ricreatorio
mi beccheggia come un piroscafo
che disperde gli ormeggi sul molo
passano le autorità a controllare
l’ordinata fuga dei cervelli liberi
ho calpestato le mie spalle
sotto una lucente biga romana
col sole che m’acceca di sbieco
rinchiuso a doppia mandata
il tracotante malloppo planetario
dentro l’immaginaria cuspide
ho disperso le mie masserizie
precedentemente cremate
ai quattro angoli della sfera
e mi sto preparando
con indomita pigrizia
a tralasciare questi greti
di lacrime e torrenti
e altre inutili chincaglierie
nel sito dove finirò
non è permesso portare con se
neanche l’indirizzo email.

MON AMOUR

Le erbe screziate, il ruscello
i piccoli soli che mi parlano di te
dai frequenti nomi e locazioni
dalle chiome in scompiglio multiplo
come le foglie d’autunno mi cadi
leggera in grembo come petali
così umidi e lievi come petali
del papavero da campo i tuoi baci
risucchio d’estatico stordimento
sul mio intimo naturale
nelle fantastiche regioni
intarsiate tra le tue cosce brune
mi ritrovo selvatico perso
con la bocca a squarciagola
a cantarti dentro il ruscello
con le squame dorate e guizzanti
a bisbigliarti altalenante
alle fronde aghiformi dei larici
a calare senza calcolo alcuno
tra le radici della tua crescita
nell’intrico del tuo umore
dentro ancora, dentro
la caverna di carne morbida
ovattato pulsare
l’eco dei nostri sguardi, ti vedo
meglio, senza occhiali da sole
soli nelle nostre mani e bottoni
bottoni, la natura ci osserva
le nostre si conoscono a menadito
fino in fondo alla questione
il cielo intero, tutto il cielo
e qualche lembo conservato
fino all’orizzonte, fino a specchiarsi
liscio come il manto del cavallo, a parte
qualche nuvola scomposta
così l’estate è bella
come certe volte la vita
ma anche l’inverno ha i suoi pregi
sotto le coltri del letto
mon amour.

NERO

Sono già abbastanza
nero del mio, grazie
sono al secondo tubo
di patina testa di moro
spalmata sulla pelle
voglio sparire nella notte
voglio sparire nella notte
la ripetizione non è uno sbaglio
senza lampioni stelle o altre cazzate
luminose, nero come la notte
la lunga nera notte
dei lunghi coltelli gemelli
d’acciaio brunito e affilato
nelle lame opache della mente
nell’impugnatura d’osso, impugnerò
il nero sonnolento bitume
di queste troppo uguali notti
rigurgitate nei secoli a straziare
a prevaricare con sermoni di giustizia
amore benevolenza solidarietà
balla puttana notturna schifosa
balla sulla groppa di tutti gli dei
vermi bugiardi dell’universo
tigne infami a ingozzarsi
dell’orrenda patina grigia
che ci funge da cervello.

PERLINE AI MAIALINI

L’ammontare preciso sul cantone svizzero
il sormontare schietto al centro meridiano
l’elastica allungabilità delle scorciatoie antincendio
il diniego visibile dalle luminarie urbane
numeri primi piallati sul dorso
ossessione di alambicchi, giacimenti di provette
orgoglio in trito cordoglio speziato
ho riempito gli elenchi, elargito zollette
avvolti in bambagia filari d’inchiostro
da comete in calzamaglia a pomate in meraviglia
il cuore è un organetto che scrive poesie
tra facezie manuali e scaffali binari
muri di biblioteche da abbattere col bulldozer
gradini di basalto e pergamene in gommapane
il guardiano è un faro nel buio del cortile
dove saltano le ombre allungate dei bambini
dove schiantano nubi di promesse al lastrico
sparpagliando tramonti di perline ai maialini.

MOLTO PITTORESCO

Il colore del melograno
l’insperata sfericità del cocomero
semi di zucca salati
infilati in sacchi di juta
reperti fossili d’alghe marine
busso forte è tutto chiuso
strade sterrate, montagne
vicoli come budelli ciechi
pompe divelte
il più grande traliccio mai visto
a memoria di sauro
piantato dritto in testa
come un fuso di precisione
chiodo caccia vite
martellare per tre al prezzo di uno
martellare martellare martellare
uno due tre, tutto chiuso
tremano vetri in solitudine
strisce stradali soffrono
di frequenti sbalzi cromatici
l’angolo pudico delle ortiche
il cancello dei tuoi occhi automatici
il giardino degli ardori latenti
hanno serrato i battenti
le nocche insistenti
scorticate bussano
non un cane apre
tutti in ferie
o dormienti
tutti praticamente
da minuziose analisi
già belli che morti
e ben confezionati
in bare graziose
di mogano trapuntato.
Molto pittoresco.

I POETI LO SANNO

La poesia salverà
il mondo dei sogni
mentre i poeti affogano
con pelli di circostanza
cominciando dal panama
buono ma usato
e giù
tra corpetti e bretelle
fino alle scarpette
di vernice a spillo.
La poesia ci salverà
l’ha gridato ai quattro venti
un pazzoide in odor di redenzione
l’hanno appeso in bellamostra
coloro che dicono di amare
i poeti in modo viscerale.
I poeti sanno che
dopo aver ingurgitato
c’è un tempo per digerire
ed uno per evacuare
per quanto lungo sia il tragitto
e la penuria di cessi
come dicono i franchi tiratori:
voilà les toilettes!
Ne scriveremo ancora
forse più di mille
se ci saranno latrine
con pareti abbordabili.
I poeti lo sanno
non è difficile ispirarsi
quando la puzza inchioda.

7 Comments on "Luciano Tarasco: 169 all'alba"

  1. Poesia “vorticosa” quella di Luciano, con l’ironia necessaria per mirare dritto dritto al senso. Pittore (lo si vede anche nei versi) altrettanto intrigante e dal tratto preciso:
    http://www.artantide.com/artisti_Artista?idArtista=61
    abele

  2. concordo con Abele,, sia sul vorticoso ( i versi laddove sono simili come struttura, sembrano pennellate, snocciolate, variandone o arricchendone l’intensità semantica) che sulla “ironia necessaria”.
    La mia preferita è EFFETTO INSETTICIDA,
    però tutte contengono riferimenti diversi, anche letterari, ma non solo, molto interessanti.

    Ho guardato anche all’indirizzo indicato,,,bello! come bella l’opera qui postata come immagine.

    ciao!

  3. Vincenzo Mancuso | settembre 11, 2010 at 16:32 | Rispondi

    Poeta e pittore che viaggia alla velocità della luce. Mi piacciono tutte e lui già lo sa. Ironico, fantasioso, frizzante. Gran bella proposta!;)

  4. Francesco De Girolamo | settembre 11, 2010 at 23:00 | Rispondi

    Versi davvero densi di aspra sagacia, qualità rarissima nella pletora di cascami di “poetichese” e di onanismi “logosemeiotici” che imperversa.
    Grazie, che boccata di ossigeno!

  5. voglio conoscerlo meglio, mi piace molto…

  6. GRAZIE A TUTTI I PAZIENTI LETTORI, CIAO

  7. mi piace proprio tutto, e tantissimo!…

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